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FOTOGRAFIA – Roma, a Palazzo Braschi 140 immagine inedite dell’Italia (1943-1946)

Un lungo sospiro di sollievo, condiviso da civili e militari italiani con gli eserciti alleati e i partigiani, accompagna la fine della seconda guerra mondiale. E’ un momento di festa e speranza e, insieme, un momento di paura, contrasti e smarrimento: tra la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1945 l’Italia nuova deve ancora compiersi e il Paese, distrutto e affamato, lotta per il riscatto, verso la rinascita.

Attraverso la selezione di circa 140 immagini, anche inedite, e filmati d’epoca – compresi nel periodo tra il luglio del 1943 (lo sbarco degli alleati in Sicilia) e il 1946 – si svolge la narrazione della guerra attraverso i suoi protagonisti, italiani e americani, e il confronto, unico e suggestivo, tra due differenti punti di vista.

Da una parte gli scatti dell’Istituto Luce, l’organo ufficiale di documentazione foto-cinematografica del regime, dove il “bianco e nero” è espressione prima del cupo declino del fascismo e poi della sobrietà di una classe dirigente che cerca di costruire sulle rovine della guerra; tra queste, molte immagini del fondoReparto Guerra Riservati” in cui erano conservati i negativi bloccati dalla censura.

Dall’altra, le fotografie dei Signal Corps, l’efficiente servizio di comunicazioni al seguito delle truppe statunitensi, provenienti da un raro repertorio, conservato presso la NARA (National Archives and Records Administration) di Washington e solo in parte conosciuto in Italia. Qui il colore diventa il segno di un’Italia diversa, “rivelata” da operatori e fotografi più attenti al dato sociale e uno strumento di esportazione dell’american way of life che, con la ricostruzione, raggiunge anche l’Italia.

Il percorso espositivo si snoda attraverso 10 sezioni tematiche, in cui le due serie di immagini sono affiancate in un dialogo immediato ed emozionante.

Nella prima sezione, Due diversi sguardi, viene proposto un confronto tra le fotografie degli operatori Luce e quelle dei Signal Corps, mentre nella seconda, La guerra non è come un film, si alternano episodi bellici e ritratti di soldati come, tra le altre immagini censurate, quella dei travestimenti da pecora dei combattenti. Vincitori e vinti sono illustrati nella terza sezione: per esempio, ad un Mussolini stanco e logorato si contrappone il tavolo delle potenze vincitrici alla Conferenza di Potsdam o il ringraziamento (oltre le regole protocollo) di Papa Pio XII, circondato dalle truppe alleate.

La quarta sezione racconta poi il Bel Paese: in queste immagini l’obiettivo è fissato su edifici distrutti dai bombardamenti e cittadini smarriti tra le rovine. Nei Volti di guerra della quinta sezione scorre una sequenza di momenti di vita civile e militare, tra episodi di guerra e soccorsi ai feriti. Il dolore domina invece le immagini della sesta sezione, tra bombardamenti sulle popolazioni civili e la durezza dei combattimenti mentre in Amore e guerra, la settima sezione, si intravedono primi casti baci ed effusioni timidamente romantiche. Sono poi all’insegna del relax gli scatti esposti nell’ottava sezione, Consolazioni e divertimenti, che mettono a fuoco il desiderio di svagarsi, nonostante il pericolo e l’infuriare della guerra.

Interrogatori, tribunali e processi si alternano nella nona sezione, La resa dei conti, per arrivare alla conclusione del percorso, Rinascere. Attraverso le immagini di questa decima sezione si racconta, dopo i festeggiamenti per la fine del conflitto, il difficile e contrastato inizio del dopoguerra.

 

A corredo della mostra tre postazioni video mostrano il coinvolgimento di grandi registi di Hollywood (integrati nei Signal Corps) nella guerra mondiale e la gioia e lo stordimento degli innumerevoli momenti della Liberazione italiana, oltre a un’originale sintesi delle immagini esposte.

 

Le fotografie in mostra non costituiscono il supporto visuale di un percorso storiografico già scritto: vogliono piuttosto valorizzare la diversità delle due prospettive e le loro connessioni con lo sfondo culturale dei due paesi e il loro immaginario, all’epoca particolarmente segnato dal cinema. L’influenza è evidente nel contesto americano ma emerge anche in Italia, sia pure a fatica e sfuggendo alle maglie della censura, come si può vedere negli scatti con il legionario con i baffi “alla Amedeo Nazzari” o nella postazione sotterranea tappezzata dalle foto delle dive.

 

Molto diverse sono le narrazioni della Liberazione dei due organi, Istituto Luce e Signal Corps, nei punti di vista e nei campi d’azione.

Fino al luglio 1943 l’Istituto Luce organizza un attrezzato “Reparto Guerra” al seguito delle truppe italiane su tutti i fronti ma, a causa del suo trasferimento nella Repubblica di Salò, manca una documentazione foto-cinematografica del Regno del Sud nel 1944-45, che è dunque un’esclusiva delle armate alleate. Nel repertorio di Salò sono rimosse le persecuzioni contro gli ebrei, ma sono presenti scatti di arresti e fucilazioni, con una funzione chiaramente intimidatoria.

 

Il dopoguerra è già cominciato” è il sottotesto che ricorre nelle foto del Signal Corps dell’Esercito USA, “e riguarderà anche l’Italia”. I film e le fotografie degli operatori Signal Corps restituiscono un mondo popolare che per l’Istituto Luce è poco più di uno sfondo – e che il cinema neorealista non ha ancora esplorato – e, documentando anche la realtà desolante dell’Italia, mostrano al pubblico oltreoceano e, progressivamente, a quello italiano un modello di efficienza e un esempio di benessere per l’Italia post-guerra.

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La mostra è promossa dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dal MIBACT  e Istituto Luce Cinecittà con il patrocinio dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia e dell’ Università degli Studi Roma Tre.

A cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Regia Video Roland Sejko.
 

Aperta dal 26 settembre al 10 gennaio 2016 al Museo di Roma Palazzo Braschi.

Categories: Cultura