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Formica: “Il Sì cancella il referendum del ’46 su monarchia o repubblica”

Imagoeconomica

“Il Sì al referendum del 20/21 settembre è un voto controrivoluzionario, che vuole cancellare quello del 2 giugno del 1946, ripristinando lo Statuto albertino e instaurando una Monarchia finta, di facciata, travestita da Repubblica”. 

Rino Formica è duro, durissimo. E la sua è una difesa speciale, articolata  e finissima contro le ragioni di chi al referendum sceglierà di cancellare parte dei rappresentanti del popolo. Socialista sempre e comunque, più volte ministro, più volte parlamentare, è stato ed è un acuto fustigatore dei costumi italici, sia quando usano la stoffa dei partiti politici, sia quando scelgono quella della società civile. Da settimane è sceso in campo senza risparmiarsi perché “il 21 settembre non cada la notte sulla Repubblica”. 

Ricapitoliamo allora: perché ha scelto di votare No?

“Il mio ragionamento è questo. Qual è il senso politico profondo di questa battaglia referendaria? Il Sì in questa battaglia referendaria rappresenta la punta di lancia di un’innovazione profonda, controrivoluzionaria. Perché? Perché è contro il referendum del 2 giugno 1946 volendo restaurare la forma di Stato e la struttura costituzionale del Paese di una stagione prerepubblicana. Chiediamoci: che cosa fu il referendum del 2 giugno 1946? Quel referendum cambiò la forma istituzionale abbattendo la Monarchia e instaurando la Repubblica e cancellò la carta istituzionale monarchica, lo Statuto albertino. E con l’assemblea costituente dette vita alla carta costituzionale repubblicana.

Qual è la differenza fra la forma di Stato prerepubblicana e quella repubblicana? Che con la seconda viene cancellato un ordine istituzionale fondato sul sovrano: il sovrano non è più il re, il sovrano è il popolo. Mentre eliminando lo Statuto albertino viene demolito un principio costituzionale, la Costituzione flessibile. Vale a dire che l’ordine costituzionale, prima della Costituzione repubblicana, poteva essere modificato senza una procedura ad ostacoli, complessa, che è propria delle Costituzioni rigide. Cioè poteva essere modificata con una legge semplice, ordinaria; mentre le Costituzioni rigide vanno modificate attraverso una procedura di carattere costituzionale, complessa, ragionata, ripensata.

L’ordine costituzionale dello Statuto albertino, essendo una costituzione flessibile, ci aveva portato al fascismo, che aveva cambiato la formula dello Stato monarchico parlamentare, costituzionalmente accettato, in uno Stato autoritario, attraverso leggi ordinarie. Come quando il ministro di Grazia e Giustizia del fascismo, fine giurista, Alfredo Rocco, introdusse lo Stato corporativo semplicemente approvando la legge del riordino dei contratti collettivi di lavoro.

La preoccupazione repubblicana, che nasce con il referendum del 2 giugno 1946, è invece quella di dare al Paese una forma istituzionale immodificabile, la Repubblica, ed un assetto costituzionale rigido. Cioè mai più leggi semplici, ordinarie avrebbero potuto modificare l’assetto costituzionale”. 

Di quali articoli stiamo parlando?

“Tutto questo è negli articoli 138 e 139 della Costituzione. L’art 138 stabilisce le procedure complicate per le modifiche costituzionali: la doppia lettura delle due Camere, il quorum qualificato per l’approvazione, l’eventuale ricorso al referendum. Quindi una procedura complessa, meditata, riflessiva. E ciò dimostrava la grande attenzione che i costituenti avevano per le improvvisazioni populistiche: la legge delle leggi, non poteva essere affidata agli umori momentanei di una situazione particolare del Paese. Mentre l’art 139, norma di chiusura, stabilisce che la forma repubblicana non è modificabile.  L’art 138 e l’art 139 vanno letti insieme. Cosa vollero i costituenti? Che la forma repubblicana non fosse modificabile, e che la legge che regolava e stabiliva l’ordinamento della forma repubblicana dovesse essere sottoposta ad una procedura speciale dove il ripensamento della rappresentanza e l’eventuale ricorso al popolo doveva essere di tale ampiezza, di tale peso che ogni modifica costituzionale doveva essere attentamente modificata”.

Invece che cosa sta per accadere secondo il suo pensiero?

“Molto semplice: si sta tentando di aggirare la rigidità della Costituzione e di renderla semplice, flessibile, modificabile di fatto con leggi ordinarie. E dove si colpisce? Si colpisce nell’architettura della Carta costituzionale.  Stiamo parlando di una struttura diffusa della democrazia attraverso la quale si esprime la volontà popolare: partiti politici, sindacati, corpi intermedi che operano come articolazioni della vita democratica e della partecipazione alla costruzione della Repubblica del popolo, come prevede l’art 1.

L’ azione che io chiamo di revanchismo dei perdenti del referendum del 2 giugno 1946, non è nata oggi, si è sviluppata in tutta la vita repubblicana, ma è sempre stata battuta dalla grande capacità che i partititi politici, le organizzazioni democratiche, tutte le articolazioni della democrazia, mettevano in campo per difendere l’assetto costituzionale del Paese. Battute però sulla via maestra dello scontro della revisione costituzionale radicale, queste forze si sono riorganizzate per aggirare il terreno di gioco. Ed eccoci al “riduciamo il numero dei parlamentari, la rappresentanza”. Riduciamola non per ottenere efficienza, o per qualsiasi altra ragione, ma perché il Parlamento è un ectoplasma, è una sovrastruttura patologica dove la Casta si esercita per tutelare privilegi, e quindi i parlamentari andranno prima ridotti e poi controllati e annullati.”

E come sarebbe possibile?

“Con una legge di carattere elettorale, perché le leggi di carattere elettorale non riguardano solo la scelta da operare fra maggioritario e proporzionale. No. Non si tratta solo di scegliere un sistema che dia o non dia la certezza del vincitore e quindi di un futuro governo. Ci sono altri elementi costitutivi delle leggi elettorali, più sottili, più nascosti che possono portare al rischio che nasca una maggioranza che si appropri della Costituzione.

Come? Creando delle maggioranze fittizie al posto delle minoranze relative. E come si opera in questo campo? In maniera semplice. Riducendo la platea degli eletti, riducendo la soglia di accesso alla rappresentanza, modificando con leggi ordinarie le regole per l’accesso alla competizione politica. Basta regolare la raccolta delle firme: come si raccolgono, dove, e quante per avere già una radicale decomposizione del principio della rappresentanza democratica. E l’altra via è sicuramente quella di operare sui Regolamenti parlamentari. Dice la Costituzione che i Regolamenti parlamentari vanno approvati con voto segreto e con la maggioranza assoluta degli eletti. Ma se la maggioranza assoluta è in realtà una maggioranza relativa ottenuta grazie alla legge elettorale manipolata, essa può a sua volta manipolare i Regolamenti”. 

Allora l’operazione politica in corso qual è?  

“Attraverso l’antipolitica colpire la resistenza da parte del sistema delle articolazioni democratiche e dei partiti politici. I partiti politici sono una casta che va punita e messa sotto controllo. E se non si comporta bene, non ubbidisce, va eliminata. Capisce perché è un’operazione controrivoluzionaria rispetto al voto del 2 giugno del 1946? Perché ripristina la centralità del potere nelle mani del più forte. Cioè si torna a una monarchia, fittizia, finta, ma sostanzialmente una monarchia. Così come ripristina il principio di fondo dello Statuto albertino, la Costituzione flessibile, perché rende la nostra Costituzione rigida in una modificabile surrettiziamente attraverso una legge ordinaria che sarà, domani, manipolata, la legge elettorale.”

Ma il sistema politico ha votato all’unanimità questa “controrivoluzione”: come se lo spiega? 

“Questa operazione allo stato attuale trova uno stato di paralisi nel sistema politico italiano e non è casuale se si guarda a un fatto. Il patto scellerato per la formazione del governo Conte 2 da parte del Pd e del M5 Stelle ha consegnato all’antipolitica, attraverso la porta di servizio di un accesso al governo in posizioni subalterne, una forza, quella della sinistra democratica, della tradizione comunista, della sinistra cattolica, che storicamente aveva sempre tutelato il vero patto costituzionale. Cioè la difesa della costituzione rigida, come la carne necessaria per difendere la pelle della forma repubblicana della società, gli art 138 e 139.

 Perché i partiti politici si trovano di fronte a un’impotenza politica nel fronteggiare questa ondata di antipolitica? Perché il Pd è sostanzialmente silenzioso? Perché dovrebbe confessare di aver aderito a un’operazione scellerata, cioè il divorzio dal suo patto costituzionale, che era la difesa della Carta costituzionale e il nesso esistente fra l’art 138 e 139 in difesa della forma repubblicana attraverso la Costituzione rigida. 

Non è casuale neanche che il dibattito sia stato ripreso e rilanciato solo dai giornali. Sono stati i giornalisti, i direttori dei giornali, i grandi opinionisti che hanno riaperto la discussione. Perché? Perché è nella libera stampa che si capisce l’importanza della nostra Costituzione rigida, nella necessità di essere cauti nelle modifiche, perché la Costituzione italiana è a tutela di libertà e il giornalismo, la libera stampa, la libera informazione, senza libertà non vive. Ed è il punto chiave, il coagulo vero delle esigenze di tutela di un ordine democratico, delle libertà e delle garanzie di progresso e di possibilità di vivere democraticamente in un Paese”. 

Eppure sono decenni che proviamo a fare una riforma istituzionale: perché non ci siamo mai riusciti?

“Per una ragione molto semplice: è sempre prevalso il principio di cautela. Quello che volevano i costituenti. Nel senso che non si possono usare vie rapide per cambiare la Costituzione. L’unica via rapida è quella che vogliono i controrivoluzionari,  quelli che vogliono annullare il voto del 2 giugno del 1946.  Lo ribadisco: questo è un voto contro il referendum del 2 giugno 1946. È un voto per lo statuto albertino, per la monarchia repubblicana e per l’annullamento della democrazia di popolo. Non è casuale che tutto questo sia coinciso anche con una debolezza dei partiti politici e soprattutto della sinistra quando scimmiottando la destra ha perso l’anima popolare”. 

Devo dedurre che lei è sempre stato contrario alla revisione della Costituzione?    

“Non sono contrario, io dico solo una cosa. Non si può fare senza una chiara visione del dopo. Recentemente  ho sentito Enrico Letta (che è tornato sereno), che alla festa de l’Unità di Modena, ha detto che lui di fronte ai referendum si è sempre comportato in una maniera: non ha visto gli effetti e le conseguenze politiche del voto referendario, ma ha risposto solo alla domanda. Quindi ha sostenuto: dimezzare, ridurre i parlamentari è un male o un bene? È un bene, si è risposto. E quindi, ha concluso, voto Si, senza calcolare  gli effetti politici. Ma è proprio l’idea che era al fondo dello Statuto albertino: modificare la Costituzione a secondo delle convenienze del momento. La legge delle leggi deve regolare lo sviluppo di lungo periodo di un Paese, non può essere la contingenza. L’effetto politico è la convenienza  della risposta semplice. Questa è la negazione della politica, è la vittoria dell’antipolitica. L’antipolitica è questo: carpe diem”. 

Ma lei crede sul serio che meno deputati e meno senatori possono inficiare il percorso lungo di cui parla?

“Non è questo. Questa riduzione viene richiesta su un’onda politica, che è l’onda contro la casta, contro la politica, contro il parassitismo della nomenclatura della rappresentanza.  Non avviene alla fine di un processo in cui si valutano come una Costituzione possa garantire lo sviluppo e la permanenza della forma repubblicana, secondo i principi costituzionali, anche con un numero ridotto. La riduzione deve arrivare alla fine di un processo, non può essere l’inizio. Perché l’inizio è populistico. Chi vota per il Si vota come votava l’Italia conservatrice, l’Italia  reazionaria, l’Italia dell’ancien regime”. 

Se vince il No cambia il governo? 

“Se vince il No cambia il sistema politico italiano, non cambia il governo. Oggi sappiamo chi vota Sì e chi vota No. E poi c’è un’area ambigua, equivoca, che non si pronunzia, che fa finta, che dice una cosa e ne farà un’altra. Questa sacca è grande. Io credo che dopo una netta vittoria del No, questa area prenderà vita, una nuova vita. E tornerà di nuovo in campo. Il Si conta sulla stanchezza e la delusione di questa vasta area dei difensori della Costituzione in tutti questi anni. Perciò il silenzio. Ma voi, stampa libera, rianimando il dibattito avete anche rianimato quest’area. E ora il No avanza e il Si arretra”. 

Come immagina a questo punto il futuro prossimo del Paese?

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