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Fondi pensione battono ancora il Tfr: rendimenti fino all’11% nel 2021

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Anche nel 2021 i rendimenti dei fondi pensione battono il Trattamento di fine rapporto (Tfr). Non solo hanno superato a pieni voti l’emergenza sanitaria, ma sono riusciti a registrare tassi di crescita simili a quelli del pre-Covid: sono stati incassati 17,6 miliardi, di cui 5,8 sono affluiti ai fondi negoziali (+5,5%), 2,6 miliardi ai fondi aperti (+12,7%), 4,9 miliardi ai Pip (+6,8%) e 4 miliardi ai fondi preesistenti (+3,1%). Il 27,2% degli iscritti non ha versato contributi. Circa 2,4 milioni di iscritti, pari al 27,2% del totale, non hanno effettuato versamenti nel 2021 (76mila in più sul 2020). E oltre un milione di individui non versa contributi da almeno 5 anni. È quanto emerge dalla relazione annuale di Covip, l’autorità che vigila sui fondi pensione, secondo cui i rendimenti dei fondi pensione hanno beneficiato del buon andamento dei mercati finanziari nel 2021.

In particolare, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi negoziali e i fondi aperti hanno avuto in media un rendimento pari, rispettivamente, al 4,9% e al 6,4%; per i Pip (Piani individuali pensionistici) nuovi di ramo III, il rendimento è stato dell’11% e l’1,3% nelle gestioni separate di ramo I. Nello stesso periodo la rivalutazione media annua del Tfr è stata dell’1,9%.

Fondi pensione: differenze nella partecipazione

Il sistema di previdenza complementare ha chiuso il 2021 con 8,8 milioni di iscritti, in aumento del 3,9% rispetto al 2020, anche se nel 27,2% dei casi (2,4 milioni) non sono stati effettuati versamenti di contributi. La Covip indica che le posizioni in essere sono 9,7milioni. I fondi negoziali contano 3,4 milioni di iscritti, quasi 1,7 milioni sono le adesioni ai fondi aperti e 3,4 milioni ai Pip nuovi. Invece, gli iscritti ai fondi preesistenti sono circa 620mila.

Tuttavia, il presidente della Covip, Mario Padula, lancia l’allarme su alcuni rischi collegati alle ricadute della guerra in Ucraina e ai mutamenti del contesto macroeconomico e sociale. A cominciare da quello dell’allontanamento di giovani, donne e lavoratori del Mezzogiorno, ovvero dei soggetti più fragili sul versante occupazionale, dalla prospettiva delle scelte di lungo termine, come quelle sul terreno della previdenza complementare.

Motivo per cui Padula lancia la proposta di trasformare gli attuali incentivi fiscali previsti per l’adesione ai fondi pensione in interventi finanziari a favore delle categorie più deboli. Sarebbe anche opportuno, secondo il presidente della Covip, superare il vincolo che prevede la permanenza automatica del Tfr non devoluto alle “forme complementari” nelle imprese con meno di 50 addetti. Andrebbe anche avviata anche una nuova fase di “silenzio-assenso” per lo stesso Tfr, già utilizzato nel 2007 ma con alcuni accorgimenti, oltre all’ampliamento del modello dei fondi negoziali di settore “nella direzione di un sistema di welfare integrativo integrato”. 

In calo le forme pensionistiche integrative

Alla fine del 2021 risultavano presenti in Italia 349 fondi pensione: 33 fondi negoziali, 40 fondi aperti, 72 Pip e 204 fondi preesistenti. Oltre 20 anni fa le forme pensionistiche integrative erano oltre il doppio (739).

Il 50,3% degli iscritti ai fondi pensione ha un’età compresa tra i 35 e 54 anni, il 31,9% ha almeno 55 anni e solo il 17,8% ha meno di 35 anni. La percentuale dei giovani è cresciuta di soli 0,4 punti percentuali mentre si è assistito a un progressivo spostamento dalle classi di età centrali a favore di quelle più anziane, aumentate di circa il 6%.

A livello territoriale, la maggiore adesione alla previdenza complementare dei lavoratori risiede al Nord (57%). Sempre lo scorso anno le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari hanno raggiunto i 213,3 miliardi di euro: + 7,8% sul 2020. La Covip sottolinea che si tratta di un ammontare pari al 12% del Pil e al 4,1% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

Gli investimenti

Secondo il rapporto, l’allocazione degli investimenti effettuati dai fondi pensione – escluse le riserve matematiche presso imprese di assicurazione e i fondi interni – registra la prevalenza della quota in obbligazioni governative e altri titoli di debito: il 16,8% è rappresentato da titoli di debito pubblico italiano. In aumento al 22,6% i titoli di capitale (rispetto al 19,6% del 2020) e anche le quote di Oicr, passate dal 15,5 al 16%. I depositi si attestano al 6,7%. Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano l’1,9% del patrimonio, e sono stati sostanzialmente stabili rispetto al 2020. Nel complesso, il valore degli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana (titoli emessi da soggetti residenti in Italia e immobili) è di 40 miliardi di euro: il 22,7% del patrimonio. E iI titoli di Stato ne rappresentano la fetta maggiore (29,6 miliardi).

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Categories: Economia e Imprese