X

Emergenti, come difendersi dai crack “alla turca”

Wikimedia Commons

I risparmiatori che amano andare alla ricerca di rendimenti allettanti in giro per i mercati hanno avuto stamane la conferma che dietro gli alti rendimenti c’è un forte rischio. Così forte che spesso non vale la candela, come ricordano decine di migliaia di clienti delle banche italiane che a suo tempo ebbero la disgraziata idea di putare sui tango bond argentini. Stavolta il fulmine a ciel sereno è stato scagliato dal presidente/sultano di Turchia, Reccep Tayyp Erdogan che non ha esitato a cacciare sui due piedi il governatore della Banca centrale che, con una politica severa, aveva ottenuto rilevanti successi contro l’inflazione. Ma quando il banchiere Naci Agbal ha deciso di alzare i tassi fino al 19 per cento per difendere la moneta nei confronti del dollaro, la valuta in cui sono fortemente indebitate le imprese del Paese, Erdogan non ha avuto dubbi a dare il via al ribaltone. Incurante delle conseguenze: -12% lunedì mattina la lira, di nuovo sopra quota 8 verso il dollaro, -9,4% l’indice della Borsa di Istanbul, ancor peggio -17,5% l’Etf sulla Turchia trattato al Nasdaq.

Un brutto scherzo per i tesorieri delle banche, che avevano imparato a dar fiducia al governatore Naci Agbal che in pochi mesi aveva fatto arrivare nella Borsa Turca poco meno di 5 miliardi di dollari investiti da gestori impressionati di un’ottima performance dell’economia, grazie alla politica del banchiere che Erdogan aveva nominato a novembre per evitare il tracollo. Ancor peggio è andata per i risparmiatori giapponesi. Sì, stavolta sembra che siano stati loro le vittime dell’improvvisa svolta della finanza turca, a giudicare dalle vendite che hanno investito stamane il Nikkei. Non c’è da stupirsi perché i giapponesi, un po’ come gli italiani, vantano la finanza pubblica più in rosso del pianeta (oltre il 220% del pil contro il nostro 160% circa) assieme ai risparmi privati più robusti, pari a circa un quarto del totale. Non stupisce, perciò, che i privati del Sol Levante, esasperati dai tassi negativi corrisposti da banche e compagnie assicurative, abbiano cercato di far fruttare il denaro in un paese che offre rendimenti a doppia cifra.  Purtroppo per loro, l’orizzonte dei mercati emergenti è di nuovo agitato dalla tensione al rialzo dei tassi Usa che sta mettendo a repentaglio gli equilibri dei Paesi più indebitati nella valuta Usa. 

Si profila, insomma, uno scenario simile a quello del 2013, quando di fronte al tapering (cioè l’aumento selettivo) dei tassi Usa, gli emergenti andarono in crisi. Stavolta, per la verità, le cose potrebbero andare meglio: un dollaro più forte, infatti potrebbe favorire l’export verso gli Usa, sfruttando la liquidità nelle tasche dei consumatori. Ma, per non correre brutte sorprese, meglio rivolgersi ai Paesi meno legati al debito in dollari. Meglio il Messico, insomma, che il Brasile pure protagonista di un forte rally nei mesi scorsi. Oppure, meglio ancora puntare su fondi e Etf  collegati all’indice MSCI Emerging Markets che comprende 26 Paesi (tra cui anche la Turchia) ma che per i due quinti è agganciato alla Cina seguita da altre piazze solide, come  Taiwan e la Corea del Sud.   La performance da inizio anno è intorno a +3,5%, grazie al sostegno dei listini di Hong Kong +9%, Seul +5%, Mumbay +8%. Negativo il contributo della borsa brasiliana: -5%. 

Related Post
Categories: Finanza e Mercati