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Editoria e ortografia: Amazon e i suoi algoritmi danno la caccia ai refusi dall’India

Il peso del refuso ortografico

Nei confronti del refuso ortografico i lettori si spartiscono in tre spicchi uguali. Un terzo non lo tollera assolutamente e lo reputa, in quasi tutti i contesti, una trascuratezza che connota malamente il suo autore e il contenuto che lo ospita, indipendentemente dalla sua qualità che passa in secondo piano. Per esempio i recensori dell’Economist, il magazine più snob del pianeta, nella sezione dedicata ai libri non mancano di additare, con un certo cinismo, la presenza di un problema di questo tipo, dimenticandosi che anche nel loro magazine ci sono errori.

Un altro terzo lo tollera agevolmente come un portato inevitabile dei nostri tempi, come lo sono le fastidiose foglie nel giardino dopo il passaggio della tramontana.

L’altro terzo neppure se ne accorge. Personalmente appartengo a questa terza categoria, ma parecchi dei miei amici sono nella prima. Sono troppo concentrato sul contenuto per accorgermi dell’ortografia che viene corretta automaticamente dal correttore ortografico mentale. Capisco che è un atteggiamento solipsistico.

La spartizione varia abbastanza se guardiamo alla tipologia di contenuto. Per i libri che costano più di 15 euro, come i libri di testo, quelli universitari, grande parte della saggistica e della fiction in novità e il libro illustrato, spesso il refuso ortografico è veramente disturbante e viene considerato un difetto di fabbrica come il granello di sabbia nel vetro. Questo sentiment scema con il calare del prezzo. In un libro resta comunque sempre qualcosa di disturbante per il lettore. A tal punto che Amazon, che ha una soluzione per tutto, ha preso un hangar a Bangalore dove, assistiti da algoritmi, migliaia di controllori di nazionalità indiana passano al vaglio i libri per pescare i refusi ortografici e segnalarli ad Amazon che a sua volta li inoltra agli editori/autori con la minaccia di mettere una spunta negativa sulla scheda del libro nella sua libreria online. I puristi dell’ortografia, che in genere sono anche i nemici di Amazon, in questo caso devono pagare un tributo al gigante dell’e-commerce.

Nella stampa periodica e nei siti d’informazione ormai l’ortografia è un optional e non fa inorridire più nessun lettore. I giornalisti fanno del loro meglio per evitare gli errori di battitura o di altro tipo, ma ormai non c’è più nessun collega nell’apposita area a verificare il prodotto della loro digitazione. Quelle aree sono diventate “spazi in locazione”.

Il mondo social è la fabbrica dei refusi, ma grande parte degli utenti intensivi dei social media appartengono alla terza categoria, neanche se ne accorgono. Sono altre le cose a cui guardano e che stimolano il loro appetito.

Refusi epici

Adesso ci sono anche i refusi presidenziali. Si sta parlando naturalmente di Trump, che, però insolitamente per lui, è in buona compagnia. Si dice che George Washington e Abraham Lincoln fossero un po’ approssimativi con l’ortografia. Il che non ha, però, impedito loro di essere grandi presidenti e di avere il proprio volto scolpito su una montagna.

William Shakespeare e Jane Austen non scrivevano correttamente il loro nome. Anche Hemingway, sapiente saldatore di parole, aveva una vaga idea della loro ortografia. I futuristi e i dadaisti elevarono il refuso a massima espressione della creatività. Marinetti parlava di “ortografia libera espressiva” e di “parole in libertà”. Un antesignano di Twitter. Anche Svevo, senza essere futurista, era piuttosto libertario con l’ortografia e la sintassi, ma ciò non impedì a Montale, che usava le parole come un cecchino, di apprezzarne il grandissimo valore letterario.

Nel 1631 Robert Barker e Martin Lucas, stampatori in Londra (su commissione reale) della Bibbia di San Giacomo, furono incarcerati nella torre di Londra per un “non” omesso nella elencazione dei 10 comandamenti: il nono comandamento era diventato “Commetterai adulterio”. Si dice che non sia stata tanto una negligenza, quanto un atto di sabotaggio della concorrenza, peraltro ben riuscito: la stamperia Backer infatti uscì dal mercato.

In genere le edizioni con i refusi diventano dei ricercati pezzi d’antiquariato e il loro valore è superiore a quello delle copie non difettate. Una delle restanti 10 copie della bibbia del 1631 (definita la “Bibbia del peccatore”) è andata all’asta battuta a 15mila sterline. Chi fosse interessato a conoscere i dieci peggiori refusi della Bibbia può dilettarsi con l’omonimo articolo pubblicato sul Guardian.

Quando nel 1937 D’Annunzio rileggendo nella sua opera completa, appena stampata da Mondadori senza badare a spese, si imbatte in “Basilisco” al posto di “Basilico” nella Francesca da Rimini, si gettò come una furia a rileggere tutto il corpo della sua opus magnum, ravvisando una manciata di refusi nei 49 volumi editi da Mondadori. Allora convocò al Vittoriale un torcoliere e fece stampare a proprie spese tre o quattro esemplari senza i refusi con una plaquette a scorno del buon Angelo Sodini reo di non aveva supervisionato adeguatamente l’opera per via di quella “manciata di orrendi refusi che deturpavano l’opera”.

Per secoli portare le parole al pubblico, in grado di riceverle, è stata la prerogativa di una aristocratica élite. Un pugno di chierici e di imprenditori si è assunto il compito di filtrare i contenuti da pubblicare. Ne è nata una filiera molto selezionata che ha reiterato i propri riti per secoli. In questa industria elitaria, piuttosto esclusiva e spesso soggiogata a gruppi d’interesse, il refuso o l’errore ortografico difficilmente percolava nei contenuti destinati al

pubblico. L’istruzione pubblica ha poi elevato l’ortografia al pari della matematica, forse un gradino sopra, grazie a Croce e Gentile, quando all’ingresso dell’Accademia platonica era scritto “Non entri chi non sa la geometria”.

Questo modello editoriale è passato intonso nell’epoca dei mass media che hanno solo allargato quantitativamente l’offerta come conseguenza dell’alfabetizzazione totale e dell’istruzione obbligatoria.

Oggi è più facile non essere bocciati in ortografia

Tutto questo ha retto fino al duemila, quando la rete e l’avvento dei social media hanno buttato giù ogni tramezzo tra lo scrivere e il pubblicare, divenuti due momenti dello stesso istante. Pure lo status superiore e alto dello scrivere rispetto al parlare ha subito un livellamento brutale al quale i sopravvissuti dell’epoca dei mass media devono ancora abituarsi.

Eppure siamo ancora di fronte a un paradosso con Internet. Scrivere correttamente non è mai stato così facile e basterebbe solo un briciolo di voglia di farlo. I correttori ortografici, grammaticali e perfino sintattici sono ormai incorporati in ogni tool di scrittura e funzionano anche durante la digitazione delle parole, suggerendone spesso, ma non sempre, la grafia corretta. Per esempio il correttore dell’iPhone sostituisce automaticamente “sa” con “sta arrivando”. Qualcuno lo ha detto a Tim Cook o a Luca Maestri che è italiano? Se poi c’è un dubbio che la spartanità del correttore non riesce a sciogliere si può googolare il termine e affidarsi alla meravigliosa funzione “forse cercavi …” e in genere c’indovina. Grazie di esistere, Google.

Queste sono tutte piccole grandi azioni che aiuterebbero anche a migliorare lo stato di salute dei primi della classe del liceo classico che soffrono la sindrome ortografica, a causa delle mazzate che hanno preso dai professori di italiano, latino e greco, e che riceverebbero un certo sollievo dall’avere sotto gli occhi un testo formalmente corretto. In alternativa sarebbe sufficiente un altro atto molto elementare, leggere quello che si è scritto. Entrambe queste azioni sarebbero anche un gesto di virtù civica e di rispetto verso le persone alle quali ci rivolgiamo.

Ma l’immanenza e la compulsione del pubblicare, che è diventata quasi un’azione istintiva di natura pavloviana, non lascia tempo e spazio mentale per l’ortografia. Quindi sarà bene abituarsi al calpestamento dell’ortografia da parte della mandria dei nativi digitali.

Criticare lo spelling è elitario

C’è un’ancora più profonda forma di elitismo sottostante alla critica al cattivo uso dell’ortografia nell’epoca dell’autopubblicazione. È la correlazione dell’ortografia con il grado di istruzione e di intelligenza, una messa in relazione che, in realtà, non esiste.

Non c’è alcuna prova scientifica che suggerisca una cosa del genere. Nello stesso modo che alcuni hanno una predisposizione per l’aritmetica, altri sono più portati all’ortografia dei loro simili (alcune persone hanno delle disfunzioni lessicali, come la dislessia, che rende l’ortografia particolarmente ostica). Seppur si possa essere bravi in ortografia, può succedere di essere delle capre in altre cose, e viceversa se si è capre in ortografia si può essere geni in altre attività.

Confrontati con gli errori legati ai numeri, quelli di ortografia attirano di più l’attenzione. Quando Obama dichiarò di aver visitato 57 stati e che ne restavano ancora due da fare, tutti capirono, ad eccezione dei suoi più accaniti oppositori, che si trattava di un vuoto di memoria. Ma quando Dan Quayle (vicepresidente con Bush senior) dichiarò che “potato” si scriveva “potatoe”, la sua carriera giunse a fine, perché tutti pensarono che il vicepresidente fosse un cretino.

In Does Spelling Matter Simon Horobin, un professore di inglese al Magdalen College di Oxford, afferma che la gente non è sempre così intrattabile a proposito dell’ortografia. L’ortografia standard è venuta con il progresso tecnologico – cioè la tipografia che richiedeva un modo uniforme e condiviso di scrivere le parole. Così per grande parte del 18° e del 19° secolo l’ortografia fu appannaggio solo dei tipografi. La gente comune usava la propria nella corrispondenza privata e nei diari. Ciò valeva anche per i presidenti che erano piuttosto sciatti nell’uso delle parole. Abraham Lincoln, per esempio, sbagliava quasi tutte le parole compresi i nomi dei campi di battaglia della Guerra di Secessione (“Fort Sumpter” invece di “Sumter”); scriveva “inaugural” come “inaugeral” e confondeva “emancipation” e “immancipation.”

Fu solo nel 20° secolo, quando l’ortografia diventò curricolare nella moderna pubblica istruzione, che l’abilità a memorizzare il modo di scrivere determinate parole iniziò a ottenere una considerazione sociale.

Divenne immediatamente l’unità di misura dell’istruzione e dello status sociale – dice Horobin –. Esiste un equivoco su che cosa sia l’ortografia. È essenzialmente un test di memoria, un esercizio di apprendimento automatico, ma noi lo consideriamo molto più di questo.

Focalizzarsi sull’ortografia impedisce di apprezzare il contenuto

È solo da poche centinaia di anni che l’ortografia standardizzata regola la nostra comunicazione. Ci è stata molto utile. Pertanto penso che l’idea di abbandonarla, o rilassarci sul suo utilizzo, sia terrificante e costituisca il primo passo di un breve cammino verso il declino della nostra civiltà. Questo è palese, ma chiudo con due cose.

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La prima. La sciatteria viene incoraggiata piuttosto che dissuasa dai nostri dispositivi per scrivere, malgrado come abbiamo visto non mancano gli strumenti per tenere sotto controllo l’ortografia.

La seconda. Non ci sono poche prove scientifiche a dimostrare una correlazione tra il mispelling sui dispositivi elettronici e altre disfunzionalità linguistiche. Uno studio, infatti, mostra che i ragazzi che usano frequentemente il testese tendono ad essere migliori in grammatica di coloro che non lo utilizzano.

Tutto questo fa pensare che semplicemente diamo troppo peso all’ortografia e agli altri errori tipografici. Bisogna focalizzarci su ciò che uno scrive, non su come è l’ortografia. Horobin ha detto:

Si vede su Twitter. Quando qualcuno posta qualcosa di veramente terribile – razzista od omofobico – e un sacco di gente replica con un “aha”, noto che è stato usato malamente il pronome possessivo e pertanto in forza di quell’errore non vale la pena neanche di perdere tempo a replicare a quel contenuto perché chi lo ha scritto è una capra. Mi sembra che così non si sia afferrato il concetto. Un tweet razzista è un tweet razzista, che sia scritto bene o male.

Pertanto concentriamoci sul contenuto, non sull’ortografia.

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