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Die US-Notenbank Fed erhöht die Zinsen um 25 Basispunkte auf 3,75–4 %: die erste Erhöhung seit Juli 2023, und bis Ende des Jahres dürfte es noch eine weitere geben. Eine Herausforderung für Trump.

Il dot plot ha indicato una mediana compatibile con un altro rialzo nel 2026: è il segnale di una Fed che non considera conclusa la fase di restrizione monetaria, con l’obiettivo tassativo di portare l’inflazione al 2%.

Die US-Notenbank Fed erhöht die Zinsen um 25 Basispunkte auf 3,75–4 %: die erste Erhöhung seit Juli 2023, und bis Ende des Jahres dürfte es noch eine weitere geben. Eine Herausforderung für Trump.

La Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il costo del denaro nel range 3,75%-4%, e ha lasciato aperta la porta a ulteriori aumenti mentre la stessa banca centrale americana è impegnata nel cercare di mantenere l’inflazione entro il 2%. La decisione, attesa dai mercati che la quotavano col 93% di probabilità, è accompagnata da nuove proiezioni che indicano un altro rialzo entro la fine dell’anno per la maggioranza dei componenti del Fomc.

Il messaggio di Kevin Warsh, alla sua prima stretta da presidente della Fed (è il primo rialzo dei tassi dal 2023), è stato altrettanto importante del rialzo in sé: “C’è un solo obiettivo, ed è il 2%”, ha ribadito, escludendo l’ipotesi di un obiettivo di inflazione implicitamente più elevato. E ha aggiunto: “Questa Fed non vacillerà”, sottolineando l’impegno della banca centrale sulla stabilità dei prezzi.

Treasury, la curva resta sotto pressione

La decisione arriva dopo una forte correzione sul mercato obbligazionario americano. Il rendimento del Treasury decennale aveva toccato il 5,04% il 15 settembre, massimo dal 2007, prima di ripiegare verso il 5%. Il biennale, più sensibile alle aspettative sulla politica monetaria, si muoveva intorno al 4,65%, mentre il trentennale era salito sopra il 5,3%.

Dopo la decisione, i rendimenti hanno mantenuto i ribassi precedenti, mentre il dot plot ha indicato una mediana compatibile con un altro rialzo nel 2026. Per il mercato obbligazionario il segnale è quindi quello di una Fed che non considera conclusa la fase di restrizione monetaria. La dinamica della curva resta uno degli elementi chiave per gli investitori. Il rendimento a 10 anni, oltre a riflettere le aspettative sui tassi, incorpora infatti i timori legati all’inflazione, all’offerta di debito pubblico e al cosiddetto term premium.

Dollaro e Wall Street guardano alla prossima mossa

Auf dem Devisenmarkt il dollaro arrivava alla riunione già sostenuto. Il Dollar Index era salito a 99,65 alla vigilia della decisione, mentre il biglietto verde guadagnava lo 0,49% sullo yen a 155,11. L’euro era a 1,1539 dollari. La reazione del dollaro dipenderà quindi soprattutto dalla traiettoria dei tassi, più che dal rialzo ormai ampiamente scontato. Un percorso più lungo di restrizione monetaria può sostenere il rendimento degli asset denominati in dollari, mentre indicazioni di una pausa potrebbero ridurre parte del premio sui tassi.

Anche Wall Street guarda oltre la decisione odierna. Prima della decisione della banca centrale statunitense, l’indice Dow Jones aveva chiuso col +0,4%, meglio ancora aveva fatto il Nasdaq Composite con quasi l’1%, in una seduta condizionata dall’aumento dei rendimenti obbligazionari e dalle tensioni sul petrolio, ma sostanzialmente positiva anche per i listini europei.

Warsh: meno forward guidance, più dati

Il nuovo presidente della Fed ha ribadito la preferenza per una politica monetaria meno dipendente dalla forward guidance. “Gli operatori di mercato stanno imparando a giocare la palla, non l’arbitro”, ha detto, indicando la volontà di spingere gli investitori a concentrarsi sui dati economici invece che sulle indicazioni preventive della banca centrale. Warsh ha inoltre definito l’economia americana “sorprendentemente resiliente” e ha lasciato intendere che la Fed agirà ancora se necessario. Il problema per i mercati è ora capire quanto a lungo durerà la fase di stretta: “Questo è un periodo di riflessione vigile, non di attesa vigile – ha detto Warsh -. Non abbiamo la bacchetta magica, quando sarà necessario e appropriato, non esiteremo ad agire”.

Le proiezioni della Fed indicano un tasso al 4%-4,25% entro fine 2026, mentre l’inflazione PCE è stata rivista al 3,7% dal 3,6% stimato a giugno. Il ritorno al target del 2% è atteso soltanto nel 2029. Per Treasury, dollaro ed equity, il punto centrale non è dunque soltanto il rialzo di settembre. È la prospettiva di un costo del denaro destinato a rimanere elevato più a lungo, mentre la Fed cerca di raffreddare l’inflazione senza compromettere la resilienza dell’economia americana. Piaccia o no a Trump che aveva designato il muovo Presidente della Fed perchè abbassasse i tassi.

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