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Da LinkedIn a Fortnite e Yahoo: i big tech lasciano la Cina

Pixabay

Continua la grande fuga delle società tecnologiche americane dal mercato cinese. Questa volta è il turno di Yahoo e Fortnite, la versione cinese del videogioco di proprietà di Epic Games. A quanto pare, le politiche restrittive della libertà imposte dal governo cinese sono sempre più stringenti e non hanno lasciato altra scelta ai grandi big tech americani, nonostante il grosso bacino di utenti a cui sono costrette a rinunciare.

La versione cinese del famoso videogioco Fortnite di Epic Games ha smesso di funzionare dal 1° novembre, non è più possibile registrarsi o scaricare il videogioco, e dal 15 novembre la società disabiliterà completamente i server che ospitano il gioco in Cina. Forse molti non lo sanno ma Fortnite non era mai stato ufficialmente approvato dagli enti governativi cinesi: fu introdotto nel 2018 grazie a un accordo temporaneo tra Epic Games e il gigante cinese Tencent. A differenza della versione originale aveva un nome diverso, appunto Fortress Night, e conteneva alcune modifiche e censure anche nel suo funzionamento a causa delle restrizioni imposte dalla Cina sui videogiochi.

Epic Games non ha dato spiegazioni sulle ragioni della sua decisione, su cui hanno influito anche ragioni commerciali. Sicuramente alla base, la mancata approvazione ufficiale da parte del governo che impediva le “microtransazioni”. Dunque, il rinnovo della collaborazione tra Epic Games e Tencent non avrebbe potuto generare ricavi.

La Cina ha sempre avuto il pugno di ferro sul gaming, ponendo limitazioni molto stringenti sul consumo da parte di bambini e adolescenti. Recentemente ha limitato l’uso per i minori di 18 anni a un’ora al giorno, dalle 20 alle 21, esclusivamente il venerdì e nei giorni festivi. Inoltre, è stato posto, ai bambini al di sotto degli otto anni, il divieto di acquisti digitali (ossia le microtransazioni), per la fascia 9-16 anni c’è il limite di spesa a circa 7 euro a transazione e di 27 euro al mese, per la fascia dai 17 ai 19 invece 13 euro e 53 euro al mese. Un problema che non intacca solo i giovani, ma soprattutto le imprese dato che la maggior parte di titoli con microtransazioni è del Dragone.

Ma non è tutto. Il governo ha predisposto anche delle nuove linee guida per l’approvazione dei videogiochi. Dovrà valutare se il gioco viola le leggi cinesi, diffonde segreti di Stato, incoraggia il gioco d’azzardo e la violenza, o istiga i minori all’autolesionismo. Altro punto scottante riguarda la rappresentazione di relazioni romantiche e omosessuali, di fatto proibite: se il regolatore non riesce a capire sin dall’inizio il genere del personaggio, esso viene considerato come problematico. Ulteriori attenzioni saranno dedicate alla rappresentazione delle vicende storiche, con zero tolleranza verso rappresentazioni alterate rispetto alla storia cinese, ed a questioni religiose.

Ma perché questo accanimento del governo cinese sull’industria del videogioco? Il Partito Comunista Cinese ha definito i videogiochi un “oppio spirituale”, specie per i più piccoli, mosso dal solo profitto a discapito del benessere sociale. La dipendenza dal gioco è un tema sensibile che con la rivoluzione digitale potrebbe esplodere in un problema ancora più serio. In Cina poi è molto sentito. Secondo uno studio condotto da una compagnia che si occupa di servizi cloud, la Limelight Networks, i giocatori cinesi detengono il record di numero di ore giocate a settimana, attestandosi su una media di 12.4 ore settimanali contro la media globale di 8.5.

Dunque, dietro a queste restrizioni ci sarebbero motivazioni “nobili”. Tuttavia, non è la prima volta che la Cina prende una posizione autoritaria, anzi spesso è stata accusata di violare la libertà individuale dei suoi abitanti, andando ad intaccare anche l’economia del Paese.

Ma anche la Cina ha fatto la sua parte. Negli anni 2000, la diffusione del mercato videoludico con internet aveva portato il governo cinese a vietare la produzione e distribuzione delle console straniere sul territorio. Un blocco revocato nel 2015. Nel frattempo, però, c’è stata l’esplosione degli smartphone in Cina, e grazie alla sua facilità di utilizzo una delle poche piattaforme su cui giocare. E per sfruttare al meglio le caratteristiche del gioco dal mobile, l’industria videoludica cinese è stata tra le prima a sviluppare modelli gratuiti per giocare, utilizzando pratiche di microtransazioni, andando a creare dipendenza e assuefazione.

Tornando ad oggi, Fortnite non è la sola. Anche Yahoo ha lasciato la Cina dal 1 novembre. Si tratta della seconda grande azienda tecnologica degli States che nelle ultime settimane ha deciso di ridurre le sue operazioni in Cina, dopo LinkedIn di Microsoft, l’ultimo grande social network statunitense ancora attivo nel Paese (Facebook e Twitter hanno abbandonato il mercato già da anni). La causa è un “ambiente operativo notevolmente più difficile da gestire e le maggiori restrizioni imposte”. Tuttavia, è però stata annunciata una nuova versione della piattaforma, adeguata ai criteri della Cina. 

“Yahoo rimane impegnata nei diritti dei nostri utenti e in un Internet libero e aperto. Ringraziamo i nostri utenti per il loro supporto”, si legge in una nota. Aveva già avviato un percorso di ridimensionamento delle sue operazioni, tanto che nel 2015 aveva chiuso il suo ufficio di Pechino. Il suo ritiro però è puramente simbolico dato che diversi servizi di Yahoo e il portale web sono stati bloccati nel Paese dal “Great Firewall” e sono visibili solo attraverso l’adozione di VPN.

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