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Cinema: “2001 Odissea nello spazio” torna 50 anni dopo

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Questa settimana vi parliamo di un film di ieri, di uno per oggi e uno per domani. Sono trascorsi appena cinquanta anni, eppure rimane il pilastro del cinema contemporaneo, in grado di fornire una eccellente chiave di lettura di quanto è successo in questo mezzo secolo e di quanto potrà ancora avvenire. È stato catalogato come genere di fantascienza quando invece ha affrontato l’antropologia, la scienza, la letteratura e la musica come poche altre volte è avvenuto nella storia del cinema. Parliamo di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, uscito nelle sale nell’aprile del 1968 e riproposto al recente Festival di Cannes in versione analogica restaurata e stampata in 70 mm con la supervisione di Christopher Nolan (recente il suo Dunkirk).

La stessa versione è in distribuzione nelle sale italiane come evento speciale. Per chi non vi potrà partecipare, è disponibile in formato Ultra HD 4K con Blu Ray. Da collocare nella propria biblioteca alla pari dei libri preziosi che ognuno conserva gelosamente. Nel merito del film, è stato detto e scritto tutto lo scibile cinematografico e, per chi è interessato ad approfondire non rimane che l’imbarazzo della scelta. Segnaliamo un suo testo fondamentale: “Non ho risposte semplici” dove espone tutta la sua visione del fare cinema.

Per tornare ai giorni nostri e cercare di capire cosa succede in Europa, quali sono le sensibilità e gli interessi cinematografici prevalenti, vi proponiamo un film anomalo quanto importante, vincitore del premio alla regia di Cannes: Zimna Wojna (Cold War). Una vicenda tragica, grigia e drammatica: è la storia di Viktor e Zula nella Polonia del secondo dopoguerra. Due anime, due corpi che si incontrano sulle note del pianoforte e si cercheranno vagando per l’Europa che cerca di ricostruire una sua identità travolta dalle macerie del grande conflitto, in un clima prima rovente e poi freddo dei confini politici chiusi e impenetrabili. Tutto questo è il film di Pawel Pawlikowsky premio per il miglior regista al recente Festival francese. Tutto meritato, tutto giusto, tutto equilibrato nell’assegnare il riconoscimento a chi sul grande schermo riesce ancora a portare, nell’insolito formato quadrato del 4/3, in bianco e nero, la tragedia umana in tutta la sua semplicità, in tutta la sua naturalezza. I due protagonisti si amano al di sopra di ogni limite, di ogni barriera, di ogni convenienza e sul filo di questo amore, accompagnato da luoghi e musica di forte suggestione, si consumerà la loro storia.

Si tratta di un film che riporta indietro ad un modo di fare cinema desueto, per certi aspetti antico. Non solo e non tanto per l’uso del bianco e nero che potrebbe anche apparire una sofisticata quanto aristocratica maniera di raccontare per immagini, dove le sequenze non hanno nemmeno una dissolvenza, tutto a stacco. Non solo per la totale assenza di fronzoli, di artifici, di effetti più o meno speciali (è curioso osservare che mentre a Cannes questo film vinceva per la regia, come abbiamo scritto prima, ricorrevano i 50 anni del capolavoro di Kubrick che degli effetti speciali è stato l’artefice dell’era contemporanea). È dunque un modo di fare cinema ancora originale, essenziale quanto funzionale (termine improprio ma forse rende bene l’idea) a raccontare per immagini i sentimenti fondamentali, primo fra tutti quello sull’amore.

Rimaniamo in Europa e scendiamo a valle, verso l’Italia e cerchiamo di capire perché Lazzaro felice, di Alice Rohrwacher ha vinto un premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 2018 (ancora per poco nelle sale). La storia ci riporta ad alcuni decenni addietro, in una Italia dell’appennino centrale dove sopravvive una comunità di contadini ancora legati ad un contratto di mezzadria di stampo medioevale. Tra loro, spicca un personaggio, Lazzaro (un ottimo Adriano Tardiolo, pure se ha lavorato con poche espressioni) forte della sua infinita e genuina bontà. Quel mondo presto finisce, con l’intervento dei Carabinieri, e tutta la comunità si disgrega e si ritrova, in parte, in città dove però nulla è cambiato nella loro drammatica condizione esistenziale. Lazzaro continua ad essere buono, ma non è sufficiente, il mondo intorno a lui è cattivo, fortemente cattivo e crudele, quanto lui stesso non potrà mai immaginare.

L’elegia della vita bucolica che la regista ci propone (già vista nel suo precedente lavoro Le meraviglie del 2014) non regge a fronte della sovrapposizione con un modello, una visione di contemporaneità metropolitana complessa quanto drammatica. L’innesto del dramma degli immigrati che svendono il loro lavoro pur di sopravvivere appare sgrammaticato in un contesto narrativo che vorrebbe ispirarsi al sogno, alla fantasia. Il film non sembra reggere, è una pellicola che vince ma non convince. La sceneggiatura per la quale è stato premiato Lazzaro felice zoppica in molti punti e sembra più una concessione ai riferimenti colti che contiene (da Monicelli a Fellini) piuttosto che per meriti propri. Per il resto, spesso e volentieri, si lascia andare al solito tentativo di sedurre lo spettatore con inquadrature ad effetto, già viste e riviste tante volte.

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Categories: Cultura