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Chiara Casarin: “Così scoprimmo il cavallo del Canova”

In un silenzio da pomeriggio d’estate nella città del “Ponte vecchio” progettato da Andrea Palladio e prima terra di dominio longobardo, franco, della famiglia degli Ezzelini e poi governo della Serenissima dal 1404 fino alla sua caduta, incontriamo la direttrice dei prestigiosi musei civici: Chiara Casarin.

Quando si arriva a Bassano del Grappa non è difficile cogliere in essa una stratificazione di storia che convive benissimo, quasi da renderla immobile e con quel fascino che pur nascondendo diversi conflitti, ora tace per sempre.

Oltrepassato il chiostro del Museo Civico ci accoglie Chiara Casarin, direttrice dei Musei della città e con lei tutte le collezioni con opere da Antonio Canova, Jacopo Bassano e figli, Giambattista Tiepolo, Giambattista Piazzetta fino a Alessandro Magnasco, il Guariento, Longhi e Artemisia Gentileschi. Ma è solo una parte di ciò che raccoglie, custodisce, tutela ed espone questa importante fonte di storia e cultura.

Conosco Chiara da tempo e per l’informalitá che ci unisce, dividiamo prima un caffè alla macchinetta  e qualche istante di ricordi nel giardino interno per poi salire nel suo studio dove dipinti antichi e contemporanei e arredi settecenteschi fanno da custodi a questo tempio.

Chiara prima di dirigere questo museo, due anni fa, ha avuto una lunga e importante esperienza ma sempre con una visione e un approccio molto contemporaneo che mi viene da chiamarla la più “giovane” direttrice di musei civici.

Direttore ci racconta un po’ quali sono gli elementi fondamentali che caratterizzano la sua attività?

La mia attività professionale è sempre preceduta da ricerca e formazione. Il mio interesse negli ambiti museologici e museografici relativi all’arte contemporanea e la pubblicazione di saggi, articoli e cataloghi è fondante per l’attività che svolgo dal momento del conseguimento della laurea e del dottorato di ricerca. E’ mio particolare intento proseguire nell’indagine delle modalità in cui l’arte di ogni tempo possa essere valorizzata tramite i linguaggi più recenti approfondendo le tematiche che pongono in relazione la direzione museale nelle sue molteplici forme di conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio affiancandola a un costante aggiornamento sulle nuove tecnologie. Il mio obiettivo professionale non è semplicemente quello di restituire alle future generazioni il patrimonio storico e artistico così come lo abbiamo ereditato ma restituirlo meglio, valorizzato e arricchito di studi, aggiornato e reso accessibile al pubblico più vasto perché il museo non è un contenitore ma deve essere inteso come processo di crescita e produzione culturale costante.

Quali sono le linee guida che sta perseguendo?

Innanzitutto valorizzare le caratteristiche del museo cittadino, le collezioni, gli archivi e tutto ciò che lo rende unico. Perciò, accanto a programmi che mettono in luce patrimoni già esposti nei percorsi permanenti, presentare per il prossimo anno una mostra dedicata ad Albrecht Dürer e le sue incisioni presenti nel nostro museo di Palazzo Sturm all’interno della grande e strepitosa collezione Remondini. Per il numero di incisioni di Albrecht Dürer che il Museo conserva, ben 215, siamo secondi solo all’Albertina Museum di Vienna. Accanto alle grandi mostre abbiamo una programmazione continua in tutti i nostri siti, da Palazzo Bonaguro alla Chiesetta dell’Angelo, tutti però hanno una linea ben precisa. Ospitiamo eventi dall’arte alla musica, un significativo ruolo mi piace darlo alla contemporaneità che ritengo sia utile per avvicinare le nuove generazioni.

Sogno o realtà, qual’è la cosa che più le sta a cuore oggi?

Quando arrivai qui nel 2016 ed esattamente il 1 agosto, un dipendente del museo che lavorava qui da 40anni stava per andare in pensione e si offrì di farmi fare un giro di tutti le realtà museali in seno alla direzione che mi apprestavo a prendere. Andammo a Palazzo Bonaguro dove vidi delle casse di legno non chiuse, mi incuriosiva sapere cosa fosse stato messo al loro interno, è così mi raccontò che nel lontano 1968, l’allora direttore dei musei, propose agli enti ministeriali lo ‘smontaggio’ a pezzi di un grande gesso. Ma l’opera originale, che si può vedere dalla documentazione e dalle foto non era una prova di un banale scultore, si trattava invece di un’opera unica di Antonio Canova. La notizia mi sembrò subito straordinaria e decisi di approfondirne lo studio in ogni suo dettaglio storico e artistico. Ripresa tutta la documentazione (in tutta Italia e all’estero) e avuto la conferma che l’opera era di Canova, trovai dei saggi in cui si sosteneva che l’ opera in gesso era il modello preparatorio per un monumento, destinato a Ferdinando I per la piazza del Plebiscito a Napoli. Proseguendo gli studi e assottigliando l’osservazione dei frammenti la cosa non mi convinse, la criniera del cavallo in bronzo attribuito a Canova nella grande piazza della città, non era la stessa, nemmeno la coda. Questo ci ha portato a proseguire le indagini, con molta probabilità si tratta di un altro cavallo. Attendiamo solo le ultime specifiche poi saremmo in grado di decidere. Ora con le nuove tecnologie che abbiamo a disposizione e traendo dalle scansioni le diverse misure dei pezzi del gesso saremo in grado di ricostruire il grande modello in forma tridimensionale e questo consentendoci poi di realizzare il bronzo monumentale (di quattro metri e mezzo per cinque) e magari con l’aiuto di mecenati che desiderano partecipare al progetto, collocarlo nella città dove sono custodite le sue memorie.

Credit Image: PhEsci

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Categories: Arte