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Cerps: “Sul debito occorre una ricetta sistema, basta palliativi o cerotti”

Un fantasma s’aggira per l’Europa: il debito. Colpisce i governi, s’insinua nei conti bancari, corrode la fiducia. Una moderna peste che “finora è stata affrontata solo con palliativi o cerotti, caso per caso, nell’illusione che si potesse isolare. Al contrario, urge una ricetta di sistema”. Parla così Cinzia Alcidi, ricercatrice del Cerps di Bruxelles, stretta collaboratrice di Daniel Gros, uno degli economisti che per primo ha lanciato l’allarme sul “gap” di capitali delle grandi banche europee.

Che cosa intende per ricetta di sistema?

In questi anni si è cercato di affrontare le singole situazioni di crisi senza andare alla radice del problema. Nel frattempo la mole dei debiti è cresciuta e si è ramificata, passando dalla finanza pubblica alle grandi banche e viceversa. Oggi è a rischio la stessa stabilità finanziaria. Quando parliamo di banche francesi siamo di fronte ad istituti di dimensioni superiori a singoli Stati.

Ma senza un capitale sufficiente…

In questi anni le banche sono cresciute assai più in fretta delle dotazioni di capitale necessarie. Inoltre i loro bilanci si sono gonfiati di titoli di Stato frutto del crescente indebitamento dei Paesi. Lo stretto legame tra banche e Stati è tale che siamo di fronte, parlando di indebitamento pubblico e del credito, a due facce dello stesso problema.

Almeno in questo le banche italiane stanno meglio.

Il modello più conservativo delle aziende italiane si è rivelato più adatto ad affrontare la crisi. Ma nel caso italiano pesa la stretta dipendenza dal portafoglio dei titoli di Stato domestici. Per questo, quando c’ è stata l’accelerazione della crisi, le banche hanno pagato un prezzo altissimo: a luglio le banche italiane sono state letteralmente tagliate fuori dal circuito interbancari. Nessuno prestava più un euro agli istituti italiani, senza alcuna distinzione o considerazione sullo stato di salute della banca. Solo la Bce ha evitato conseguenze devastanti.

Da allora la situazione non è certo migliorata a giudicare dallo spread tra Btp e Bund. O no?

Non è un problema di sola finanza. In genere, quando una grande azienda va ad indebitarsi sul mercato dei capitali, viene applicato un differenziale almeno pari a quello dello Stato di appartenenza. Ovvero le aziende italiane oggi hanno un “gap” di quattro punti abbondanti rispetto a quelle tedesche.

Come se ne esce?

Diciamo che a luglio la crisi è entrata in una nuova fase. I mercati hanno preso atto che le probabilità di salvare la Grecia erano molto ridotte. Perciò è stata messa sotto esame la comunità nel suo insieme. Ovvero i mercati hanno messo nel mirino un Paese di importanza sistemica, con un forte debito pubblico. L’Italia, da questo punto di vista, è un tassello molto importante. L’Europa in quanto tale non può fare a meno dell’Italia. Ma c’è un ma.

Cioè?

L’Italia è troppo grande per poter essere salvata dal resto dell’Europa. Perciò deve salvarsi da sola. Assieme agli altri beninteso.

Ci vuole un’altra manovra?

Non è questione di nuovi provvedimenti, ma di credibilità. Prima di pensare a nuove soluzioni, sarebbe necessario tradurre in atti tutto quel che è già stato annunciato. La mancanza di credibilità rende la situazione molto difficile da gestire.

E’ in vista, a suo avviso, qualche nuova mossa in sede comuniatria?

Mi sembra che, al solito, l’attenzione sia concentrata sulla scadenza più imminente: il voto del Parlamento tedesco sul fondo salva Stati il prossimo 29 settembre. Più in là, per ora, non si guarda.

In attesa del prossimo cerotto…

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