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Brasile, elezioni presidenziali: Lula prepara il grande ritorno per chiudere l’era Bolsonaro

FIRSTonline

Lo scorso 2 febbraio mancavano esattamente 8 mesi alle elezioni presidenziali brasiliane, che probabilmente chiuderanno l’era Bolsonaro (non senza tensioni, c’è anche chi pronostica una uscita di scena in stile Capitol Hill), consegnando alla prima economia del Sudamerica il ritorno di uno dei leader più amati (e poi più contestati) da queste parti: il 76enne Lula, fondatore del PT (Partito dei lavoratori) e già presidente del Brasile dal 2003 al 2011.

Lula al momento non è formalmente candidato, ma i sondaggi lo darebbero ampiamente vincente già al primo turno, con il 44% delle preferenze contro il 24% accreditato al presidente uscente Jair Bolsonaro, dell’estrema destra. “Che sia io o no il candidato – ha di recente dichiarato Lula in un’intervista al Corriere della Sera, nella quale ha anche auspicato un ritorno a legami più stretti con la Ue – ho sempre lavorato e sempre lavorerò affinché il Brasile torni a essere di tutti i brasiliani e che nessuno qui abbia a soffrire la fame”.

Lula ora piace ai mercati e alla comunità internazionale

La verità è che tutti gli indizi portano al grande ritorno. Persino il sorprendente endorsement dei mercati finanziari, in passato ostili alla gestione statalista dell’ex leader sindacalista, ma oggi secondo il quotidiano Valor Economico sostenitori del suo appeal globale: la comunità internazionale, infatti, ha da tempo scaricato Bolsonaro, colpevole di una gestione scellerata della pandemia (il Brasile ha il 70% di vaccinati con due dosi grazie alle iniziative dei governatori locali, ma Omicron sta dilagando e i morti sono oltre 600 al giorno), mentre con Lula si riaprirebbe una stagione di dialogo anche sull’agenda climatica, dopo che l’attuale governo ha favorito la deforestazione della foresta amazzonica. L’anno scorso, per dare l’idea dell’emergenza, a causa degli incendi in alcune aree dell’Amazzonia è stata rilasciata più CO2 che ossigeno.

Il problema dell’inflazione in Brasile

Ma l’agenda di Lula sarà fitta soprattutto sul fronte economico. Che Paese gli sta lasciando in eredità Bolsonaro? Un Brasile contraddittorio, con il grande spauracchio dell’inflazione che rallenterà la crescita del Pil, innescando possibili tensioni sociali proprio a ridosso della tornata elettorale. Sul fronte finanziario le cose andrebbero anche bene: nel mese di gennaio l’indice borsistico Bovespa ha guadagnato il 7%, la crescita migliore da dicembre 2020, trainato dagli investimenti esteri e dal rialzo delle materie prime, in particolare del petrolio, che ormai viaggia sui massimi dal 2014, a beneficio di Petrobras, ma anche di caffè, cacao e zucchero.

In calo invece l’indice di fiducia delle imprese, ma soprattutto a preoccupare è l’inflazione. Il Brasile ha chiuso il 2021 con un aumento dei prezzi al consumo di oltre il 10% su base annua, il quarto dato più alto tra i Paesi sotto osservazione, dietro solo ad Argentina, Turchia e Estonia (oltre ovviamente che del Venezuela, che viaggia sul 700%). Il dato è superiore a quello di altri grandi Paesi latinoamericani (Cile e Messico intorno al 7%, ad esempio), alla media del G20 (+5,9%) e a quella dell’Eurozona (meno del 5%). Una inflazione così alta, insieme al rallentamento della domanda cinese, minaccia il rimbalzo del Pil, che nel 2021 ha segnato +4,65% ma le cui previsioni per il 2022 sono state stroncate dalla Banca Mondiale, dal 2,5% all’1,4%.

I primi effetti sul costo della vita già si vedono: la risalita del petrolio (che è in zona 90 dollari al barile) giova agli azionisti di Petrobras ma ha fatto sì che per la prima volta un litro di benzina sia arrivato a costare 8 reais (ad Angra dos Reis, nello Stato di Rio de Janeiro), l’equivalente di circa 1,3 euro, mentre la norma fino a poco fa era intorno all’euro al litro.

Che fine ha fatto l’accusatore di Lula?

In questo contesto, Lula sembra destinato a tornare su quella poltrona che ha lasciato il 1° gennaio 2011, prima di farsi travolgere insieme a mezzo partito dalla Tangentopoli brasiliana. Ora però le cose sono cambiate. Recentemente è stato definitivamente archiviato il caso Triplex, per il quale Lula era stato inizialmente condannato a 12 anni di reclusione (di cui 580 giorni già scontati), salvo poi l’annullamento della sentenza (il processo sarebbe dovuto ricominciare da zero, ma nel frattempo è intercorsa la prescrizione) perché secondo la Corte Suprema non era opportuno che il caso fosse giudicato dal magistrato Sergio Moro, protagonista della Mani pulite brasiliana (Lava Jato) e nel frattempo diventato anche Super Ministro della Giustizia con Bolsonaro, poi dimessosi.

L’ironia della sorte vuole che adesso sia proprio Moro, il grande accusatore di Lula, a trovarsi in difficoltà. Recentemente, infatti, il magistrato più famoso del Brasile è finito nell’occhio del ciclone per un presunto conflitto d’interesse, dopo che è stata scoperta la sua firma su un ricco contratto di consulenza (da 24.000 dollari netti al mese) con la società statunitense Alvarez&Marsal, che presta servizi proprio ad alcune imprese coinvolte nella Lava Jato. Inoltre, il progetto politico di Moro, la cosiddetta della “terza via”, non sta decollando: candidatosi alle prossime presidenziali per offrire un’alternativa al dualismo Lula-Bolsonaro con la formazione centrista Podemos, i sondaggi lo danno appena all’8%, lontanissimo persino da Bolsonaro e alla pari con Ciro Gomes, ex ministro con Lula e oggi leader del partito socialdemocratico.

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