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Bestseller del passato: Achille Campanile, l’artigiano dell’umorismo

Campanile sta per umorismo. Che la comicità e l’umorismo siano materia difficile è risaputo, ma solo fra gli addetti ai lavori, non dalla gente comune. Molti credono che sia facile far ridere, sia sui libri che alla televisione o al cinema. Ma non è così. Anzi, forse è più difficile far ridere che comporre testi o filmati “seri”. La risata è certamente una dinamica spontanea, che viene da sé, ma va suscitata, stimolata e preparata adeguatamente. Richiede molto lavoro, grande cura dei dettagli, particolare attenzione ai tempi, inesauribile creatività e un lungo apprendistato, affinché possa divenire efficace e produrre gli effetti desiderati.

Inoltre rispetto agli altri “generi”, come il “giallo”, il “romantico”, l’“avventuroso” e via dicendo, quello “comico-umoristico” ha un pubblico nettamente minore, più colto e raffinato, dipende anche dal tipo di umorismo e dall’autore che lo esercita, ma numericamente più esiguo. Pertanto, parlando di best seller, una tiratura anche più limitata di altre, ma conseguita in questo settore, appare più significativa e rilevante di altre, data la platea “ridotta” di lettori.

Sotto questo punto di vista, nel nostro paese una figura emblematica del genere comico-umoristico, e qui ci sarebbe caso mai da discettare sulla differenza fra i due aggettivi, ma sorvoliamo, fu quella di Achille Campanile: sicuramente uno dei maestri del genere, quello dal quale hanno poi preso spunto molti altri autori.

Il clamoroso successo iniziale

Achille Campanile in una caricatura dell’amico Augusto Camerini

Iniziò quasi all’improvviso con un libro Ma che cosa è questo amore, che riscosse un successo assolutamente inatteso e molto superiore alle previsioni. Il libro era uscito a puntate nel 1924 su un giornale cui l’autore, allora ventiquattrenne, collaborava saltuariamente. Siccome le sue cose piacevano, l’editore Dall’Oglio decise di raccogliere i vari “pezzi” e farne un libro. E nel 1927 lo pubblicò con una tiratura di 2.000 copie. Questa era la previsione di uno dei più importanti editori dell’epoca!

In pochi giorni la tiratura si esaurì e se ne dovettero approntare in tutta fretta altre, e poi altre ancora, per un insieme di 80.000 copie in due soli anni. Ulteriore riprova, qualora ce ne fosse bisogno, della difficoltà, se non della impossibilità, di fare previsioni attendibili in materia di diffusione di libri!

Grazie a questo best seller, Campanile divenne l’autore cult del genere.

I caratteri dell’umorismo

Il primo incredibile successo di Achilla Campanile. L’editore ne tirò 2000 ma la richiesta fu tale che in due anni ne dovette tirare altre 78mila

La produzione successiva

La spassosa copertina di Agosto moglie mia non ti conosco della edizione BUR degli anni Settanta

Campanile seppe evitare questo rischio e il suo umorismo rimase su livelli alti. Tuttavia le opere successive persero un po’ dello smalto e del fascino iniziali. O quanto meno si giovarono in misura minore delle novità apparse nell’opera prima. Piacevano, sì, ma in un tono minore, che le tirature ben evidenziano. Se del primo volume, Ma cos’è questo amore ? uscito nel 1927, si diceva, si vendettero 80.000 copie in due anni, e poi molte altre in seguito, degli altri libri di quegli anni, Se la luna mi porta fortuna del 1928, Giovinotti non esageriamo del 1929, Agosto moglie mia non ti conosco del 1930, In campagna è un’altra cosa ( c’è più gusto) del 1931 e altri, si raggiunsero nello stesso periodo le 30–40.000 copie a titolo.

Lui nel frattempo continuava a lavorare con regolarità, pubblicando le sue opere anno dopo anno, e lo ha fatto per tutta la vita, caratterizzando e personalizzando il suo particolare tipo di umorismo, infarcito di quella vena surreale, con la quale è passato alla storia.

In seguito ha allargato la sfera d’azione della sua arte. Ha attraversato la narrativa, il teatro, la radio, il cinema e, ultime in ordine di tempo, la televisione e la pubblicità: un’attività continua, insomma, concretizzatasi in una produzione forte di oltre cinquanta titoli, senza contare i soggetti, le sceneggiature e gli adattamenti per il cinema. Tutto questo gli ha consentito di ritagliarsi un posto non secondario nella letteratura del Novecento.

La vita

Il giovane Achille nella redazione di “La Tribuna” dove, sotto la direzione del padre, Gaetano Campanile Mancini, iniziò la sua carriera di giornalista


Ma vediamo un po’ chi era Achille Campanile.

Nasce a Roma nel 1900, da un giornalista di rilievo, Gaetano Campanile, capo-redattore del quotidiano “La Tribuna”. Il giornale è all’epoca uno dei maggiori a livello nazionale, ha una storia illustre, è nato nel 1883, è passato non senza polemiche per gli eventi principali del paese e in certi periodi si è posto come la fonte di informazione più autorevole, con tirature che hanno raggiunto anche le 200.000 copie giornaliere. Chiuderà definitivamente nel 1946.

Il padre è anche sceneggiatore e regista cinematografico. Il figlio Achille cresce pertanto in un ambiente stimolante, che poi diverrà quello suo d’elezione.

L’ingresso nella vita lavorativa è tuttavia in una direzione diametralmente opposta. Entra infatti giovanissimo nel mondo della burocrazia statale, come impiegato al ministero della marina, ma vi rimane per pochissimo tempo. Il suo ambiente non è quello impiegatizio: quello caso mai diverrà oggetto di scherno, di ironia e di risate, materia privilegiata per la sua “arte”.

Lasciato l’impiego statale, è naturale per lui entrare nel giornale dove lavora il padre, “La Tribuna”, e inizia la carriera come correttore di bozze. In seguito passa ad altre testate prima come cronista, poi con ruoli sempre più importanti. La sua predilezione, più che alla cronaca spicciola, va verso la sua trasposizione comica. E’ lì che sa dare il meglio di sé, con un titolo, una battuta, una gag, un rapido dialogo. E i grandi nomi che lavorano nel giornalismo non possono disconoscere le sue doti, la sua bravura, la sua qualità.

Ma che cos’è questo amore?

Lo scrittore durante la cerimonia della premiazione del Premio Viareggio del 1932 vinto dallo scrittore con “Cantilena all’angolo della strada”, una raccolta di molti dei suoi scritti giornalistici

Ma che cos’è questo amore? lo proietta ai vertici del mercato editoriale, non solo e non tanto per la tiratura raggiunta, che all’epoca non è certo poca cosa, e non lo sarebbe nemmeno ai nostri giorni, quanto per il fatto che è conseguita nel difficile settore dell’umorismo e della comicità.

Nel 1932 segue come giornalista il giro d’Italia, meritandosi anche lì elogi e apprezzamenti con i vari articoli che poi confluiscono in un libro.

A 33 anni vince il premio Viareggio con Cantilena all’angolo della strada, una raccolta di saggi, riflessioni e considerazioni, che però piacerà più alla critica che al grande pubblico.

Autori come Cesare Zavattini, Giorgio Zucca, Giovanni Mosca, Giovanni Guareschi e altri tentano lo stesso genere e incontrano una buona accoglienza presso i lettori, ma il maestro indiscusso rimane lui. Anche Pirandello lo conosce e lo stima, e perfino Montale, all’epoca perfetto sconosciuto, che sa però vedere e capire la raffinatezza della sua arte. E poi Silvio D’Amico, Emilio Cecchi e tanti altri rimangono ammaliati dalla bellezza della sua arte, fino a Umberto Eco, che firma la prefazione di alcune sue opere e contribuisce a farlo riscoprire negli anni Settanta.

Campanile nel frattempo collabora a spettacoli radiofonici, teatrali, cinematografici e, quando verrà il suo momento, persino televisivi.

Suoi lavori compaiono nei cartelloni di molti teatri, recitati da compagnie di prim’ordine, diretti da registi di peso. Talvolta vengono criticati e persino contestati, e se lui sa attirarsi elogi sperticati, deve subire anche critiche di segno opposto. Ma le sue opere continuano ad essere rappresentate anche all’estero. Uno dei pochi.

Una pausa nel dopoguerra

Il nuovo look di Campanile dopo il trasferimento da Roma a Velletri. Non più bombetta e monocolo, ma una lunga barba incolta a frate cappuccino

Dopo la guerra la sua comicità passa in second’ordine, quello è il periodo della ricostruzione, sono anni di duro lavoro e di scarsa materia per la sua arte.

La nascita della televisione gli apre nuovi e inusitati spazi. Oltre ai testi per altri appare anche di persona in qualche trasmissione, con risultati tutt’altro che disprezzabili.

Tiene persino una rubrica di critica televisiva su “L’Europeo”, dove esprime giudizi trancianti che lasciano il segno e difficilmente mancano il bersaglio. Continua frattanto la sua opera di autore, lavora anche per la pubblicità, e si impegna persino sulla saggistica della materia.

Nei primi anni Sessanta abbandona Roma e si trasferisce a Velletri. Lui, e soprattutto la moglie, prediligono la campagna alla città, dispersiva e rumorosa. Adotta un nuovo look, e da elegante signore col monocolo e vestiti di sartoria si trasforma in vegliardo dalla barba lunghissima e candida come la neve.

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Tuttavia proprio negli ultimi anni si apre una nuova stagione di consensi, come ai suoi esordi. Il suo umorismo torna di nuovo alla ribalta, grazie soprattutto alla riscoperta che ne fa Umberto Eco, e vince alcuni premi letterari. Fra questi il più apprezzato è indubbiamente quello di Viareggio, conseguito per la seconda volta nel 1973, a 40 anni esatti dal primo. Cosa mai avvenuta in precedenza.

Muore nel 1977 all’età di 77 anni, dopo una vita dedicata interamente al genere comico-umoristico, del quale rimane a tutt’oggi un nome dal quale non si può assolutamente prescindere.


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