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Usa, tasse in arrivo ma Biden e Yellen vogliono l’ok del G20

Wikimedia Commons Gage Skidmore

Altro che cento giorni. Sono passati poco più di due mesi dall’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca per disegnare una politica economica nuova, in forte contrapposizione a quella di Donald Trump nella convinzione, per usare le parole di Janet Yellen, che “negli ultimi quattro anni abbiamo visto in diretta che cosa succede quando l’America si ritira dalla scena mondiale. America First non può essere l’America da sola”. E così, parlando a Chicago, Yellen, cioè l’anima forte dell’amministrazione, ha scagliato una terza freccia al suo arco: “Intendiamo lavorare con i Paesi del G20 per individuare un livello minimo di tassazione sulle società che possa metter fine alla corsa al ribasso ai danni degli Stati”.  

Si chiude così il cerchio. Biden ha per prima cosa approvato un robusto pacchetto di misure per il breve termine: 1.900 miliardi, pari all’8% del Pil, che si sono tradotti in un forte stimolo ai consumi per le famiglie, gratificate dalla distribuzione di 1.400 dollari per cittadino. La seconda mossa è stata l’approvazione del pacchetto, pari a 2.300 miliardi di dollari, che nei prossimi otto anni farà da leva agli investimenti in infrastrutture necessarie per sostenere la sfida con la Cina ed al mega impegno nell’istruzione e nel welfare. Adesso, terza tappa si delinea la risposta alla domanda cruciale: chi pagherà questo sforzo che ricorda per dimensioni, il New Deal di Franklyn Delano Roosevelt?

In una prima fase sarà inevitabile un aumento del debito accompagnato da un aumento del costo del denaro. Ma la cosa non preoccupa perché la maggior richiesta di dollari avverrà a fronte di una ripresa economica che si annuncia molto robusta. 

In parallelo, oltre alla cancellazione di alcuni sgravi fiscali, verrà aumentata la corporate tax dal 21 al 28% (comunque meno del 35% dell’era Obama) invertendo così le disposizioni di Donald Trump. Aumenteranno anche le tasse sui redditi, ma solo per chi vanta un imponibile superiore ai 400 mila dollari.

Infine, ma non meno importante, la battaglia per far pagare le tasse a tutti, comprese le società che oggi possono contare su strumenti di elusione del fisco grazie ai paradisi fiscali. “Si tratta – parole della ministra del Tesoro- di assicurarsi che i governi dispongano di sistemi fiscali stabili che abbiano mezzi sufficienti per investire nei servizi essenziali e rispondere così in maniera adeguata alle crisi”.  Di qui l’obiettivo di un’alleanza internazionale tra gli Stati per impedire che Gafa (Google, Amazon, Facebook e Apple) e gli altri colossi possano nascondere i profitti al fisco in Paesi compiacenti. Dice ancora Yellen:”Il presidente invita ad un rinnovato impegno internazionale in cui si riconosca la necessità di uno sforzo comune per metter fine all’erosione delle entrate fiscali”.

Il quadro è ancora in movimento. In realtà Biden è partito a testa bassa contro le multinazionali Usa. “Nel 2019 – ha detto – 91 società dell’indice Fortune 500, le più importanti del mondo compresa Amazon hanno utilizzato ogni possibile espediente per non pagare un solo centesimo di imposte sul reddito. Non voglio esser punitivo, ma così non va: un pompiere o un insegnante pagano il 22%, perché Amazon nemmeno un dollaro?”. Di qui l’intento proclamato dal presidente di imporre un’aliquota del 21% su tutto il giro d’affari, in Usa e fuori, dei giganti.

Ma qui sorge un’altra domanda: se Amazon o Google dovranno pagare in Usa il 21% dei profitti realizzati in Italia (ad esempio) quale spazio avrà l’Agenzia delle Entrate? I partners dovranno accontentarsi delle briciole?

Di questo si dovrà discutere a partire dal G20 di Roma che, peraltro, dovrà mettere a punto il piano d’attacco finale contro la pandemia che resta l’emergenza principale. Ma gli Usa si presentano all’appuntamento con un potere contrattuale ben superiore al recente passato. Come emerge dall’Outlook del Fondo Monetario, l’economia americana promette di essere di nuovo già nel 2021 la locomotiva della crescita mondiale rispetto alla Cina (6,5% contro 6%). I vari interventi dei presidenti (Trump oltre che Biden hanno aumentato il potere d’acquisto delle famiglie Usa di 1.700 miliardi di dollari che in buona parte alimenteranno gli acquisti all’estero con un impatto tra 0,5 e 1% di Pil per i Paesi europei e quelli asiatici. Un beneficio che Washington farà valere nelle trattative fiscali in sede Ocse.

Per ora, infine, Wall Street ha reagito bene all’attivismo del presidente. La minaccia di un inasprimento della tassazione che vale, secondo Goldman Sachs, quasi un decimo dell’utile medio per azione delle cinquecento più importanti società di Wall Street, non ha impedito ieri all’indice S&P500 di chiudere per la seconda seduta consecutiva su livelli mai visti nella storia. Le tasse non fanno paura per la mole enorme di risorse stanziate dall’amministrazione Biden a partire dal rilancio delle infrastrutture. I soldi non dovrebbero tardare ad arrivare perché i democratici hanno campo libero al Congresso e possono permettersi un po’ quel che vogliono negli iter legislativi: è di ieri la notizia che anche i prossimi provvedimenti saranno gestiti nella modalità più spedita, quella che concede spazi esigui alle minoranze. 

E così Biden può accelerare nella corsa al consenso della classe media, da saldare assieme a quello delle minoranze, per ricreare quella centralità del partito democratico rovesciata 40 anni fa Ronald Reagan. Il gioco funziona. Per ora. Poi, quando si tratterà di pagare le tasse, si vedrà. 

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