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Serie B: il Toro consolida il primato ma rinnova la sfida infinita con il destino

C’è un cupo destino che accompagna una squadra di calcio, la mia. Un destino crudele e sanguinario: la storia del Torino è costellata di tragedie. A volte immense, come la sciagura aerea di Superga il 4 maggio 1949, che distrusse il Grande Torino allora, a detta di molti, la squadra più forte del mondo. Con quello del 1949 (mancavano due giornate alla fine) aveva vinto cinque scudetti di fila. Ma il fato “cinico e baro” da allora ha continuato ad accanirsi.

L’ultima notizia è di ieri. Il pullman dei giocatori, di rientro dalla squillante (3 a 1) trasferta a Verona, dove aveva addirittura battuto il record storico di vittorie consecutive in trasferta (cinque), stava attraversando il casello della tangenziale quando è stato violentemente tamponato da una Bmw, che si è incastrata sotto il pianale e ha preso fuoco.

Con grande presenza di spirito i giocatori e gli accompagnatori sono scesi e hanno domato le fiamme con l’acqua delle loro bottigliette (si è scoperto dopo che il casello non era attrezzato per le emergenze). Un gesto generoso, ma che non ha salvato la vita e due giovani passeggeri dell’auto, mentre il conducente di 24 anni è ancora in fin di vita al Cto torinese. Però il tocco cupo di questa ennesima tragedia è un altro: la Bmw è stata scaraventata contro il pullman del Toro da un camion rubato e i due ladri sono riusciti a scappare.

Un destino tragico legato alla maglia granata. Il 7 ottobre 1967 si giocò all’allora stadio Comunale Torino-Sampdoria. Il Toro vinse 4 a 2 trascinato da uno straordinario Gigi Meroni, giovane ala di grande talento, amata anche per la sua vita molto anticonformista, che allora si descriveva con il termine “beat”.

La “farfalla granata”, come la definì trent’anni dopo in un bel libro Nando Dalla Chiesa, quella sera cenò con il compagno di squadra Fabrizio Poletti. All’uscita del ristorante i due attraversarono corso Re Umberto in una zona abbastanza buia e lontano dalle strisce. A metà corsia dovettero fermarsi perché sopraggiungeva un’auto a grande velocità, ma alle loro spalle stava arrivando la 124 coupé di Attilio Romero, giovane supertifoso del Torino (teneva sul cruscotto la foto di Meroni), uno dei personaggi più conosciuti della curva granata.

Romero frenò, ma non riuscì a evitarli: Meroni morì, Poletti se la cavò senza troppi danni, Romero fu assolto perché non aveva colpe e 34 anni dopo divenne presidente del Torino comprato dall’industriale dell’indotto Fiat, il titolare della Ergom, Francesco Cimminelli.

Nel 2005 il Torino fallì, due anni dopo fallì anche Cimminelli e Romero, persona gradevole e sostanzialmente adamantina, ne rimediò persino una condanna penale. Questo è il Torino.

Un destino tragico e cupo, che non conosce soste. La mattina di martedì 17 aprile 1979, al rientro dal weekend pasquale, sull’Autostrada dei Fiori nei pressi di Andora (SV), perse la vita Paolo Barison, ex campione d’Italia con il Milan. Un autoarticolato carico di vetture aveva improvvisamente sbandato e sfondato il guard rail finendo nella corsia opposta.

Barison viaggiava verso Torino a bordo della Fiat 130 Coupé dell’allenatore Luigi Radice (quello dello scudetto 1976, l’ultimo del Toro), che era con lui e che riportò gravi ferite, ma riuscì tuttavia a salvarsi. Nella carambola di auto, travolte dall’automezzo impazzito, perì anche Enrico Elia, padre della showgirl Antonella.

Nella notte del 3 agosto 1993, Gianluigi Lentini, appena passato dal Torino al Milan tra le ire dei tifosi granata, si sfacellò con la sua Porsche sulla Torino-Piacenza mentre tornava da una gita in Liguria dove, secondo la vox populi mai smentita, si era incontrato con la moglie di un attaccante della Juventus. All’inizio del viaggio Lentini aveva dovuto sostituire uno pneumatico forato con il ruotino di scorta, ma si era dimenticato di moderare la velocità. Riportò gravi ferite, tornò a giocare, ma la sua carriera, che sembrava inarrestabile, si afflosciò.

Un destino tragico e cupo e non solo per le morti. Il 3 ottobre 1977, dopo uno scudetto e un secondo posto per un punto alla fine di un testa a testa con la Juventus  in cui furono infranti tutti i record della serie A a sedici squadre, venne rapito Davide Garbero, 4 anni, nipote del presidente del Torino Orfeo Pianelli, grande industriale dell’indotto Fiat, produttore di catene di montaggio diffuse in tutto il mondo, persino a Togliattigrad, nell’allora Urss. Quasi un sequestro lampo visti i tempi: Davide fu restituito il 27 ottobre dietro il pagamento di un riscatto di 1,5 miliardi di lire.

Il fato implacabile mandò in crisi di liquidità Pianelli che nel frattempo vide le sue linee di montaggio messe da parte per la rivoluzione dei robot di Cesare Romiti. Finì persino in galera per bancarotta fraudolenta, ma da questa fu assolto: i soldi che mancavano erano finiti nelle tasche dei rapitori e i giudici ne tennero conto. C’era la bancarotta, non  la frode. Pianelli dovette vendere tutte le sue proprietà.
Questo è il Toro.

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