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Russia e Ucraina: “E’ ora di sospendere una guerra che non conviene a nessuno”. Parla Politi (Nato Foundation)

Imagoeconomica

Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, l’unico centro di ricerca non governativo riconosciuto dalla Alleanza, conosce da trent’anni il mestiere dell’analisi strategica, leggendo in filigrana le dinamiche del potere globale, cercando di non farsi distrarre dai miraggi di gloria, potenza e forza che lo circondano. Come altri che hanno visto anche da più vicino la guerra e la violenza omicida, sa che la pace all’ombra delle armi nucleari, è una necessità vitale e non una pia illusione.

Laureato in Storia Militare, normalista, è docente di geopolitica, geoeconomia ed intelligence presso la SIOI, la scuola che forma gli aspiranti diplomatici ed i diplomatici stranieri, e di materie analoghe in altri istituti governativi e non governativi. Ha lavorato con tre ministri della Difesa, e diversi gran commis degli apparati governativi, servendo come consigliere politico nella forza Nato in Kossovo.

Insomma, quando Politi parla della necessità “di sospendere il conflitto perché rischia di non convenire a nessuno”, non lo fa perché è spinto da pulsioni “buoniste” o di dubbia influenza politica, ma proprio perché in un’ottica Nato la Guerra Fredda è stata vinta dal binomio deterrenza-dialogo.

Dottor Politi, dopo i violenti bombardamenti missilistici delle città ucraine dalla parte dei russi e l’orrore generale che essi hanno provocato, siamo più vicini a un coinvolgimento della Nato nel conflitto?

“No, nella maniera più assoluta. E semplicemente perché non c’è materia per intervenire sulla base dell’articolo 5 del Trattato Atlantico. La Nato entra in campo solo per proteggere un Paese alleato; purtroppo, questo non è il caso dell’Ucraina, che rimane un partner. È tragico, ma è insito nel trattato”. 

Ricapitoliamo lo stato dei combattimenti: Putin sta perdendo la guerra?

“Cominciamo dall’offensiva degli ucraini, un argomento dove sfortunatamente si sta ricamando tantissimo. Putin ha sofferto una serie di gravi rovesci, ma in definitiva è stato recuperato solo il 20% del territorio occupato. Gli scacchi per Putin sono seri, ma non sono decisivi, per ora. Quindi la guerra continuerà fino a quando non ci si deciderà tra grandi attori della comunità internazionale di dire: è ora di sospenderla. La cattiva notizia è che tanto Putin quanto Zelensky ancora sono convinti di dover continuare perché la guerra stabilizza sempre il potere di chi la conduce. La buona notizia è che l’opinione pubblica in molti paesi si rende conto che questa guerra non conviene a nessuno.

Alcuni guerrafondai usano lo spauracchio che si farebbe un nuovo accordo di Monaco, se la guerra venisse sospesa; non è semplicemente così, allora Francia e Gran Bretagna consegnarono a Hitler la spartizione della Cecoslovacchia nel 1938, da cui trasse profitto anche la Polonia e l’Ungheria. Oggi tutti sanno che qualunque annessione, da chiunque fatta, è illegale, caduca ed effimera.

Quello che adesso attira l’attenzione sono le avanzate ucraine che sono riuscite a liberare dei territori, ed è notorio che Kiev punti al massimo sforzo prima che il fango e l’inverno fermino le operazioni, ma non è detto poi si riescano a sloggiare truppe ben sistemate in difesa. Che succede se lo sforzo si arresta? È credibile un recupero dei territori occupati tutti e subito? Ci buone probabilità che non avvenga così ed allora è necessaria una strategia sulla lunga durata che è molto difficile da eseguire durante una guerra in corso.

Il negoziato sarà complesso e difficile e la materia, benché spinosa, non manca: la graduale ricostituzione su più solide basi dell’indipendenza, sovranità e sicurezza dell’Ucraina (garantita dal protocollo di Budapest del 1994, firmato anche dai russi); un nuovo assetto condiviso di sicurezza europea (il che significa tener conto anche delle esigenze di sicurezza russe); le modalità della ricostruzione e la protezione democratica delle minoranze. Chiaramente non si può ricomporre una situazione degradatasi nel giro di un ventennio, ma nel tempo si possono certamente ricostruire gli assetti sconvolti dalla guerra.

Tutto questo richiede di non farsi prendere da tentazioni guerrafondaie, che sono presenti in certi settori politici di alcune capitali occidentali, ma che richiedono un sacrificio di vite ucraine, ignorando le necessità più vitali di questo paese”.

Quanta speranza ha che possa accadere?

“Io so che la pace è più facile da sabotare che fermare una guerra che sta per scoppiare. Penso che sia importante che un insieme d’attori politici si incontrino, ma, fino a quando non lo fanno, non si può parlare di speranza e nemmeno di ottimismo”.

L’incontro Putin-Biden: si farà?

“L’incontro è molto legato alle contingenze politiche dei due leader. È inutile che s’incontrino, se la possibilità di un cessate il fuoco viene silurata. Allora meglio che non si incontrino, ma che le loro squadre lavorino dietro le quinte per trovare soluzioni. Non è semplice, ma io penso che ora ci sia più consapevolezza dell’importanza di fermare questa guerra che non prima. E questa consapevolezza è trasversale, c’è più gente che lo pensa. Anche all’interno dell’Ucraina, altrimenti i decreti anti trattative sarebbero insensati”. 

Sta dicendo che sta crescendo il partito della pace in America, Russia e Ucraina?

“Non è un partito, e per ora la parola pace rischia di creare confusione. Tuttavia, anche in Cina, Germania, Francia, Italia, si comincia a capire che questa guerra non è nell’interesse della stabilità del continente europeo. Il che significa rispettare i diritti e le frontiere ucraine, anzi, proprio perché l’Europa è tutta fatta di frontiere contestabili, bisogna rimettere al primo posto quest’esigenza di stabilità. E non si tratta di rispettare il diritto in punta di penna, salvaguardare le frontiere è un’esigenza vitale dell’Europa.”   

Si aspetta sollevamenti popolari in Russia?

“Apparentemente in Russia la situazione di controllo di Putin sembra più solida”. 

Apparentemente…

“Apparentemente, certo. Perché quando si emana l’ordine di mobilitazione per 300mila persone e ne spariscono rapidamente dalle 100 alle 120mila siamo di fronte a un voto di sfiducia. E non dovremmo lasciare soli i russi che danno questo voto di sfiducia, non può essere una notizia secondaria. I russi non possono manifestare, partecipano a elezioni che non sono esattamente imprevedibili, ma si sottraggono a una leva che ritengono ingiusta. Questo è un atto di grande coraggio”. 

E in Ucraina?

“Quando c’è la guerra, l’odio fa vedere solo un lato della questione. E quindi ci sono forze politiche che cavalcano più l’odio, che non il futuro del Paese. Zelensky non ha vita facile. Io non dimentico che il presidente è stato eletto su una piattaforma di trattativa con i russi; perciò, comprendo pienamente il dramma di questa persona: politico e umano. Il presidente è stato il volto della resistenza quando nemmeno gli americani ci credevano, ma lo scopo di una guerra non è la vittoria, è il futuro del proprio paese in un concreto contesto internazionale. Chi se non gl’italiani può capire la determinazione di riunificare il paese? Però, quando si ripete “O Roma o morte”, si dimentica che tra la Repubblica Roma e Porta Pia passano ventuno lunghi anni. I garibaldini avevano lo stesso ardore e coraggio dei soldati ucraini, ed una quota simile di volontari stranieri, però, ci piaccia o no, la politica è l’arte del possibile”.

E tuttavia non sarà per domani… 

“Domani però è un primo passo di un cammino che può essere abbastanza lungo, ma che va incominciato e portato a termine. Faccio notare che la Finlandia in termini di territori ha perso l’equivalente dell’Olanda dal 1940 e non l’ha mai riguadagnato dopo due guerre, una delle quali in collaborazione con i nazisti.  Però la Finlandia oggi è un Paese ricco, prospero, democratico, è nell’Europa e che tra poco entrerà forse anche nella Nato. Qual è il futuro dell’Ucraina, se si dissangua?”

Significa che Zelensky dovrà dire addio alle regioni dell’est per ritrovare la pace?

“No. Non penso proprio, penso che l’invasione sia stato un drammatico colpo di mano di Putin, ma penso anche che tutto ciò possa essere riassorbito. Inclusa la Crimea. Però è un lavoro paziente per risanare le ferite nella convivenza internazionale e nella convivenza fra due Paesi hanno avuto una storia molto in comune anche se distinta. Ai tempi dell’URSS erano considerati fratelli.”

Fratelli come Caino e Abele viene da dire…

“Si. Ma noi vorremmo proprio che Caino e Abele vivessero tutt’e due e che Caino capisse la violenza non paga”.

È possibile?

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“Certo che sì. Dimentichiamo che l’Europa è stata sconvolta da due guerre mondiali? Che francesi e tedeschi, francesi e inglesi si sono fatti la guerra per secoli, pensando di essere eredi di un odio secolare? È normale che russi ed ucraini ora non vedano quest’alternativa, ma tocca a noi lavorare perché lo facciano. Chi ha saggezza ce la metta, come dice l’adagio; altro che fare un tifo da gladiatori”. 

Intanto la guerra continua. Agli ucraini sono state promesse altre armi, difese e missili antiaerei per esempio. 

“Vedremo. Dipende molto dal loro impiego perché un’arma non è mai del tutto offensiva o difensiva e quello che conta è evitare spirali belliche fuori controllo per sospendere le ostilità. Ci vuole prudenza”. 

Una valutazione sull’Europa.

“Dovrebbe chiedersi qual è il senso geopolitico di quello che fa. Vedo molte dichiarazioni hard e poca chiarezza sugli interessi europei.”

È una critica forte.

“No, è una constatazione che discende da scelte concrete e dall’ultima Bussola strategica, un documento che va rifatto”. 

Che cosa la disturba?

“Il fatto che non ci si chieda quale sia l’interesse europeo. C’è qualcuno che lo sa definire? No. Non c’è. O meglio ci sarebbe, ma non viene interpretato.” 

Difendere gli aggrediti non è interesse europeo?

“È un pezzo, ma mancano gli altri.  Basti vedere il comportamento di alcuni Stati che prendono iniziative per fatti loro”.

Pensa alla Germania immagino.

“Non c’è bisogno di pensare a qualcuno. Penso però che ogni volta che c’è qualcosa di decisivo, ognun per sé e Dio per tutti. Non va bene.” 

Quali sono le prime tre priorità che dovrebbe avere l’Europa?

“Uscire dalla crisi economica che sta arrivando a rotta di collo. Fermare la guerra. E cominciare a diventare credibile a livello di difesa e deterrenza convenzionale. Le chiacchiere sull’esercito europeo non mi fanno né caldo né freddo. Bisogna invece standardizzare gli armamenti, cioè acquistare solide capacità di manovra, non sogni. Se l’Europa e i Paesi europei riescono a diventare credibili all’interno della Nato, usandola come incubatore, diventeranno davvero credibili, e potranno agire anche quando la Nato non può farlo.” 

E la guerra? Come si fa a fermarla?

“Bisogna far capire ai due contendenti che la vittoria sul campo è illusoria, che potrebbe essere raggiunta a un prezzo troppo alto, per tutte e due e per il mondo. E nello stesso tempo ripristinare la legalità internazionale che non può essere calpestata.”

Siamo lontanissimi…

“È vero, ma qual è l’alternativa? Vogliamo che l’Ucraina diventi come la Bosnia-Erzegovina del secolo scorso, cioè il Paese che fece deflagrare la Prima guerra mondiale? Non è un gran risultato per l’Ucraina e per nessun altro.” 

Crede che siamo entrati in un’altra fase della guerra come sostiene il presidente francese Macron?

“Se con questo Macron intende che gli Ucraini hanno ripreso l’iniziativa operativa e strategica sì, è vero. Ma quanto reggerà?”

E se intendesse che il comportamento russo con i bombardamenti a tappeto ci ha avvicinato di più a un nostro coinvolgimento nella guerra?

“Motivo di più per fermarla. Questa guerra non porta bene a nessuno. Che poi bisogna restaurare tutto quello che è stato violato rispetto ai diritti ucraini è assolutamente vero. Ma è un percorso.” 

Se qualcuno le dicesse che in realtà questa posizione favorirebbe Putin?

“Direi che non sa distinguere il vero dal falso. La ricostruzione della legalità internazionale nella deterrenza e nel dialogo non favorisce mai i disegni di un capo aggressivo”.

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