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Quando il Golf diventa business

Il golf come business: è la sfida di International Golf Corporation, società attiva da quasi 20 anni nell’organizzazione di eventi e che, nel 2011, ha deciso di avviare la prima catena di campi da golf in Italia. Un progetto ambizioso, partito in piena crisi economica, mentre molti club facevano (e fanno) fatica a chiudere i bilanci in pareggio. Proprio per questo però una gestione “aziendale” dei circoli può risultare vincente e un’alternativa credibile al tipico club esclusivo. La filosofia che sta alla base è un po’ quella del grande magazzino: costi centralizzati, accordi coi fornitori da una posizione di forza, offerta dello stesso prodotto a un costo inferiore e clientela più ampia. E’ la tartassata classe media il punto di riferimento di un progetto come questo, quella che ha ancora voglia di vivere bene ma che non ha più i soldi di prima per farlo. IGC ci sta provando, mantenendo alto lo standard.

Del “pacchetto” per ora fanno parte cinque realtà del centro-nord e il panorama potrebbe presto allargarsi. I circoli gestiti in modo integrato sono: Villa Paradiso, fra Milano e Bergamo, un campo di 18 buche più 9 executive che, a fine 2012, dovrebbe contare su 850 soci (779 nel 2011), 400 mila euro di green fee (i biglietti d’ingresso giornalieri), 1,6 milioni di fatturato; il Golf Club Crema Resort, 18 buche più 9 executive, 430 soci stimati per il 2012, 300 mila euro di green fee, un fatturato di 1,1 milioni di euro; il Golf Club Jesolo, 18 buche, 520 soci previsti entro l’anno, 460 mila euro di green fee, 1,350 mila euro il fatturato; Salsomaggiore Golf & Thermae, 18 buche, 210 soci previsti per il 2012, 90 mila euro di green fee, 220 mila euro di fatturato; Rimini – Verucchio Golf Club, 18 buche, 250 soci la previsione 2012, 150 mila euro di green fee, 750 mila euro di fatturato.

Sono campi e circoli con caratteristiche diverse, accomunati da potenzialità di crescita, sia dal punto di vista turistico, sia per numero di soci stabili, o meglio abbonati, perché tali sono i golfisti che decidono di iscriversi a questi club. Una situazione molto diversa dal resto del panorama nazionale. Molti campi da golf in Italia infatti sono proprietà di una società immobiliare appartenente agli stessi soci che animano la società sportiva che gestisce il campo. Il golfista, per iscriversi, deve acquistare una quota dell’immobiliare e quindi pagare una quota associativa annua. L’amministrazione è spesso fatta in casa, con mille rivoli di spesa, dalla manutenzione del campo agli ingenti costi di segreteria. Il meccanismo scricchiola da tempo, perché l’equazione golfista-status symbol non funziona più e comunque non per tutti. I circoli, anche blasonati, si sfidano a suon di promozioni pur di conquistare un nuovo adepto, mentre il tesseramento libero (l’accesso ai campi pagando solo l’iscrizione di 75 euro alla federazione italiana di golf e, di volta in volta, il green fee) ha sottratto potenziali soci agli esosi club.

IGC si rivolge al golfista come sportivo e propone varie forme di abbonamento, non diversamente da una palestra. Per questa catena si tratta di gestire un cliente: “E’ una sfida – si legge nella brochure di presentazione – per raggiungere gradi di eccellenza finora appannaggio di poche classi economiche di altissimo livello o addirittura di esponenti della nobiltà. Realtà ormai obsolete che stanno via via sparendo. International Golf Corporatione vuole sbaragliare la concorrenza praticando politiche commerciali adeguate”.

Una tessera Vip, che dà accesso ai 5 campi, costa 2500 euro più Iva, un vero affare se si pensa che la quota annuale di un solo campo da golf in Italia costa almeno la stessa cifra e spesso mille euro di più. “Per ora – spiega Francesca Colombo, direttore generale della società – offriamo questa opportunità solo alle aziende, ma stiamo valutando di estenderla anche ai privati”. Per i singoli golfisti gli abbonamenti annuali variano: 1200 euro è l’offerta per il neofita, ma si può arrivare anche a 2300 euro per un socio ordinario in un campo a 27 buche, qual è Villa Paradiso. IGC in genere prende la gestione in affitto (solo in alcuni casi ha quote di proprietà) e fa importanti investimenti iniziali, sia sul campo sia sulla Club House. “Tendiamo a fare arredi simili – dice ancora il direttore – chiari e confortevoli. Ci preoccupiamo inoltre che la struttura abbia un centro per incontri aziendali”.

Affidare un golf a una gestione come questa vuol dire rinunciare a una bella quota di sovranità, ma a volte è in gioco la sopravvivenza del campo stesso. “E’ chiaro che un approccio come il nostro inizialmente può sconvolgere il vecchio socio – racconta Francesca Colombo – ma se i vantaggi sono maggiori dei problemi il lavoro viene apprezzato”. In un anno IGC ha già investito nel progetto un paio di milioni di euro, ma il break even è a portata di mano nel 2012, mentre dal 2013 sono attesi gli utili.

“Il nostro segreto è che siamo molto attivi sul fronte marketing – aggiunge il direttore – e ci avvaliamo di una banca dati con 30 mila nomi di golfisti, anche grazie a una realtà vivace come Green pass, una tessera che proponiamo da molti anni e che dà diritto a sconti in vari circoli e alla tessera federale”.

Dietro a questa macchina c’è Carlo Carozza, storico direttore di Garda Golf, uno dei più bei campi e dei circoli meglio gestiti in Italia. E’ lui il titolare di International Golf Corporation (7 milioni di fatturato) e nella sua orbita gravitano anche realtà come il Golf Dolomiti o l’Ambrosiano di Milano, prossimi possibili anelli di questa catena che pare destinata ad allungarsi.

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