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Panama Papers, perdite per 230 miliardi dopo lo scandalo

Lo scandalo Panama Papers è costato 230 miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa alle imprese che potrebbero essere implicate. A dirlo è lo studio “The Value of Offshore Secrets – Evidence from the Panama Papers”, redatto da Hannes Wagner (Dipartimento di Finanza della Bocconi), James O’ Donovan (INSEAD) e Stefan Zeume (University of Michigan).

Anche se le l’intero database dei proprietari delle entità offshore create da Mossack Fonseca sarà reso noto solo stasera, si tratta di un totale superiore a quello, in perdite e multe, legato agli scandali e fughe di notizie di Home Depot, Target, Volkswagen ed Enron messi insieme.

Al centro dello studio c’è l’andamento delle azioni delle imprese che hanno filiali a Panama, British Virgin Islands, Bahamas e Seychelles (i territori che rappresentano il 90% dei paradisi fiscali utilizzati da Mossack Fonseca), confrontandolo con quello del resto del mercato: si tratta di un campione di 26.655 imprese quotate in 73 paesi, con un totale di 543.151 filiali in 213 territori.

Circa 1.100 di queste società (il 4,1% del campione) hanno almeno una filiale in uno dei quattro paradisi fiscali e, nell’intorno della fuga di notizie, hanno sofferto un calo delle quotazioni che supera dello 0,5-0,6% quello delle imprese dello stesso paese e dello stesso settore che non hanno questo genere di esposizione. La somma di tali perdite ammonta a 230 miliardi di dollari.

“Può benissimo darsi che le società abbiano filiali a Panama o in altri paradisi fiscali per ragioni completamente legittime”, dice Wagner, “ma se si ha una sede in un paradiso fiscale barare diventa più facile, sollevando così i sospetti del mercato”.

Secondo Wagner, “d’ora in poi sarà potrà essere più difficile utilizzare le entità offshore nei modi che le imprese ritengono utili – legali o illegali che siano. In altre parole: la fuga di notizie ha significativamente ridotto i benefici attesi delle strutture offshore”. Ad essere colpite, oltre alle società con sede in paradisi fiscali, sono state le società di quei Paesi che hanno visto implicati nello scandalo importanti uomini politici, come ad esempio l’Islanda, dato che il primo ministro islandese avrebbe utilizzato i centri offshore per mascherare transazioni finanziarie.

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