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INTERVISTE DEL WEEKEND – Simone Moro: “E’ più facile scalare l’Everest che cambiare l’Italia”

Chi è appassionato di alpinismo e di elicotteri sa benissimo che Simone Moro, bergamasco di 48 anni aperto al mondo, è una persona speciale. Un mese fa è entrato nella leggenda come primo e unico alpinista al mondo ad  aver scalato quattro cime di 8000 metri in pieno inverno (Shisha Pangma nel 2005, Makalu nel 2009, Gasherbrum 2 nel 2011), ed ora il Nanga Parbat, una delle vette più alte della catene dell’Himalaya con i suoi 8.125 metri.

In precedenza aveva scalato quattro volte l’Everest e 8 volte cime da ottomila metri. Pilota oltre ché alpinista, Moro ha anche il record mondiale di altitudine in elicottero biposto conquistato volando nel 2015 a quota 6.705 metri sulle Dolomiti. Ma Simone Moro non è speciale solo per i suoi record e per le sue imprese sportive. Lo è per la sua filosofia di vita, per la sua generosità umana e per la sua incrollabile volontà di coltivare sogni al limite dell’impossibile, spaccandosi la schiena con i sacrifici ma non smarrendo mai l’umiltà. Anche il modo in cui guarda all’Italia di oggi meriterebbe di essere insegnato nelle scuole. “Riformare l’Italia è più difficile che scalare l’Everest ma vale la pena di provarci ancora”. Ecco l’intervista che Simone Moro ha rilasciato a FIRSTonline.

FIRSTonline – Signor Moro, Lei è stato il primo a scalare d’inverno gli 8.125 metri del Nanga Parbat ed è tra i grandissimi della storia dell’alpinismo ma è anche il recordman mondiale di altitudine in elicottero: l’alpinista e l’aviatore sono le due facce dell’impossibilità di una vita normale? 

SIMONE MORO – Sì, sono due metafore perfette della vita o, perlomeno, della mia vita. Fare l’alpinista e fare il pilota, il secondo più frequentemente del primo, sono due sogni che spesso si affacciano e si rincorrono nella vita. Nel mio caso fare l’alpinista è stata la prima e unica risposta che mi sono dato quando da ragazzo ho cominciato a chiedermi che cosa avrei fatto da grande. Fare il pilota è un sogno che ha caratterizzato la seconda parte della mia vita ma che, quando smetterò di fare lo scalatore di professione fra 4 o 5 anni, diventerà la mia principale attività.

FIRSTonline – Si fa presto a dire alpinista o pilota, ma i suoi genitori come hanno vissuto i suoi sogni?

SIMONE MORO – La mia grande fortuna è stata quella di avere una famiglia splendida. Certo, i miei genitori si preoccupavano quando da piccolo dicevo che volevo fare l’alpinista, ma non hanno mai ucciso i miei sogni e di questo non li ringrazierò mai abbastanza. Non mi hanno mai dissuaso, ma solo avvertito delle difficoltà. Mi dicevano: se finora solo uno come Messner su 5 miliardi di abitanti al mondo ce l’ha fatta a fare l’alpinista di professione e di successo, vuol dire che non è affatto facile e dunque preparati anche a perdere e preparati un piano B.

FIRSTonline – Il suo piano B qual era?

SIMONE MORO – Studiare, crescere, lavorare, darsi una stabilità affettiva che ho trovato con mia moglie e con i miei due figli e cercare una vita normale senza rinunciare al sogno e alla passione della montagna. E’ stata la mia forza.

FIRSTonline – Quando ha capito che aveva vinto la sua scommessa?

SIMONE MORO – L’ho capito a 22-23 anni, dopo l’Università. I successi sportivi e i veri sponsor sono arrivati a 26-27 anni, ma che potevo farcela l’ho capito prima, quando mi sono laureato in Scienze Motorie e quando ho realizzato che stavo studiando con immensa passione un mondo che mi attraeva e che potevo conoscere meglio con studi appropriati. Tenga conto che ho sempre studiato lavorando. Quando ero ragazzo la mia giornata era divisa in tre parti: al mattino lavoravo in un ufficio di pratiche automobilistiche, al pomeriggio mi allenavo e alla sera andavo a scuola. Non ho mai chiesto un soldo alla mia famiglia e mi riempiva di gioia coltivare i miei sogni autofinanziandomi. Era dura, ma quando hai passione i sacrifici non li senti.

FIRSTonline – Oggi, all’età di 48 anni, chi è Simone Moro nella vita di tutti i giorni?

SIMONE MORO – E’ un alpinista professionista che  finanzia le sue imprese sportive e raccoglie quanto basta per vivere dignitosamente con contratti di sponsorizzazione di aziende italiane ed estere su cui paga le tasse in Italia alla luce del sole. Ho la fortuna di aver trovato una moglie, che arrampica e ha fatto fino a due anni fa gare mondiali di arrampicata su ghiaccio, e di avere due figli (Martina e Jonas) che amano lo sport e la montagna. Jonas e mia moglie vivono a Bolzano dove li raggiungo quando non sono a Bergamo, dove abitualmente vivo. Ma, oltre che alpinista, sono ormai un imprenditore, ho scritto cinque libri tradotti in tutto il mondo sulle mie esperienze in montagna o in volo, vengo spesso invitato a tenere conferenze motivationali e incentive per molte aziende e ho aperto con mio fratello una scuola di pilotaggio, la Altitude Helicopters a San Diego negli Stati Uniti, dove fare impresa è decisamente più semplice che in Italia. Mi aiuta anche il fatto di parlare cinque lingue.

FIRSTonline – Quando non sta compiendo qualche impresa sportiva, la sua vita di tutti i giorni è fatta più di alpinismo e di voli o di attività imprenditoriale?

SIMONE MORO – All’80% è fatta di attività sportiva. Per compiere le imprese alpinistiche che ho fatto, bisogna essere atleti olimpici e io corro tra i 100 km e i 140 km la settimana, faccio una vita sana, mi arrampico sulle montagne o in palestra e poi volo con l’elicottero. La sera e spesso la notte passo ore a scrivere, a lavorare al computer e gestire tutti i miei progetti.

FIRSTonline – Che cosa La spinge a cercare imprese così pazzesche? La passione per la montagna e per il volo, la voglia di stupire, il desiderio di realizzare un sogno, il piacere di provare emozioni uniche o che altro?

SIMONE MORO – Da piccoli un po’ tutti, leggendo “Le giovani marmotte” o i libri di Tarzan, sogniamo di diventare esploratori.  Io sono rimasto il fanciullino di cui parlava il Pascoli e ho trasformato un sogno in un’attività giocosa permanente. Messner mi faceva sognare, così come mi facevano sognare Robinson Crusoe ma anche Leonardo e Michelangelo. La mia vita è la testimonianza che c’è ancora spazio per i sogni e che si può vivere facendo il moderno esploratore. Il mio è il miglior lavoro che potessi fare e non per caso mi chiamano in tanti a spiegare come si trova la forza per fare, con tanti sacrifici e con molta umiltà, quello che ho fatto e che sto facendo  sulle montagne e nei cieli di tutto il mondo. 

FIRSTonline – Signor Moro, come si vede il mondo a 8mila metri d’altitudine e che lezioni di vita lasciano imprese al limite dell’impossibile come le sue?

SIMONE MORO – Si provano principalmente due sensazioni. La prima è una sensazione di piccolezza e di umiltà: quando sei lassù non ti senti Rambo e capisci che basta poco per dire addio alla vita. La seconda sensazione è il piacere di riappropriarsi e di riscoprire le cose semplici, che nella vita di tutti i giorni consideriamo ovvie ma che ovvie non sono, come l’acqua, il cibo, il calore di un fuoco, l’abbraccio di un tuo caro.

FIRSTonline – In una recente intervista Lei ha detto che in montagna devi sempre tenere i piedi per terra, devi salire lentamente senza cercare scorciatoie,  devi allenarti alla pazienza, devi imparare ad avere paura, devi fare le cose semplici e devi capire quando è ora di smettere: sono consigli che valgono anche nella sua vita di ogni giorno?

SIMONE MORO – Quando hai fatto certe imprese e hai sperimentato il rischio estremo, quei consigli valgono ancora di più nella vita. Oggi tutti vogliono tutto e subito, nessuno vuole più spaccarsi la schiena dalla fatica e, se qualcosa va storto, si pensa sempre che sia colpa degli altri: la montagna ti insegna che non è così che bisogna fare e ti insegna anche a perdere. Prima di conquistare in inverno la vetta del Nanga Parmat a 8.125 metri o di scalare l’Everest, sa quante volte ho provato e fallito? Ma guai ad arrendersi: per vincere devi saper perdere. La sconfitta è la premessa o la posticipazione della vittoria. E’ una grande lezione di vita che ho appreso arrampicandomi sulle vette più alte dell’Himalaya.

FIRSTonline – Ha provato più gioia quando è arrivato in cima al Nanga Parbat o quando ha fatto il record di altitudine in elicottero raggiungendo quota 6.700 metri sulle Dolomiti?

SIMONE MORO – Certamente quando, per la prima volta nella storia dell’alpinismo, sono arrivato con i miei compagni Alex, Ali e Tamara, d’inverno in cima al Nanga Parbat, ma l’elicottero mi ha inorgoglito in un altro modo e cioè quando ne ho comprato uno che costava una fortuna e che sto ancora pagando con le cambiali, l’ho smontato pezzo dopo pezzo per spedirlo in Nepal e dopo 70 giorni di attività era già a break even. Era la prova che un altro sogno si era realizzato nonostante nessuno mi abbia aiutato o abbia voglia di farlo almeno oggi.

FIRSTonline – Ma come ci si allena ad affrontare la paura e il rischio estremo e come si fa a non farsi prendere dal panico quando gli sherpa dell’Everest minacciano di ucciderti come successe a Lei?

SIMONE MORO – La paura è umana, biologica, e non va vissuta negativamente: è un contachilometri dell’autoconservazione della persona. E’ fondamentale provare la paura e saperla ascoltare evitando che si trasformi in panico: se impari a fare questo, vuol dire che sai gestire le emozioni. Le tensioni con gli sherpa sull’Everest non sono ovviamente state l’unica volta in cui ho provato paura, ma mi hanno insegnato a convivere con la paura. Se la domini, alla fine la paura ti dà più forza.

FIRSTonline – Lei ha raccontato le sue esperienze nei suoi libri che hanno titoli che parlano da soli (“8000 metri di vita”, “Everest, in vetta a un sogno”, “La voce del ghiaccio”, “In ginocchio sulle ali” o “Cometa sull’Annapurna” ), ma c’è anche una ricaduta scientifica e di utilità civile e umanitaria delle sue imprese?

SIMONE MORO – Sì, certamente. Dalla mia passione per l’elicottero è nato un progetto di elisoccorso in Himalaya e il terremoto in Nepal ha confermato quanto fosse lungimirante il progetto che ho avuto la possibilità di realizzare. Inoltre, mi permetta di ricordare che, con le risorse raccolte dalle sponsorizzazioni delle mie imprese alpinistiche, è stato possibile creare una scuola per 396 bambini nel Nepal, una scuola per ragazzi e ragazze nel Pakistan, un piccolo ospedale sotto il Naga Parbat.

FIRSTonline – Che cosa farà dopo il record di Nanga Parbat?

SIMONE MORO – Mi aprirò ad orizzonti diversi. Un po’ meno 8000 metri e più montagne inesplorate e selvagge, un alpinismo più tecnico anche se una scalata invernale l’ho in mente….

FIRSTonline – Lei è entrato nella leggenda dell’alpinismo dopo Cassin, Compagnoni, Lacedelli, Bonatti, Messner: questi nomi significano che c’è una via italiana all’alpinismo che primeggia nel mondo?

SIMONE MORO – La storia dell’alpinismo l’hanno certamente scritta in grossa parte gli italiani. Dal Duca degli Abruzzi nei primi del Novecento, a Riccardo Cassin negli anni Trenta, da Bonatti negli anni Cinquanta a Messner negli anni Settanta fino ad arrivare ai giorni nostri, è da oltre un secolo che l’alpinismo italiano primeggia. Però il discorso va allargato e deve comprendere le imprese di Cristoforo Colombo, di Marco Polo o quelle scientifiche ed artistiche di Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Michelangelo. Questo per dire che l’alpinismo è una parte della via italiana all’esplorazione del mondo. Siamo un popolo non solo geniale ma che applica la sua genialità all’esplorazione del mondo in tutti i sensi. Le scalate sono qualcosa di più che un’impresa sportiva ma sono anche il trionfo dell’intuizione e della capacità strategica degli italiani.

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FIRSTonline – Di fronte a una persona particolare come Lei è impossibile rinunciare alle metafore tra le sue imprese in cima al mondo e le tribolazioni della vita pubblica: oggi, secondo Lei, è più facile scalare l’Everest o riformare l’Italia?

SIMONE MORO – E’ sicuramente più difficile riformare l’Italia, perché nel nostro Paese non c’è più spazio per i sogni, c’è troppo e sempre più spesso cattiva gestione e immoralità impositiva. Per questo ho avviato un’attività elicotteristica negli Stati Uniti. Però io resto orgoglioso di essere italiano, vivo e pago le tasse (assurde) in Italia e resto convinto che la crisi che vive il nostro Paese può diventare un’opportunità. So è che è dura ma non ci si può arrendere e bisogna provare ancora una volta a cambiare, ricostruire la nostra Italia come fecero i nostri vecchi. Basta solo che ce lo lascino fare …

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