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Industria 4.0 è un successo, ma le imprese non ci credono abbastanza

Mecspe

Il 98% delle imprese italiane, soprattutto quelle del Centro-Nord, è consapevole che sia necessario un miglioramento delle competenze digitali, e il 78% ha già utilizzato o è intenzionato ad utilizzare gli incentivi del progetto Industria 4.0, lanciato dal precedente governo e rilanciato, seppur in maniera più timida, da quello attuale. Dati che sembrerebbero univocamente positivi, quelli emersi dall’analisi condotta da Boston Consulting Group e Ipsos su 170 aziende italiane (di cui solo 14 al Sud), a ciascuna delle quali sono state rivolte ben 150 domande sulla loro propensione a investire nell’innovazione tecnologica. Ma non è tutto oro quel che luccica, perché ad esempio l’11% delle imprese non è al corrente degli incentivi e il 22% ha dichiarato di non voler entrare in questa partita. E soprattutto, tre aziende su quattro che partecipano a Industria 4.0, lo fanno su attività a bassa complessità e di conseguenza a basso impatto sui loro ricavi.

“Quello che ancora le aziende italiane non fanno – spiega Fabio Fattori di BSG – e che invece dovrebbero fare, è di concentrarsi sulla creazione di valore. Bisogna partire dal capire quello che serve, quello che chiede il mercato, e non pensare solo alla riduzione dei costi”. Ma questa predisposizione ancora manca, come dimostra anche Andrea Alemanno, Senior Client Officer di Ipsos: “In generale, 9 imprese italiane su 10 hanno difficoltà ad attuare la rivoluzione digitale, intesa anche come capacità di intercettare ed anticipare le esigenze del mercato. Solo il 45% delle aziende investe su Internet, social network e e-commerce, e soprattutto solo il 37% investe sul customer relationship management e sulla gestione della profilazione dei clienti”. Il risultato è che quasi metà delle imprese, il 46%, secondo Ipsos, mette al primo posto per giustificare il ritardo nell’innovazione tecnologia proprio la mancanza di competenze digitali, mentre al secondo posto con un allarmante 39% c’è addirittura la resistenza al cambiamento.

“Oltre la metà delle imprese oggetto dei nostri studi – prosegue Alemanno – si sente non pronta o poco pronta alla rivoluzione digitale, mentre solo il 5% si dichiara prontissimo”. Anche quando la consapevolezza c’è, infatti, o non si investe abbastanza sulla formazione, o non si osa fino in fondo, non si crede abbastanza nelle potenzialità di uno strumento come quello di Industria 4.0: secondo la ricerca Ipsos-BCG, due aziende su tre che utilizzano I4.0 (67%) si aspettano complessità dalla sua applicazione, ma di queste solo il 26% ha destinato risorse specifiche per aggiornare la capacità dei manager o per creare uno o più team con le competenze adeguate. “In molti casi – aggiunge Fattori – si accontentano di cercare competenze ad hoc, solo il 49% investe su un project management. Invece servirebbe una road map, una nuova formazione strutturale. Le aziende dovrebbero osare di più, fare tesoro dei fallimenti e non aspettarsi un ritorno immediato”.

Cosa che tra l’altro, inevitabilmente, non avviene. Minore è il rischio, minore la creazione di valore aggiunto, secondo una vecchia regola che non fa eccezione in questo caso: la ricerca dimostra che solo un’azienda su quattro dichiara di aver già avuto dei benefici da Industria 4.0 sui propri ricavi. Ma il dato cambia molto tra le aziende che hanno utilizzato Industria 4.0 per progetti a bassa complessità e basso impatto, che hanno registrato un poco significativo +14% del fatturato, e quelle che invece hanno creduto fino in fondo nello strumento: in quel caso, agendo sull’intera catena di produzione del valore, ha inciso addirittura per un +60%.

Infine, le categorie digitali sulle quali si è investito di più in Italia: nell’ordine sono Big Data e Analytics, Industrial Internet e Cyber Security. Per quanto riguarda i rischi sui posti di lavoro, le valutazioni di Ipsos e BCG sembrano orientate all’ottimismo: “Lo scenario di una sostituzione completa o quasi della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato: le macchine non possono fare a meno delle competenze umane e saranno sempre più impiegate per interagire con le persone”. Ma le persone vanno formate e le aziende devono crederci.

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Categories: Economia e Imprese

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  • Il 98% delle imprese italiane, soprattutto quelle del Centro-Nord. Nel Sud ci sono aziende altamente specializzate e culturalmente avanzate ( comparto aeronautico- ferroviario- auto etc) oltre che un elevata cultura generale ..questa visione lasciamola a mediocri politici che oltre che scappati di casa vivono aspettando le prossime elezioni la loro massima prospettiva
    Diciamo che c'è un limite culturale pauroso dove si 10 aziende 7 non rispondono neanche ad una mail che gli invii
    saluti