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Giro d’Italia: vince Trentin, oggi primo tappone alpino

Pinerolo richiama alla mente l’impresa leggendaria di Fausto Coppi nel Giro del 1949. Da allora è diventata una sede di tappa che nella fantasia di chi segue il ciclismo non può essere mai banale. Anche quest’anno, pur arrivandovi non attraverso la cavalcata dei passi alpini ma dalla pianura lombarda, il Giro confidava nel Pramartino e nel muro di San Maurizio, posti a ridosso del traguardo, per qualche colpo di mano nei quartieri alti della classifica. Niente di tutto questo: Steven Krujiswick ha potuto archiviare un’altra tappa senza subire il minimo fastidio per la sua maglia rosa. È ora a sole tre tappe dal sogno.

Valverde si è accontentato di vincere la volata del gruppo precedendo lo stesso Krujiswjick e Nibali al termine di 244 km passati pedalando tutti insieme nel totale disinteresse per la tappa e per quello che accadeva in testa alla corsa. Il pensiero di tutti era rivolto ai due tapponi alpini che emetteranno la sentenza definitiva sul Giro: quello di oggi con i 2740 metri del Colle dell’Agnello, Cima Coppi di quest’anno, e la successiva salita finale a Risoul e quello di domani con il Vars, il Col de la Bonnette, il Col de la Lombarde e l’ascesa a Sant’Anna di Vinadio.

Se ci fosse il Coppi del 1949 che dopo una fuga solitaria di 192 km diede 12 minuti al secondo che si chiamava Bartali, tutto potrebbe ancora accadere. Ma oggi tre minuti – tanto è il vantaggio di Krujiswjick sul secondo che è Esteban Chaves – appaiono un margine di sicurezza per la maglia rosa olandese vista anche la vitalità e autorevolezza messe in mostra sulle Dolomiti. Eppure qualcosa, soprattutto Valverde ma anche Chaves e perché no Nibali, dovranno inventarsi per mettere in difficoltà Krujiswjick su montagne aspre e infinite, dove l’ossigeno all’improvviso si assottiglia per l’altitudine.

Lassù oltre i 2500 metri basta una piccola defaillance perché si precipiti nel baratro. In particolare Risoul dovrebbe essere per Nibali un dolce ricordo, quello del Tour stravinto nel 2014, quando in maglia gialla diede sfoggio della sua classe scattando a caccia dei fuggitivi. Era Roi Nibali, uno spettacolo anche se per una manciata di secondi non riuscì ad agganciare Majka e vincere la sua quarta tappa. Nibali oggi ha un distacco in classifica di 4’43”: tutti lo danno spacciato e fuori dei giochi. Ma lo Squalo, come Valverde, ha l’orgoglio del campione. Stiamo a vedere.

Ieri intanto anche lo Squalo, dopo le analisi mediche del mattino, ha trascorso una tappa del tutto tranquilla – se tranquillo può essere fare quasi 250 km in sella – anche lui disinteressato a quanto accadeva davanti. Dove un drappello nutrito di corridori fuori classifica aumentava di km in km il vantaggio sul gruppo dei big. Erano in tanti a mettercela tutta tra cui gli italiani Os, Moser, Modolo, Trentin, Brambila e lo svizzero Kluge, il vincitore di Cassano. Sul Pramartino, Brambilla, l’ex maglia rosa di Arezzo, e Moser staccano tutti gli altri.

Sul Muro di San Maurizio, 400 metri ma dalle pendenze proibitive, sembrano irraggiungibili e già si preprano e si studiano per la volata, Ma alle loro spalle, a 300 metri dall’arrivo, ecco sopraggiungere Matteo Trentin che li fa secchi allo sprint. Per Moreno Moser, leader della quarta generazione della dinastia, solo il piazzamento d’onore. Terzo Brambilla. Per Trentin, che al Tour aveva già vinto due tappe, è la prima vittoria al Giro. Il gruppo della maglia rosa arriva senza troppo dannarsi dopo oltre 13 minuti.

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