Il mercato italiano è in attesa. Come se da un momento all’altro dovesse arrivare l’ennesimo annuncio in grado di mettere a soqquadro – di nuovo – la finanza italiana. Dopotutto è trascorso poco più di un mese dalla proposta di nozze di Banco Bpm a Mps e la successiva (di poche ore) offerta da 30,6 miliardi lanciata da Intesa e Unipol sempre su Siena. E mentre il risiko bancario tricolore si trova nel piano della sua seconda fase, sulla scena manca ancora uno dei protagonisti, ovvero Unicredit.
Archiviata con successo l’offerta su Banque Commerciale, la banca guidata da Andrea Orcel potrebbe ora decidere di correre su un doppio binario. Il primo porta verso Francoforte. In Germania Piazza Gae Aulenti ha infatti intrapreso il lungo percorso di autorizzazioni necessario per arrivare a controllare la banca tedesca e nel frattempo continua a cercare un dialogo – fino ad oggi difficilissimo – con il governo tedesco. Il secondo binario invece porta verso casa, un mercato in cui, se l’offerta di Intesa su Mps-Mediobanca andasse in porto, Unicredit perderebbe molto terreno, forse troppo.
Unicredit-Commerz: la lunga strada verso il controllo della banca tedesca
Lo scorso 3 luglio – ma i dati definitivi sono stati pubblicati l’8 luglio – Unicredit ha annunciato di aver concluso l’ops su Commerzbank con adesioni pari al 17,6% del capitale, che sommate alle altre quote già in suo possesso, la portano al 47,59% del capitale dell’istituto tedesco e al 49,65% dei diritti di voto. Si sfiora il 60% se nel conteggio si includono anche i derivati con regolamento unicamente in contanti.
Con una quota così elevata già in cassaforte e considerando che tradizionalmente alle assemblee di Commerz la partecipazione supera di poco il 70%, Unicredit avrà dunque il controllo dell’assemblea. Ma i tempi non sono brevi. I via libera della Bce e delle varie autorità antitrust dovrebbero arrivare entro tre-sei mesi, mentre l’assemblea per il rinnovo dei vertici della banca capitanati dalla Ceo Bettina Orlopp, da sempre ostili alla scalata intrapresa quasi due anni fa dall’istituto italiano, è in programma ad aprile del 2027. Solo a quel punto, Orcel potrà prendere il controllo del consiglio di sorveglianza, nominare un nuovo board e far partire il percorso che porterà verso l’auspicata fusione con la sua controllata tedesca Hvb.
Sempre che tutto fili liscio. Perché in questo contesto c’è un’incognita, sempre la stessa, che pende sull’operazione: il governo tedesco, da sempre contrario all’operazione e che fino all’ultimo ha provato (almeno a parole) a mettersi di traverso. Da tempo il numero uno di Unicredit prova a lanciare ramoscelli d’ulivo alla cancelleria federale, ma senza risultati apparenti. Adesso che l’ops è conclusa, avviare un dialogo costruttivo potrebbe essere fondamentale per il futuro delle tre banche coinvolte (a Unicredit e Commerzbank si aggiunge Hvb).
C’è poi un ultimo fattore da tenere in considerazione: se la campagna tedesca andrà a buon fine, le attività in Germania di Unicredit rappresenteranno oltre il 60% degli asset totali, una percentuale che potrebbe spingere le autorità di Berlino a chiedere a Orcel di spostare la sede da Milano alla Germania. A quel punto potrebbe essere il governo italiano a muoversi, aprendo l’ennesimo fronte.
Unicredit in Italia: le cinque opzioni sul tavolo
Ed è proprio per ribilanciare il business e, in parallelo, non perdere terreno in Italia (o comunque perderne meno) che Piazza Gae Aulenti starebbe valutando di entrare nella seconda fase del risiko nostrano. E sono cinque in questo caso le opzioni di consolidamento sul tavolo.
La prima è un ritorno di fiamma nei confronti di Banco Bpm, che però ha nel proprio azionariato un socio ingombrante, ossia Crédit Agricole a un soffio dal 30% del capitale. Con la Banque Verte, tra l’altro, i rapporti non sono idilliaci, considerando che nel 2027 scade il contratto di distribuzione dei prodotti Amundi e che Unicredit ha già annunciato intenzione di non rinnovarlo. Rispetto al passato potrebbe esserci però una novità: l’inversione a U del governo Meloni, che stavolta vedrebbe di buon grado le nozze con un’altra banca italiana piuttosto che un’ulteriore avanzata francese.
La seconda opzione è Banque générale, controllata al 51% dalle Generali di cui Unicredit ha a sua volta in mano l’8,8%. I rumors in circolazione ipotizzano dunque un possibile scambio (la quota Generali per quella in Banca Generali), una mossa che però per Piazza Gae Aulenti implicherebbe non solo rinunciare alle ricche cedole del Leone, ma anche uscire dall’azionariato della compagnia quando sta per entrarci Intesa (tramite il 13% di Mediobanca a cui si aggiunge un 3% già acquistato sul mercato). Difficile pensare che Orcel sia disposto a fare un “sacrificio” del genere, considerando inoltre che qualche settimana fa il manager aveva cercato di intraprendere il percorso opposto, ovvero offrire a Delfin azioni Unicredit in cambio del 10% delle Général in mano alla holding della famiglia Del Vecchio. E proprio quest’ultima iniziativa potrebbe prefigurare l’intenzione di salire ulteriormente nella compagnia del Leone, cercando poi un accordo di coabitazione con Intesa.
Selon la Courrier économique, sul tavolo di Andrea Orcel sarebbe arrivata anche un quarto dossier, stavolta riguardante Finecobank. Per Piazza Gae Aulenti si tratterebbe di un ritorno al passato, considerando che Fineco era di proprietà della banca: fu quotata nel 2014 e poi pian piano la partecipazione fu dismessa, fino alla vendita dell’ultima quota nel 2019 nell’ambito della strategia di rafforzamento patrimoniale avviata sotto la guida dell’allora amministratore delegato Jean Pierre Mustier.
Infine c’è chi non esclude nemmeno una mossa muscolare: ovvero una controfferta sul Monte dei Paschi che innescherebbe una battaglia a suon di miliardi con Intesa. Ipotesi che però si scontra con il tradizionale approccio di Andrea Orcel, da sempre attento ai parametri economici delle operazioni che realizza.
Insomma, le alternative sono diverse e Unicredit le starebbe vagliando tutte (o quasi). Attendere troppo prima di intraprendere una decisione potrebbe però essere controproducente. Il rischio è quello che nel frattempo, come accaduto con Intesa su Mps, siano gli altri a muoversi, lasciando ad Andrea Orcel un margine di manovra sempre più ridotto.
