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Finmeccanica: la vera “spina” è AnsaldoBreda. Intanto il titolo precipita

Dopo la batosta in Borsa urge concentrasi sul “core business”. Più di 600 milioni andati in fumo in una sola seduta. Questo è l’esito della battaglia campale attorno al titolo Finmeccanica, che oggi ha chiuso in perdita del 17,36%. Lo scontro è iniziato a Piazza Affari il giorno dopo l’annuncio dei risultati al 30 giugno “aiutati” solo, sul fronte dell’utile, dalla cessione parziale di Ansaldo Energia.

Un calo, in parte, scontato ma che comunque impressiona per le dimensioni. Ma fino a che punto giustificato dai numeri pur deludenti (fatturato in calo da 8,654 miliardi a 8,432, ebitda adjusted a 440 milioni da 586, cioè dal 6,8 al %,2%)? Oppure la capofila della tecnologia italiana, paga lo scotto delle inchieste giudiziarie e il clima, favorevole alla speculazione ribassista, che domina sui mercati? Gli ingredienti per una “tempesta perfetta” di metà estate ci sono tutti: l’evoluzione politica e sociale dei Paesi nordafricani, da sempre, a partire dalla Libia, buoni clienti del gruppo; la crisi finanziaria che ha condizionato gli acquisti dei clienti principali, cioè il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America; la forza dell’euro nei confronti del dollaro. Numeri che spiegano la frenata di qui alla fine dell’anno.

Per l’intero esercizio, infatti, Finmeccanica stima ricavi tra i 17,5 e i 18 miliardi di euro dalla precedente stima di 18,3-19 miliardi. Nessuna previsione, invece, sui risultati a fine dicembre: troppe le incognite di cui tener conto. Una scelta, quella di non decidere, che ha influito sulle pagelle al ribasso emesse da in mattinata Cheuvreux, Akros, Kepler e Unicredit.
Ma, al di là della congiuntura economica, emergono anche problematiche di carattere strutturale che sono all’attenzione dei nuovi vertici del gruppo.

In particolare, pesa sui destini del gruppo l’andamento di alcuni settori “no core” , frutto di investimenti a carattere sociale. In particolare, i trasporti (relativamente al segmento dei veicoli), soffrono sia un insoddisfacente processo di acquisizione del portafoglio ordini, sia per la scarsa redditività di alcuni contratti. Una situazione sempre meno sostenibile visto che, per tenere il passo della concorrenza, il gruppo dovrà probabilmente aumentare gli investimenti in tecnologia che già oggi toccano quota 882 milioni (oltre il 10 per cento dei ricavi). Di qui la facile previsione che, nell’ambito del prossimo piano strategico, le attenzioni dell’ad Giuseppe Orsi e quelle del dg Alessandro Pansa saranno concentrate sulla razionalizzazione del portafoglio, ovvero, in termini più crudi, sull’uscita dai business meno profittevoli del ramo trasporti.

Del resto, lo stesso Orsi ha già sottolineato a Le Bourget che Finmeccanica deve “focalizzare di piu’ le proprie attivita’, i prodotti e di conseguenza i propri investimenti e lo deve fare “presto”, guardando con piu’ forza ai mercati internazionali e uscendo “dai confortevoli mercati domestici”. Ovvero basta con i bus di BredaMenarini bus o con l’Ansaldo Breda, aziende che vanno privatizzate o comunque trovare un altro tetto.

Sarà questo senz’altro uno dei test che dovranno valutare la sincerità dei rinnovati istinti privatizzatori emersi con la recente manovra finanziaria. Orsi, anche per dimostrare la sua indipendenza dalle parrocchie politiche (vedi Lega) potrebbe accelerare i tempi delle decisioni. L’appuntamento, dunque, è per il prossimo autunno, quando prenderà corpo il ciclo di pianificazione 2012–2016, la sede idonea per le decisioni destinate a proteggere la solidità patrimoniale e la capacità di far fronte, senza squilibri finanziari, alla competitività del gruppo.

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