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Fed, Bernanke: “Se necessario” nuove misure di sostegno

La Fed allenterà la propria politica monetaria “se necessario” per la crescita. E’ questo il messaggio in arrivo da Ben Bernanke. In realtà, a leggere le parole del presidente della Fed, sembra proprio che sia necessario l’intervento della Banca centrale più potente del pianeta: mercato immobiliare ancora convalescente, crisi ancor acuta del debito dell’Europa e il fiscal cliff (l’aumento delle tasse e i contemporanei tagli alla spesa che scatteranno tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013), ancor di più la “stagnazione del mercato del lavoro” rappresentano dei veri e propri “venti contrari” per l’economia cui occorre porre rimedio. Ma come?

Il presidente della Fed, intervenendo a Jackson Hole, non ha messo sul tappeto le sue carte. Con grande delusione iniziale dei mercati che si erano illusi, a torto, che fosse suonata l’ora X. Poi Wall Street, superato lo shock iniziale, ha ripreso la strada del rialzo: in fin dei conti, si è pensato , è già molto che Bernanke non abbia rinnegato la politica passata ma , al contrario, si sia impegnato ad andare avanti sulla strada già tracciata, se necessario. Un po’ come ha fatto Mario Draghi a fine luglio, dichiarando di essere pronto” a fare quel che è necessario per salvare l’euro”. C’è del metodo, insomma, dietro la politica degli annunci e dei misteri che ha accomunato Bernanke e Mario Draghi nel corso degli ultimi mesi.

Non era poi così scontato che elicottero Ben confermasse la sua strategia, per giunta fino al 2015, quando scatteranno le nuove nomine alla banca centrale Usa. Non bisogna dimenticare che il presidente della Fed è sceso in campo poche ore dopo la nomination di Mitt Romney e di Paul Ryan alla Convention repubblicana di Tampa. In quella sede, il candidato alla presidenza e lo stesso Ryan hanno attaccato a testa bassa la Fed, che i “tea party” vogliono ridimensionare, la politica monetaria degli ultimi anni (da cancellare con il ritorno ad una sorta di gold standard) e la stessa persona di Bernanke, “traditore” della causa repubblicana a vantaggio di Barack Obama per aver impedito il collasso dello Stato federale con una politica di costante immissione di liquidità.

In questa cornice il discorso di Jackson Hole è servito innanzitutto a ribadire che la Fed, almeno finché Bernanke guiderà l’istituto, non intende cambiare rotta. Va difeso perciò il il quantitative easing che la Fed ha già messo in atto in due occasioni. ”Ha aiutato la ripresa dei listini, ha significativamente abbassato i tassi sui Treasury e ha fornito un significativo aiuto per l’economia” afferma Bernanke, sottolineando che l’allentamento monetario ha anche mitigato i rischi di deflazione. Di qui la facile previsione che la banca centrale giocherà ancora la carta di nuovi acquisti di “carta” federale e pure di emissioni del settore privato. Non ora, però. Per due motivi.

Primo, perché il sistema non brilla ma non affonda. Gli ultimi dati sul Pil, sul mercato della casa e sull’andamento dell’economia (ma non dell’occupazione) dimostrano che gli Usa sono ancora afflitti da una febbriciattola ma non corrono rischi mortali, a meno che il braccio di ferro della politica, un “tonfo” dell’Europa o il precipitare della crisi iraniana non accelerino l’involuzione del quadro internazionale. Meglio prepararsi al peggio, senza però sparare le cartucce.

Secondo, Ben Bernanke ha agitato l’ipotesi di “politiche non convenzionali”. Qualcosa di più e di diverso del semplice quantitative easing. Bernanke non è stato più esplicito ai piedi delle montagne di Jackson Hole, a due passi dalla tana di orso Yogi. Ma nei giorni scorsi ambienti vicini alla Federal Reserve,tra cui lo stesso Mohamed El Erian di Pimco (uno degli advisor più ascoltati da Cghristine Lagarde al Fondo Monetario) hanno suggerito l’ipotesi che la Fed potrebbe adottare il target della crescita al nominale, ovvero fissare un obiettivo di crescita del Pil al lordo dell’inflazione senza badare alla minaccia inflattiva cui, come ha ribadito ieri, Bernanke non crede. Sarebbe una svolta copernicana per la banca centrale. Oltre alla difesa del potere d’acquisto della moneta e alla tutela dell’occupazione (ruolo che compete alla Fed, non alla Bce), la banca federale sarebbe pronta ad allargare il suo raggio d’azione alla crescita, invadendo così uno dei terreni propri della politica. Nella convinzione che la politica, paralizzata dai veti incrociati tra Casa Bianca e Congresso, non sappia affrontare i problemi con la necessaria energia.

L’esatto opposto, insomma, di quanto chiede la destra repubblicana, convinta che i probleimi del capitalismo nascano da un eccesso di intervento dei regolatori, piuttosto che da una presunta timidezza. A tanto, certo, Bernanke non è arrivato. Ma potrebbe farlo di fronte al rischio, ad esempio, che la frattura sul fiscal cliff faccia venir meno il 6-8% del pil Usa con grave pregiudizio dei consumi.

In questo modo il presidente della Fed rischia di assumere un ruolo politico, per giunta (ironia della sorte) in campo democratico, nonostante che Bernanke sieda alla Fed grazie alla scelta di George W. Bush. Ma non è certo colpa sua se i repubblicani, anticipando la scelta di rimuovere in caso di successo lo stesso Bernanke, abbiano oggettivamente legato la sorte del banchiere dei banchieri a Barack Obama. Quest’ultimo sarà eletto solo se l’economia darà chiari segnali di quella ripresa che è nelle mani delle scelte di Bernanke. Non ci vuol molto a prevedere che le “misure non convenzionali” saranno uno dei temi chiave dell’autunno.

 

Leggi il discorso integrale di Ben Bernanke a Jackson Hole.

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