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Enti locali: super dividendi da utilities quotate

Le utilities quotate fanno bene ai bilanci degli enti locali azionisti, anche se non sempre la Borsa le premia. Come indica il rapporto di R&S-Mediobanca sulle principali società partecipate dai maggiori enti locali italiani, dal 2003 al 2015 le sei società quotate prese in considerazione (con una capitalizzazione complessiva di 12,6 miliardi) hanno segnato un apprezzamento cumulato, in termini di total return, del 172%, superiore di quasi 50 punti a quello realizzato dall’insieme delle società industriali quotate. I rendimenti sono meno soddisfacenti se si calcolano a partire dal prezzo di collocamento: per le cinque società per cui è possibile fare il calcolo, solo in due casi si riscontra una variazione positiva a fine giugno: Hera con un brillante +102% e Acea con il +17,8% al 30 giugno scorso.

C’è invece il segno meno per Acsm-Agam, A2A e Iren. Gli enti local i azionisti, comunque, oltre ai proventi da collocamento, hanno incassato dal 2003 al 2016 dividendi cumulati per 3,2 miliardi di euro. Gli esborsi per aumenti di capitale al 2014 si fermavano invece a 170 milioni di euro. Il rendimento offerto dalle azioni (dividend yield), dopo il triennio 2010-2012 in cui si è attestato su valori sempre superiori al 4%, si è ridotto al 2,8% per i dividendi incassati nel 2015. A partire dal 2012 e, in precedenza anche nel 2008, le utilities quotate, comunque, hanno garantito sempre un rendimento superiore rispetto ad investimenti alternativi. Rispetto ai titoli di Stato italiani il dividendo yield medio nel 2015 è stato di 2,7 punti in più.

VERTICI – Oltre ai risultati finanziari, il report di Mediobanca analizza anche la posizione delle nomine. A tutto il 2014 i 115 maggiori enti locali italiani avevano insediato oltre 1.900 rappresentanti di propria nomina negli organi societari delle società partecipate e per quasi la metà (869) si tratta di posizioni di vertice.

Sono i comuni ad esprimere il maggior numero di nomine (895, per metà apicali), davanti alle regioni (598) e alle province (421). Nel 2014-15 agli amministratori di nomina pubblica era riconosciuto un monte-compensi pari a 33,5 milioni di euro, per il 77% appannaggio dalle cariche di vertice. Il compenso medio base (esclusi cioè gettoni di presenza, indennità, bonus ed altre voci) era di 23.300 euro, compreso tra gli oltre 35.100 degli apicali e gli 11mila euro scarsi degli altri. Gli enti locali più generosi sono le regioni con una media di compensi di 28mila euro, davanti ai comuni (22.300) e alle province (18.800).

Venezia (49) e Roma (42) sono le città che hanno espresso il maggior numero di nomine nelle partecipate. Tra le province, le più prolifiche sono Trento (75) e Bolzano (62). Tra le regioni nomine a go-go per la Valle d’Aosta (100), nettamente davanti a Sicilia (59) e Friuli Venezia Giulia e Campania (47). Va per altro segnalato un certo sforzo di razionalizzazione e contenimento dei costi: nell’ultimo quinquennio il numero delle nomine è calato del 35%, così come il monte-compensi, mentre il compenso medio per carica è stato tagliato dell’8,3%.

Tra le curiosità segnalate dal rapporto, il rapporto tra i compensi dei nominati e la ricchezza delle aree locali a cui fanno riferimento. Così il compenso di una carica in una partecipata del Comune di Salerno è pari a 2,7 volte il Pil-pro capite regionale. Se la nomina è fatta dalla provincia di Reggio calabria il compenso è in media 2,7 volte il Pil pro-capite, fino ad arrivare alle 4,7 volte della Regione Basilicata. La Liguria, per contro, si ferma a 1,7 volte.

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