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Elezioni Europee: sfida tra Schulz, Juncker e Verhofstadt

“Certamente è folle e sbagliato agire soltanto sul fronte dei tagli. Bisogna far crescere anche i redditi e i consumi. Non c’è contraddizione fra investimenti per il futuro e consolidamento dei bilanci, due percorsi che possono tranquillamente convivere”, sostiene Martin Schulz, 58 anni, socialista tedesco, presidente uscente dell’Europarlamento.

“Non si può esagerare con il rigore eccessivo. Da sola, l’austerità di bilancio non basta. Servono anche politiche per la crescita economica”, afferma in un’intervista al Corriere della Sera Jean-Claude Juncker, 59 anni, cristiano-democratico, per oltre diciott’anni primo ministro del Lussemburgo e negli ultimi otto del suo mandato in patria anche presidente dell’Eurogruppo (l’organismo che riunisce i ministri delle Finanze dei 18 Stati appartenenti all’Eurozona).

“Sinora la Commissione europea ha sempre consultato Berlino e Parigi prima di assumere qualunque decisione. Ora è arrivato il tempo di dire basta!”, dice Guy Verhofstadt, 61 anni, per dieci anni primo ministro del Belgio, da cinque presidente del gruppo parlamentare liberal-democratico, in conferenza stampa a Strasburgo un mese fa in occasione dell’ultima seduta plenaria dell’Europarlamento. Che, a un giornalista che gli chiedeva quali fossero le sue priorità per l’Europa, ha risposto tranchant: “Sono tre: lavoro, lavoro, lavoro!”. Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Guy Verhofstadt sono tre dei cinque candidati ufficiali per il posto di presidente della Commissione europea. Quasi coetanei, nati in tre località racchiuse casualmente in un fazzoletto d’Europa che comprende anche le due capitali UE, Bruxelles e Strasburgo – sono questi i tre “cavalli di razza” fra i quali si giocherà, salvo improbabili pur se non impossibili colpi di scena, la partita per la conquista della poltrona più ambita di Berlaymont, il palazzo di Bruxelles sede della Commissione. Sia poiché all’Assemblea di Strasburgo rappresentano rispettivamente il gruppo dei socialisti e democratici, quello dei popolari e quello dei liberal-democratici, che nella legislatura appena conclusa sono stati, soprattutto i primi due, i gruppi più numerosi all’Europarlamento; sia poiché possiedono un curriculum politico di tutto rispetto. Sembrano fuori gioco, invece, gli altri due candidati – il greco Alexis Tsipras, 39 anni, leader di Syriza, candidato del Partito della sinistra europea, e la tedesca Ska Keller, 32 anni, candidata dei Verdi europei – poiché la consistenza numerica delle formazioni politiche alle quali appartengono è molto più ridotta. Anche considerato che i rispettivi curricola sono molto meno brillanti di quelli degli altri tre candidati.

I candidati in lizza per la presidenza della Commissione, alla luce delle modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona, restano dunque quei tre: Schulz, Juncker e Verhofstadt. Sempre che la partita si chiuda nella prima fase. Le nuove norme, che si applicano per la prima volta, prevedono infatti che ogni partito politico europeo prima delle elezioni proponga un candidato alla presidenza della Commissione. Che il Consiglio (in cui sono rappresentati i governi degli Stati membri) esprima a maggioranza qualificata una sola candidatura “tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate”. Questo significa che il Consiglio europeo, a meno di colpi di scena, orienterà la propria scelta sul candidato del partito che avrà vinto le elezioni. A questo punto toccherà al Parlamento esprimersi con un voto, a maggioranza assoluta (la metà più uno dei suoi membri), sulla designazione del Consiglio.

Nel caso in cui questo risultato non venga raggiunto, la palla passerà di nuovo allo stesso Consiglio, che avrà un mese di tempo per presentare una nuova candidatura. Si presume con la stessa procedura, ma il Trattato non lo chiarisce. In concreto, alla luce della nuova (e piuttosto vaga) procedura introdotta dal Trattato di Lisbona, è possibile soltanto ribadire che, in prima battuta, i candidati alla presidenza della Commissione UE dovrebbero essere quelli dei due partiti sinora più rappresentati all’Assemblea di Strasburgo (Schulz e Juncker). Con Verhofstadt che potrebbe venir fuori in seconda battuta se in Parlamento non si raggiungesse la maggioranza assoluta sulla prima proposta del Consiglio.

Anche se nessuno può escludere che, in questo caso, il Consiglio possa tornare alla procedura adottata sinora, quella di un accordo in Consiglio fra i governi “dopo aver effettuato le consultazioni appropriate”, secondo la formula ribadita dal nuovo Trattato. D’altra parte, realisticamente, in un contesto storico caratterizzato da un diffuso malessere dei cittadini europei per i pesanti effetti di una troppo lunga crisi economica e sociale ancora non del tutto superata, malessere che si esprime con un crescente disamore per la politica e anche per l’Europa, una dilatazione dei tempi per eleggere il presidente della Commissione aggraverebbe ulteriormente il malumore dei cittadini. Ed è forse per evitare questa ulteriore caduta del consenso che potrebbe avere qualche fondamento una indiscrezione che risuona negli ambienti europei da più di un mese, di cui si era fatto portavoce l’eurodeputato verde francese Daniel Cohn Bendit (smentita però seccamente in conferenza stampa a Strasburgo da Guy Verhofstadt).

Secondo questa voce, i presidenti dei tre gruppi parlamentari più numerosi nell’Assembla di Strasburgo (popolare, socialista e democratico, liberal-democratico) in un incontro riservato avrebbero assunto l’impegno di incontrarsi a Bruxelles subito dopo le elezioni per definire il nuovo organigramma europeo alla luce del responso delle urne. Nell’attesa la previsione più accreditata dagli addetti ai lavori è che la presidenza della Commissione potrebbe andare al socialista Schulz, quella stabile del Consiglio al cristiano-democratico Juncker, e quella del Parlamento al liberal-democratico Verhofstadt. Un’ipotesi che, se si dovesse concretare, confermerebbe la prassi, sempre più diffusa a Bruxelles e a Strasburgo, di mettere insieme sui singoli provvedimenti maggioranze nettamente più ampie rispetto alla gran parte dei parlamenti nazionali. “Approviamo le leggi giudicandone i contenuti nel merito, a prescindere spesso da considerazioni partitiche”, è la motivazione che viene data generalmente dai deputati europei. E sarebbe la conferma di una voglia di grosse Koalition, o di larghe intese come si dice da noi, che pervade l’aula e le aulette parlamentari di Bruxelles e di Strasburgo. Oltre che le sedi dei governi di non pochi Stati membri dell’UE.

Se questa ipotesi di accordo dovesse essere portata avanti, bisognerà comprendere quali potrebbero essere le sue fondamenta politiche. In soldoni, come potrà essere risolto il confronto fra i paladini dell’austerità ad oltranza e i sostenitori di politiche di concreto sostegno all’economia, di riapertura dei rubinetti del credito alle imprese (ma con quali risorse?) e di rilancio dell’occupazione. E, ancora, in qual misura la maggioranza dei Paesi europei dovranno ancora adeguarsi alle “indicazioni” provenienti da Berlino via Bruxelles?

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