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Economia e mercati, i 7 grandi rischi del 2017

Un altro anno è passato e i mercati finanziari sono stati clementi, nonostante la Cina, Donald Trump, la Brexit e il Monte dei Paschi di Siena. Rispetto allo scenario dei rischi che avevamo paventato, il 2016 è filato via liscio e nessuno di essi si è manifestato in forma grave, sorprendendo anzi in positivo. La lezione fondamentale del 2016 è che gli eventi politici sono troppo imprevedibili per basare una strategia d’investimento su di essi.

Una buona partenza

Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2017 ha tutta l’aria di essere un altro anno di rendimenti soddisfacenti: il clima finanziario rimane favorevole ed i mercati sembrano scontare un anno di decente crescita economica e inflazione, tipicamente favorevole agli attivi rischiosi (un po’ meno ai titoli obbligazionari). Rispetto all’anno scorso, la stabilizzazione delle materie prime ha tolto un po’ di pressione dalle aziende energetiche e dai Paesi Emergenti.

Vietato abbassare la guardia

I rischi sono però sempre dietro l’angolo, quindi ci siamo chiesti: cosa può andare storto nel 2017, tanto da cambiare drasticamente gli scenari d’investimento? Tenetevi forte, c’è tanta carne al fuoco.

1) Crisi della zona euro

La calma post-referendum costituzionale italiano non deve illudere troppo: la zona euro rimane l’area strutturalmente più fragile tra i Paesi Sviluppati. L’avvento dei partiti euro-scettici va a ridurre la cooperazione necessaria per mandare avanti con vigore il processo di riforme. La questione Grecia rimane irrisolta nella sostanza e la potenziale vittoria di Marine Le Pen in Francia potrebbe segnare la fine del progetto europeo. Non dimentichiamo poi che l’Italia ha un sistema bancario fragile, superconnesso con le altre banche europee, ed un Governo con le ore contate. Insomma, il rischio sistemico non manca.

2) Hard Brexit

Dopo l’esito del referendum britannico, fino ad ora l’unica a perderci è stata la sterlina (-17% da inizio anno). Ma la vera battaglia non è ancora incominciata: a marzo 2017 dovrebbe iniziare il processo di uscita della Gran Bretagna dalla zona euro, che prevede la rinegoziazione di un numero rilevante di trattati. La battaglia potrebbe essere dura (da qui il nome Hard Brexit) e priva di sconti, con eventuali ripercussioni sui mercati finanziari e sull’economia.

3) Protezionismo

Le misure a protezione dei mercati interni non sono certo una novità, ma dallo scoppio della crisi sono fortemente aumentate. L’inasprimento dei rapporti tra Cina e Stati Uniti, le tensioni tra Eurozona e UK, nonché il crescente peso dei partiti anti-globalizzazione rischiano di ridurre ulteriormente gli scambi commerciali, con evidenti ripercussioni sulla stabilità economica: considerate che tra i Paesi OSCE, più del 25% dell’occupazione dipende dalla domanda estera, sicché se diminuiscono gli scambi è difficile pensare che ne sortisca qualcosa di buono.

4) Inflazione fuori controllo

Di inflazione non sentiamo parlare da un po’, ma storicamente è la principale ragione per cui vale la pena investire. Con i prezzi delle materie prime in fase di stabilizzazione, una crescita economica sostenuta da politiche fiscali espansive e anni di Quantitative Easing (QE), l’inflazione potrebbe tornare a mettere in crisi le banche centrali di buona parte del globo, che si troverebbero nella difficile situazione di mantenere fede al proprio mandato o mettere in crisi l’economia (con un aumento dei tassi d’interesse). Secondo i gestori intervistati da BoA & MerryLinch, il pericolo stagflazione (aumento dell’inflazione e recessione economica) è al secondo posto tra i grandi rischi all’orizzonte: il fatto che un’elevata inflazione oggi sia considerata un’ipotesi abbastanza remota dalla maggior parte delle persone, la inserisce di diritto tra i potenziali  “cigni neri”.

5) Hard landing

I Paesi Emergenti escono dal 2016 ancora in piedi, dopo aver navigato in acque tutt’altro che tranquille, specialmente dopo il crollo della materie prime. Ora che Russia e Brasile sembrano avviati ad uscire dalla recessione, la Cina si conferma (come ogni anno) l’osservato speciale. Non crediamo granché nel potenziale crollo della Cina (che vorrebbe dire  svalutazione, crisi del debito con ripercussioni sull’economia globale), tuttavia il peso specifico del Paese e la rischiosità del compito a cui devono far fronte le sue autorità ci rendono vigili. Ricordiamo che a gennaio 2016 bastò qualche brutto dato cinese ad affossare le Borse.

6) Abenomics

Dopo quattro anni di QE aggressivo e tassi a zero, il Giappone non è ancora uscito dalla deflazione. Fino ad ora l’Abenomics ha stimolato i profitti aziendali, grazie alla forte svalutazione e alla corsa del mercato azionario, ma i salari ed i consumi sono rimasti al palo. Con l’indebitamento ai massimi storici e la politica monetaria al limite, il castello potrebbe cadere da un momento all’altro.

7) Tassi d’interesse USA

I mercati hanno dimostrato di saper reggere ad un graduale aumento dei tassi d’interesse e, al momento, non ci sono ragioni per credere che il processo di normalizzazione della politica monetaria USA possa avvenire più velocemente di quanto prezzato dal mercato dei Futures sui FED Funds (tre aumenti dei tassi entro il 2018). Resta il fatto che se le intenzioni e le mosse della FED venissero interpretate male, i mercati finanziari potrebbero reagire negativamente.

In sintesi, i problemi latenti della zona euro e l’Hard Brexit sono a nostro parere i due fattori di rischio che, visti a inizio anno, hanno la più alta probabilità di realizzo e il più alto impatto potenziale sui mercati. Ecco perché siamo per lo più negativi nei confronti dell’Europa.

Fonte: AdviseOnly

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