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Crisi e mito del deficit: la terza via per trovare il denaro

Photo by Omid Armin on Unsplash

Stephanie Kelton è un’economista molto ascoltata e molto seguita, soprattutto nel campo democratico che inizia a pensare seriamente alla Casa Bianca e al controllo del Campidoglio. Kelton, allieva di Hyman Minsky (un pensatore ormai leggendario) e già consigliere economico di Bernie Sanders, è stata chiamata da Joe Biden a co-presiedere la sua task force economica.

Molti hanno visto in questa scelta del candidato democratico la sua fuoriuscita da un approccio centrista della campagna elettorale per virare verso i temi dell’ala sinistra del Partito democratico.

Il supplemento del weekend del “Financial Times“ del 17 aprile 2020 ha dedicato un’intera pagina a Kelton. L’economista ha avuto modo di esporre in dettaglio il suo punto di vista molto anticonvenzionale sulle questioni cruciali del debito e sostegno pubblico all’economia. Il quotidiano di Londra, che ha titolato il servizio Stephanie Kelton: ‘They’re going to have massive deficits. And it’s fine’ si è chiesto se non sia proprio giunto il suo momento. E forse è davvero giunto.

Recentemente Kelton – docente di Economia e politica pubblica alla Stony Brook University – ha pubblicato un libro dal titolo The Deficit Myth, che Mariana Mazzucato ha recensito molto positivamente, definendolo un “game-changing book”. Ne proponiamo qui di seguito un saggio.

Se a proposito del libro di Kelton volessimo rispolverare un fortunato slogan potremmo usare questo: “il limite al denaro è solo la nostra immaginazione”. Speriamo che abbia ragione. Sarebbe bello che l’avesse.

Il fiume di inchiostro rosso

Recentemente, un gruppo bipartisan di 60 membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha inviato una lettera ai leader del Congresso, manifestando la preoccupazione per l’aumento del debito e del deficit pubblico per combattere la crisi della pandemia. “Non possiamo ignorare la pressante questione del debito nazionale”, hanno scritto.

La lettera ammoniva sui “danni irreparabili al nostro Paese” se non si farà nulla per arginare la marea di inchiostro rosso”. Il senatore Mike Enzi, repubblicano del Wyoming, presidente della Commissione per il bilancio, ha fatto eco alle preoccupazioni di questi parlamentari.

È questa una posizione pericolosa per le piccole imprese e per i milioni di disoccupati la cui sopravvivenza nella crisi dipende anche dal continuo sostegno economico del governo.

Il mito del deficit

I legislatori democratici e repubblicani che chiedono misure di austerità immediate dimostrano che sono caduti in balia di quello che io chiamo “il mito del deficit”: cioè che il debito e il deficit di una nazione sono un qualcosa di insostenibile e che si debba sviluppare un piano alternativo per affrontare la crisi.

Come sostenitore di quella che viene chiamata Teoria Monetaria Moderna (MMT) e come ex capo economista dei Democratici nella Commissione bilancio del Senato, ho una certa familiarità con il funzionamento della finanza pubblica. E dico con serenità che non sono preoccupato per la recente impennata multimiliardaria della spesa pubblica.

C’è stato un momento in cui la preoccupazione per un deficit eccessivo ha scosso le mie convinzioni in campo economico.

Capisco bene il mito del deficit, perché nella prima parte della mia carriera di economista anch’io ho abbracciato il modo di pensare convenzionale. Mi è stato insegnato che il governo dovrebbe gestire le proprie finanze in modo simile al buon vecchio padre di famiglia, mantenendo le spese in linea con le entrate ed evitando di indebitarsi ogni volta che è necessario trovare soldi.

I due modi “classici” di trovare i soldi

Il primo ministro britannico Margaret Thatcher — protagonista con il presidente Ronald Reagan della rivoluzione conservatrice della fine del XX secolo — ha descritto questo mood in un discorso seminale del 1983. Ha dichiarato:

Lo Stato non ha altra fonte di denaro se non i risparmi dei suoi cittadini. Se lo Stato vuole spendere di più, può farlo solo prendendo in prestito i loro risparmi o tassandoli di più.

Non esiste una terza via.

Questo pensiero appare ragionevole, anche a me. Ma la versione della signora Thatcher del mito del deficit cela una realtà e una possibilità cruciali. È il potere di un governo di emettere moneta. I governi delle nazioni che mantengono il controllo delle proprie valute — come il Giappone, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, a differenza della Grecia, della Spagna e dell’Italia — possono aumentare la spesa pubblica senza dover aumentare le tasse o prendere in prestito il denaro da altre nazioni o dai investitori.

Questo non significa che possono spendere senza limiti, ma significa che non devono preoccuparsi di “trovare il denaro”, come molti politici dicono, quando vogliono spendere di più.

Politica a parte, gli unici vincoli che gli Stati che emettono moneta devono affrontare sono il tasso di inflazione, la disponibilità di lavoro e di altre risorse materiali all’interno dell’economia reale.

La fine del gold standard

È vero che in un’epoca passata il governo degli Stati Uniti non aveva il pieno controllo della sua moneta. Questo perché il dollaro americano era convertibile in oro, il che costringeva il governo federale a limitare le sue spese per proteggere lo stock delle sue riserve auree.

Ma il presidente Richard Nixon ha notoriamente posto fine al gold standard nell’agosto del 1971, liberando il governo dal vincolo di non poter trarre pieno vantaggio dai suoi poteri di emissione di moneta. Eppure, circa mezzo secolo dopo, i leader politici di spicco di molti Paesi parlano ancora come la signora Thatcher e legiferano come se noi, i contribuenti, fossimo la fonte ultima del denaro del governo.

Nel 1997, durante la mia prima formazione come economista professionista, qualcuno mi ha segnalato un piccolo libro intitolato Soft Currency Economics. Il suo autore, Warren Mosler, un investitore di successo di Wall Street, sosteneva che quando si trattava di soldi, debiti e tasse, i nostri politici (e la maggior parte degli economisti) sbagliavano proprio tutto.

Il denaro è un monopolio pubblico

Ho letto quel libro e ne sono rimasta convinta. Una delle affermazioni di Mosler era che il denaro che il governo raccoglie non viene utilizzato direttamente per pagare i suoi conti. Avevo studiato economia all’Università di Cambridge con economisti di fama mondiale e nessuno dei miei professori aveva mai detto una cosa del genere.

Nel 1998 ho fatto visita a Mosler nella sua casa di West Palm Beach, in Florida, dove ho passato ore ad ascoltarlo mentre spiegava il suo pensiero. Iniziò a parlare del dollaro americano come di “un semplice monopolio pubblico”. Poiché il governo degli Stati Uniti è l’unico emittente della moneta, disse, è sciocco pensare allo Zio Sam come a un soggetto che abbia bisogno di ottenere soldi dal resto di noi. Basta che li emetta con le leggi.

La “storia” dei figli di Mosler

Mi girava la testa. Poi mi ha raccontato una storia: Mosler aveva una bellissima proprietà sulla spiaggia e tutti gli agi della vita che chiunque possa sperare di godere. Aveva anche una famiglia con due adolescenti, che non volevano saperne di contribuire alle faccende domestiche. Mosler voleva che l’erba del cortile fosse rasata, che i letti fossero rifatti, che i piatti fossero sciacquati, che le auto fossero lavate e così via. Per incoraggiare i figli a contribuire a questi lavori, promise di pagare il loro lavoro con i suoi biglietti da visita. Ma non ottenne molto.

“Perché dovremmo lavorare per i tuoi biglietti da visita? Non valgono niente” gli dissero i figli. Così Mosler cambiò tattica. Invece di offrire una ricompensa per il loro contributo alle faccende di casa, pretese il pagamento, ogni mese, di 30 dei suoi biglietti da visita per usufruire di alcune servizi della proprietà. Il mancato pagamento avrebbe comportato la perdita di privilegi: niente più TV, uso della piscina o giri di shopping al centro commerciale.

Mosler aveva essenzialmente imposto una tassa che poteva essere pagata solo con la sua carta da visita monogrammata. Ed era pronto a farla rispettare. Così questi biglietti da visita iniziavano a valere qualcosa. In breve tempo, i ragazzi si affrettarono a riordinare le loro camere da letto, nettare la cucina e il cortile. Iniziarono a lavorare per mantenere lo stile di vita che volevano avere.

Le legge legittima il nuovo denaro

Questo, in generale, è anche il modo in cui funziona il nostro sistema monetario. È vero che le banconote nelle nostre tasche sono, in senso fisico, solo pezzi di carta, come lo sono i biglietti da visita di Mosler.

È la capacità dello Stato di far rispettare le proprie leggi fiscali a sostenerne il valore, a rendere questo denaro prezioso.

È stato questo il modo in cui l’Impero britannico, e altri imperi prima di quello, sono stati in grado di governare efficacemente: conquistare nuovi territori, azzerare la legittimità della moneta nativa di un dato popolo, imporre la moneta imperiale ai colonizzati, poi iniziare a far ruotare l’intera economia locale intorno alla moneta imperiale, agli interessi e al potere del conquistatore.

Le tasse esistono per molte ragioni, ma esistono principalmente per dare valore a dei gettoni di Stato diversamente privi di valore.

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La Teoria Monetaria Moderna

Fare i conti con queste scoperte per me è stato duro, un vero e proprio momento copernicano. Quando ho sviluppato questo argomento nel mio primo documento accademico pubblicato e sottoposto a peer-reviewing, mi sono resa conto che fino ad allora la mia comprensione della finanza pubblica era sbagliata.

Nel 2020, il Congresso americano e altri governi ci hanno mostrato — di fatto — esattamente come funziona la Teoria Monetaria Moderna (MMT).

Questa primavera sono stati impegnati miliardi di dollari e di euro che, in senso economico convenzionale, i governi non hanno mai ricevuto né dai contribuenti né dai prestatori. Non hanno, infatti, né aumentato le tasse né preso in prestito dalla Cina o da qualche altro investitore i dollari e gli euro necessari a sostenere le economie in difficoltà.

Al contrario, i legislatori hanno semplicemente votato delle leggi e commissionato miliardi di dollari alla banca centrale, come la Federal Reserve. È così che oggi viene pagata tutta la spesa pubblica, cioè con l’emissione pura e semplice di nuovo denaro.

I limiti reali che contano

La moderna teoria monetaria descrive semplicemente come funziona il nostro sistema monetario. I suoi argomenti non dipendono dall’ideologia o da un partito politico. Piuttosto, la teoria si concentra su ciò che è economicamente possibile e sposta il terreno del dibattito politico fuori dal contesto “debito sì, debito no”. Invece di preoccuparsi del numero che ogni anno esce fuori dalla scatola magica del bilancio, la moderna teoria monetaria si focalizza su alcuni limiti.

A un certo momento, ogni economia si trova ad affrontare una sorta di “limite di velocità”, regolato dalla disponibilità delle sue reali risorse produttive — lo stato della tecnologia, la quantità e qualità dei suoi terreni, dei suoi lavoratori, delle sue fabbriche, delle sue macchine e di altre risorse.

Se un governo cerca di spendere troppo in un’economia che sta già viaggiando a pieno regime, ottiene un surriscaldamento, un’accelerazione dell’inflazione. Quindi ci sono dei limiti. Tuttavia, i limiti non sono nella capacità del nostro governo di spendere denaro o di sostenere grandi deficit. La moderna teoria monetaria cerca di distinguere i limiti reali da quelli che nascono da cattive politiche o da preoccupazioni non fondate.

Questione di volontà politica

La comprensione dei principi della teoria monetaria moderna potrebbe significare molto, adesso. Potrebbe liberare i politici da certe idee precostituite e spingerli non solo ad agire con coraggio in mezzo alle crisi, ma anche ad investire con coraggio in tempi di maggiore stabilità. È importante perché per far uscire le economie dalla loro attuale crisi, i governi e i parlamenti non hanno bisogno di “trovare il denaro”, come molti dicono, per spendere di più. Hanno solo bisogno di trovare i voti e la volontà politica per farlo.

Fonte: Stephanie Kelton, Learn To Love Trillion-Dollar Deficits. Our country’s myth about federal debt, explained, The New York Times, 9 giugno 2020

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