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Cinema, Lucky e la poesia della solitudine

Lucky, movie

Giudizio dell’autore:

 

Ci sono argomenti che non è facile collocare in un determinato contesto, come pure rinchiuderli dentro una particolare categoria delle riflessioni esistenziali. Allo stesso modo, ci sono film che non si prestano bene ad essere inseriti in un certo filone o riconducibili in un genere codificato. Il tema di questa settimana è la terza (o quarta) età della vita delle persone (il termine vecchiaia è forse più comodo ma potrebbe prestarsi ad una lettura più modesta, limitata).

I lettori ci perdoneranno una citazione di Cicerone: “Le grandi cose non si ottengono con la forza o con la velocità o con l’agilità del corpo, ma con la saggezza, con l’autorità, con il prestigio, virtù delle quali la vecchiaia di solito non solo non è priva ma anzi ne è ricca”. Di tutto questo si parla nella pellicola che vi proponiamo questa settimana: Lucky, diretto all’esordio della regia da John Carroll Lynch (nessuna parentela con il più noto David) e con protagonista assoluto un grandissimo Harry Dean Stanton, recentemente scomparso.

Si tratta di uno dei quei film che andrebbe visto con carta e penna alla mano per quanti sono gli spunti, le riflessioni, le impressioni che si colgono e vale la pena ricordare. La storia è semplice, nuda e cruda: il protagonista è alle soglie dei 90 anni e se li porta molto bene. È in ottima salute fisica e mentale, fuma come un turco, cammina e compie regolari esercizi di ginnastica. Un giorno gli capita un leggero mancamento e cade in terra senza danni. Questo piccolo incidente gli apre un baratro di riflessioni profonde sul senso della sua vita, del suo rapporto con gli altri esseri umani, con il mondo che lo circonda. Il tutto sapientemente condito da immagini, pensieri e dialoghi asciutti, essenziali quanto efficaci e profondi. Una frase di Lucky che merita di essere ricordata: “Sentirsi soli ed essere soli sono due cose completamente differenti”.

La sceneggiatura è tutta modellata sul protagonista che difficilmente avrebbe potuto avere migliore figura di Stanton, un caratterista con una lunga e solida carriera alle spalle, in grado di esprimere in modo pressoché assoluto tutte le sfumature, tutti i dettagli, tutte le mille sfaccettature in cui può essere compresa la professione dell’attore. Per il resto non mancano le inquadrature tipiche di una certa provincia americana sperduta e desertica, polverosa e anonima già vista tante volte. Potrebbe anche apparire un limite, una debolezza espositiva che però non toglie nulla alla rilevanza del soggetto, sia esso nella forma filmica che nel testo. Il film suscita emozione (bellissima la sequenza della festa con i mariachi messicani) e, con i tempi che corrono tutti improntati a quotidiane, dure e brutali vicende drammatiche, ben venga che anche un film possa sciogliere qualche sentimento. Per fortuna, il cinema ci offre anche questa possibilità.

Il festival del Cinema di Venezia si appresta a concludere la sua 75° edizione. Rimaniamo in attesa di sapere se almeno uno dei tre film italiani presenti in concorso (Suspiria di Luca Guadagnino, What You Gonna Do When The World’s On Fire? di Roberto Minervini e Capri-Revolution di Mario Martone potrà ambire al premio prestigioso) nonché di poterli vedere nelle sale nelle prossime settimane. C’è molta attesa anche per vedere la miniserie Tv prodotta da Paolo Sorrentino (regia di Saverio Costanzo) tratta dal best seller di Elena Ferrante, L’amica geniale. Si vedrà sugli schermi Rai a partire dal 30 ottobre con due episodi a settimana fino al 14 novembre.

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Categories: Cultura