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Buoni pasto, tetto al 5% delle commissioni da settembre: cosa cambia per lavoratori e negozianti

Imagoeconomica

Dal 1° settembre 2025 entra in vigore il tetto massimo alle commissioni applicabili dagli esercizi commerciali (bar, ristoranti, supermercati) per l’accettazione dei buoni pasto: non potranno superare il 5% del valore nominale del ticket. La soglia era già prevista per i dipendenti pubblici e ora si estende anche al settore privato, coinvolgendo circa 2,8 milioni di lavoratori e oltre 170mila esercizi convenzionati.

La misura ha suscitato un ampio dibattito: i negozianti sono soddisfatti perché pagheranno meno commissioni, mentre le società emettitrici dei buoni pasto temono una riduzione dei ricavi e un possibile aumento dei costi per le aziende che li distribuiscono ai propri dipendenti.

Buoni pasto: come funziona il tetto alle commissioni

La riforma, introdotta dal governo Meloni nella legge sulla concorrenza, mira a limitare i costi per i commercianti, che finora pagavano commissioni medie dell’11%, in alcuni casi fino al 20%. Per esempio, su un buono da 10 euro, fino a 2 euro venivano trattenuti dalle società emettitrici. Con il nuovo paletto al 5%, le imprese riceveranno una quota più equa del valore nominale dei ticket.

La normativa è stata applicata gradualmente:

  • Tutti i nuovi contratti dal momento dell’entrata in vigore della legge hanno rispettato subito il tetto del 5%.
  • I buoni già emessi con commissioni più alte entro il 31 agosto 2025 resteranno validi fino al 31 dicembre 2025.
  • Dal 1° gennaio 2026 tutti i buoni pasto dovranno avere commissioni massime del 5%, senza eccezioni.

Buoni pasto: cosa cambia per negozianti e lavoratori

Per i lavoratori il cambiamento è invisibile: il tetto non riguarda i buoni che i lavoratori hanno già in tasca, sempre più spesso in formato digitale, e non modifica il loro valore facciale, che rimane fino a 4 euro per i buoni cartacei e fino a 8 euro per quelli elettronici. In sostanza, si tratta di una disposizione che regola il rapporto tra società emettitrice ed esercizio commerciale, fissando un limite al costo che l’esercizio deve sostenere per entrare nella rete dei ticket.

Chi ci guadagna? I negozianti, che pagheranno commissioni più basse, aumentando la convenienza ad accettare i buoni pasto. Secondo Luciano Sbraga, responsabile dell’ufficio studi di Fipe Confcommercio, il cambiamento non ridurrà il welfare aziendale, perché i ticket restano deducibili interamente dal reddito d’impresa e i lavoratori non versano Irpef sui buoni.

Chi rischia di perderci sono le società emettitrici, rappresentate da Anseb: il tetto del 5% sulle commissioni potrebbe far aumentare i costi per le aziende che comprano i buoni pasto, fino a circa 180 milioni di euro all’anno. Questo potrebbe portare a modifiche del welfare aziendale in due aziende su tre e, in alcuni casi, a una riduzione del valore medio dei buoni, oggi 6,75 euro. Anche se si tratta di ipotesi che dipendono dalle scelte delle singole imprese.

Benefici complessivi e prospettive

Secondo Fiepet Confesercenti, la riduzione delle commissioni rappresenta un importante risparmio per bar, ristoranti e pubblici esercizi, stimato in circa 400 milioni di euro l’anno. Minori costi incentivano l’accettazione dei ticket, generando un circolo virtuoso nella filiera e vantaggi anche per i consumatori.

Inoltre, Fiepet propone di valutare un innalzamento del tetto di esenzione fiscale fino a 10 euro nella prossima legge di Bilancio, rendendo i buoni pasto ancora più utili e convenienti per lavoratori e imprese.

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