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Brambilla (Controlfida): mercati sottostimano rialzi della Fed, due aumenti dei tassi nel 2016

Per Janet Yellen è appropriato che la Fed alzi gradualmente con cautela il tasso di interesse. Ed è probabile, ha detto venerdì durante l’attesa intervista all’Università di Harvard, che questo succederà nei prossimi mesi. I mercati si attendono un nulla di fatto ancora nella prossima riunione (il meeting cade poco prima del referendum sulla Brexit) mentre la riunione di luglio potrebbe essere la volta buona. “Appena vedrà i mercati che si calmano, la Fed ha in mente due rialzi. Probabilmente rimarrà ferma nella prossima riunione, una settimana prima del referendum inglese, ma quello che ora interessa alla Fed è dare un guidance perché si trova di fronte mercati che stanno sottostimando il futuro rialzo” spiega a Firstonline.info Fabio Brambilla partner di Controlfida, gestore indipendente svizzero con 2 miliardi di euro gestiti specializzato su gestioni alternative a bassa volatilità che usano strategie opzionarie (dal 2013 ha iniziato a distribuire in Italia su alcune delle principali realtà di Private Banking, Banca Generali, UBS, Fideuram Private).

Cosa sta succedendo sui mercati?

C’è grossissima confusione. Negli ultimi giorni abbiamo visto un forte rimbalzo e un aumento dell’appetito per il rischio che coincide con il venir meno delle preoccupazioni sulla Brexit. Gli allibratori inglesi sono molto attendibili e indicano chiaramente una riduzione delle probabilità: prima l’evento Brexit era quotato 1 a 3 ora è sceso a 1a 6. E’ così venuto meno il principale spauracchio che ha influenzato l’azionario europa nei primi tre mesi dell’anno causando la sottoperformance rispetto agli Usa. Si tratta di un evento che ha in sé una volatilità molto elevata: in caso si verificasse porterebbe con sé un calo sensibile della sterlina inglese e un deciso impatto sull’Eurozona. Seppur con probabilità basse, sarebbe un evento altamente destabilizzante e sui mercati si è innescato un atteggiamento di overprotezione e di cautela. Inoltre, la preoccupazione sui mercati è cresciuta a dismisura in un contesto caratterizzato da deflazione ed un’economia sotto le attese post Qe.

Come mai questo cambiamento di percezione in pochi giorni?

Fino a settimana scorsa i sondaggi inglesi erano testa a testa. Ma la campagna anti Brexit è andata direttamente alla pancia delle persone e i sondaggi hanno iniziato ad appoggiare questa visione. Gli operatori si stanno così convincendo che l’evento è molto improbabile. C’è stato quindi un calo drastico delle probabilità in due o tre giorni e parallelamente la preoccupazione dei mercati si sta riducendo. La volatilità si sta assorbendo gradualmente sia sulla sterlina sia sull’azionario europeo. Nel complesso i rischi geopolitici sull’Europa, dalla Brexit alla Grecia e alle varie elezioni, sono un po’ rientrati. Se riusciamo a vedere due o tre giorni di questo trend, anche l’analisi tecnica potrebbe finalmente essere favorevole.

A livello di investimenti azionari, l’Europa quindi è ancora il posto dove stare?

L’azionario europeo, insieme al Giappone, è quello che ha le valutazioni migliori ed è sicuramente ancora il posto dove stare. Alle valutazioni vantaggiose si aggiunge infatti il dollaro in rafforzamento che aiuterà l’economia europea e le esportazioni.  Se si verifica il decoupling infatti sarà avvantaggiato ancora l’azionario europeo.

Il secondo tema sui mercati riguarda infatti il probabile rialzo dei tassi della Fed che dovrebbe arrivare finalmente a breve.

Noi siamo scettici sull’atteggiamento attendista attuale della Fed perché i tassi sottostimano l’andamento inflattivo Usa che è tutt’altro che basso e la disoccupazione è tutt’altro che in difficoltà. I grossi problemi sui mercati emergenti hanno obbligato la Banca centrale Usa a ritardare l’avvio di una politica meno espansiva spostando il primo rialzo a dicembre e poi l’inizio d’anno terribile ha obbligato a rallentare notevolmente pur avendo una base di dati molto solida. Appena vedrà i mercati che si calmano, la Fed ha in mente due rialzi. Probabilmente rimarrà ferma nella prossima riunione, una settimana prima del referendum inglese, ma quello che ora interessa alla Fed è dare un guidance perché si trova di fronte mercati che stanno sottostimando il futuro rialzo. Al momento i mercati vedono un rialzo nel 2016.

Voi cosa vi aspettate?

Ci aspettiamo due rialzi e poi un costante e graduale riallineamento con due o tre rialzi all’anno. Si tratta certamente di un anno straordinario per gli Usa, ci sono le elezioni presidenziali, ma la Fed deve fare gli interessi dei settori previdenziali e assicurativi che non possono più vivere con tassi così bassi. Dopo 7 anni molti settori sono in grossa difficoltà.

Oggi i mercati, a differenza dell’agosto 2015, stanno reagendo bene alla prospettiva del rialzo dei tassi.

Il fatto che la Fed si mostri ottimista è conferma che l’economia Usa gode di buona salute e questo ha tranquillizzato i mercati. Negli ultimi due mesi la preoccupazione era che le banche centrali avessero finito le cartucce in caso di shock e ogni mossa era sempre letta in modo negativo. Al contrario, fino a due anni fa era letta in modo positivo. Siamo in un atteggiamento da fine ciclo forse troppo negativo.

In che fase siamo sui mercati?

La cosa che ci tranquillizza è che sui mercati finanziari permane un forte pessimismo. Siamo tutt’altro che in una fase di euforia sui mercati, sulla Cina, sul sistema bancario in generale. Questo normalmente è segnale che i mercati azionari potrebbero fare ancora bene.

Qual è la filosofia delle vostre gestioni e come operate?

Le nostre gestioni a bassa volatilità sono costruite attraverso strategie opzionarie per proteggere l’investimento dal potenziale primo ribasso del mercato e per beneficiare del primo movimento al rialzo. Le nostre strategie vengono implementate dinamicamente e su base continuativa al fine di mantenere sempre lo stesso profilo di rischio rendimento asimmetrico. Dal 2000 la nostra strategia Delta su mercati azionari Usa ed Europa ci ha permesso di registrare una performance trimestrale pari al 100% dei rialzi del mercato risparmiando circa il 40% dei ribassi. Il valore generato dalla strategia deriva dalla nostra capacità di beneficiare di anomalie e opportunità della volatilità sui mercati azionari su cui operiamo da oltre trenta anni.

A livello di asset allocation come siete posizionati?

Noi consigliamo almeno il 50% in fondi azionari a bassa volatilità (come il fondo Delta sopracitato). Con questo contesto di volatilità elevata le gestioni sono più interessanti, anche perché c’è stato e c’è un eccesso di investimenti passivi con Etf. Evitiamo le obbligazioni se non di breve durata e tendiamo a sostituirle con investimenti alternativi absolute return con rendimento del 3-5%, per un peso del portafoglio del 20-30%. Il restante è cash per avere  flessibilità.

Perché evitate le obbligazioni?

Tutto il mondo obbligazionario è in fase di mispricing. L’Italia ha emesso il bond Matusalem e il Messico un bond centenario. Il tutto con rischio duration importante a fronte di guadagni prospettici bassi. Negli anni 80 il bond era ritorno con rischio, oggi è rischio senza ritorno. Guardiamo però con interesse alle obbligazioni Usa legate all’inflazione. Oggi l’inflazione è così bassa perché c’è stata una sovraofferta sulle materie prime che ha calmierato i prezzi. Oggi con il petrolio a 50 dollari la situazione si sta normalizzando. Negli Usa già si vedono le prime spinte inflative anche sul mercato del lavoro. I salari in aumento e la normalizzazione delle materie prime significano che l’inflazione seppur sotto controllo diventa un motore di rendimento.

La vostra view più forte è quindi sull’azionario europeo.

Sì. Le aziende europee sono indebitate poco e hanno fatto pochi buyback al contrario di quelle Usa, dove negli ultimi anni è diventato una prassi ricorrente. In Europa dobbiamo poi ancora vedere gli effetti del Qe, che può essere paragonato a una cura antibiotica. Non si deve dimenticare che il Qe europeo è partito soltanto da 18 mesi e al momento pesa solo per il 10% mentre in Giappone per il 40% e negli Usa sopra il 30%. Siamo ancora nella fase in cui i benefici non sono stati vissuti appieno. Il trend europeo per me non è così debole come sembra e l’eventuale accelerazione dell’economia Usa porterà dei benefici all’economia Ue. Non sono così aperto a misure drastiche come helicopter money. La cosa di cui c’è invece bisogno è che alcuni Paesi, come l’Italia su cui peraltro siamo sottopesati, avviino riforme per abbassare il peso fiscale sul lavoro e sulle attività produttive. I dati del Pil del primo trimestre sono positivi per l’Europa, è chiaro che ci deve essere un rilancio più forte dei consumi, in particolare in Germania.

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