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Steve Jobs, il fiorentino

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L’altro fiorentino, Matteo Renzi, lo ha collocato nel suo personale Panteon a fianco di Tony Blair, Giorgio La Pira e Barak Obama. Un bel mash-up! Da buon Apple-dipendente, difficilmente, Renzi si separa dal suo MacBook Air. Quando corre ascolta in cuffia sul suo iPhone 6s i discorsi di Obama in inglese scaricati in formato M4a su iTunes Music. Ha anche un iPad Air a prova che si sente parte “di quel fantastico mondo degli spiriti liberi della Apple”, per usare le sue parole. È riuscito anche a convincere Tim Cook a versare 300 milioni al fisco italiano, in base a una dubbia rivendicazione avanzata da Equitalia che i legali della Apple avrebbero potuto contrastare (come si apprestano a fare in Europa), e ad aprire a Pomigliano un centro di ricerca che darà lavoro a qualche centinaio di persone.
Esiste perfino uno scatto che ritrae un ventenne e paffuto Renzi seduto sul cordolo dell’aiuola su cui è impiantato il pannello con il logo della Apple nel campus di Cupertino, 1 Infinte Loop. La dichiarazione d’amore di Renzi per Steve Jobs è stata raccolta da Claudio Cerasa nell’agosto 2011 nell’ambito di un ampio servizio su “Il Foglio” dedicato al co-fondatore della Apple, dimessosi quel giorno da tutte le cariche operative nella società.

In politica, la lezione di Jobs è stata imparata da Barak Obama, dice Renzi: “Il primo politico a essere riuscito a parlare, con il linguaggio di Jobs, con il suo modo di fare e persino, scusate la parola, con i suoi valori, è stato naturalmente Obama, e nessuno oggi meglio del presidente americano può dire di essere un interprete sincero di quello spirito creativo, gioioso, artistico e rivoluzionario di cui si è fatto portavoce l’inventore della Mela”.

Però Jobs non aveva una grande opinione di Obama e quando lo incontrò durante una cena a Palo Alto nel ristorante greco, l’Evvia, con la brutalità di cui solo lui era capace gli disse: “Lei è un presidente che non sarà rieletto”. Poi è successo il contrario, ma Jobs era infuriato, a detta del suo biografo, perché il presidente: “ pur essendo un uomo perspicace continuava a dire le ragioni per cui le cose non potevano essere fatte, invece di dire come potevano essere fatte”.

“Innovators must ship” (gli innovatori devono fare) era uno dei mantra di Jobs. Qui c’è qualcosa che Renzi dovrebbe avere appreso.

Firenze, a city love

L’amore di Renzi per la Apple, era ricambiato dall’amore di Steve Jobs per Firenze.
Nel 1992, rispondendo per fax al gruppo fiorentino che all’epoca commercializzava i suoi computer NeXT in Italia, prometteva di fargli visita a “Firenze, a city I love”. Ed era proprio così. L’amore di Jobs per Firenze era qualcosa di più dell’ammirazione per una splendida città ricca di storia e d’arte che bisogna proprio visitare almeno una volta nella vita in un pellegrinaggio laico alle origini della civiltà occidentale.
Firenze era una delle maggiori fonti d’ispirazione della visione e della prassi di Steve Jobs. La misura, l’armonia, l’equilibrio, in una parola lo stile e la “grande bellezza” dell’arte e dell’artigianato fiorentino è l’ingrediente principale dei prodotti ideati nel corso degli anni da Steve Jobs e dai suoi collaboratori. Spesso, nelle performance che Jobs metteva in atto nelle sue irripetibili presentazioni, spuntava la “Primavera” del Botticelli, la cupola del Brunelleschi o la porta del Battistero del Ghiberti, tutti esempi insuperati del paradigma di perfezione e di perfetta sintesi tra tecnica e arte che Steve Jobs inseguiva in ogni dettaglio, anche in quello che non si vedeva.
“Se sei un falegname non appiccichi un foglio di compensato sulla parte posteriore perché tanto non si vede”.
Questa la frase che Jobs ripeteva ai collaboratori che gli mostravano un qualcosa che non era all’altezza della sua idea di qualità, un’asticella posta parecchio in alto laddove volava Sergey Bubka. Quello del falegname poteva essere un rimprovero uscito dalla bocca di Leon Battista Alberti o di Filippo Brunelleschi. Come nella cupola di Santa Maria in Fiore non c’era una muratura nel Mac non doveva esserci neppure una vite.
La tecnologia come braccio delle arti liberali
Questa sintesi tra tecnica e arte, propria dell’approccio del Quattrocento fiorentino e che Apple ricercava e ricerca nelle proprie creazioni, costituisce uno dei maggiori lasciti di Jobs alla cultura industriale e tecnologica contemporanea avviata verso l’età delle macchine cognitive. Ecco alcune cose dette e scritte da Steve Jobs in momenti diversi del suo percorso che provano il radicamento di questa convinzione.
Tecnologia e arte confluiscono —.
La tecnologia non basta —.
È il matrimonio tra tecnologia e arti liberali, fra tecnologia e discipline umanistiche a fare la differenza —.
Leonardo da Vinci era un grande artista e un grande scienziato. Le cose non erano slegate —.
Il fondatore di Polaroid disse “Voglio che Polaroid sia all’incrocio tra l’arte e la scienza”. Non l’ho mai dimenticato —.
Se dovessimo risalire il fiume della creatività di Steve Jobs fino alla sua origine troveremmo quattro fonti che l’alimentano: lo zen, il buddismo, il Bauhaus e il Quattrocento fiorentino. L’estrema sintesi dell’influsso su Jobs di queste quattro scuole è stata la ricerca ossessiva della perfezione nella semplicità del design, nell’interfaccia intuitiva e nell’usabilità estrema.
Nessuno di noi ha molto tempo per imparare a usare una lavatrice, un telefono o un computer.
Le pietre di Firenze
Poco prima di essere estromesso dalla Apple nel 1985, Jobs si recò in Europa con la fidanzata di allora e fece della Toscana la sua mèta principale. Ci dice Walter Isaacson, il biografo ufficiale di Jobs, che a Firenze noleggiò una bicicletta e s’immerse nell’architettura, nell’artigianato, nei materiali di cui era fatta la città. Questa full immersion non solo nei musei e nei monumenti del capoluogo toscano, ma anche nella sua struttura urbana e nei suoi colori, fu un’esperienza seminale destinata a lasciare il segno.
Venti anni più tardi a pavimentare tutti gli Apple Store, da New York a Shangai, ci sarà quella stessa pietra serena che Filippo Brunelleschi, a cui Jobs guardò per la concezione spaziale dei negozi Apple, utilizzò nei suoi capolavori.
Sapendo che è la stessa pietra dei marciapiedi di Firenze siamo sicuri che è in grado di superare la prova del tempo”, commentò Ron Johnson assunto da Jobs per progettare e sviluppare gli Apple Store.
La copertina della biografia di Isaacson
Una pennellata di fiorentinità è riconoscibile nella postura di Steve Jobs nella foto sulla copertina della sua biografia ufficiale scritta da Isaacson. È lo stesso biografo a dirci che è stato proprio Jobs l’artefice della copertina scegliendone ogni particolare dal layout, al lettering, dal colore fino alla dimensione spaziale dei vari elementi che la compongono. Bene, in una delle 28 nicchie del Loggiato degli Uffizi, progettato dal Vasari per Cosimo I de’ Medici per ospitare fiorentini illustri, c’è quella del Machiavelli che ha una postura del volto identica a quella di Jobs della citata copertina. La mano che tocca il mento a manifestare la capacità meditativa di Steve Jobs è una citazione quasi testuale dalla scultura degli Uffizi che raffigura Niccolò Machiavelli.
Data la similarità delle due posture risulta difficile pensare che Jobs non si sia ispirato proprio a questo manufatto. Cambia solo la posizione delle dita: Machiavelli tocca il mento con l’indice lievemente rialzato, mentre Jobs vi appoggia il pollice. Il volto di Machiavelli è leggermente reclinato verso il basso a guardare l’osservatore che alza lo sguardo verso la statua del pensatore fiorentino. Jobs guarda dritto negli occhi del lettore come se volesse leggergli nel pensiero. La tunica di Machiavelli gli circonda il collo esattamente come avviene con la maglietta nera a paricollo indossata da Jobs e diventata una specie di divisa per il co-fondatore della Apple. Steve Tobak su CBS News ha tracciato anche delle similarità tra la visione di Steve Jobs e alcune lezioni del pensatore fiorentino.
Molti altri si sono avventurati a tracciare dalle analogie tra Steve Jobs e Machiavelli individuando nel primo una sorta di moderno principe che non agisce sui campi di battaglia ma nell’economia globalizzata. Si tratta di esercizi sterili e non sappiamo neppure se Jobs avesse letto Il principe. Certo è che la vulgata anglosassone del Machiavelli non si addice a Steve Jobs, che operava spesso fuori da ogni “ragion di Stato”, spesso in controtendenza con il mercato.
La “fiorentina” Laurene Powell Jobs
La moglie di Jobs, Laurene Powell, ha vissuto otto mesi a Firenze imparando anche un poco di italiano e soprattutto Firenze le è rimasta nel cuore tanto da chiamare la propria azienda biologica Terravera, nome che avrebbe potuto coniare un fiorentino “doc” come Matteo Renzi. Era il 1992 e i due erano innamorati, era lo stesso anno del fax di Steve Jobs ai ragazzi di Firenze che cercavano di portare NeXT in Italia.
Ecco perché “Florence, a city I love”. Ecco perché a Jobs potrebbe essere conferita la cittadinanza fiorentina, perché un pezzo di Firenze vive nella Apple.
Lo diremo a Nardella. Renzi applaudirebbe.

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