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Mps ancora in calo in Borsa: crescono i dubbi sull’aumento di capitale e spunta l’ipotesi burden sharing

Wikimedia Commons - Herbert Frank

Ancora pressioni sul titolo di Monte del Paschi di Siena che si trova sul lungo e travagliato percorso che lo dovrà portare al programmato aumento di capitale da 2,5 miliardi, per il quale continuano a emergere dubbi e perplessità. I titoli in mattinata hanno accusato un altro calo di oltre il 6 punti percentuali fino a 22 euro, poi hanno recuperato leggermente a 22,40 euro in calo del 5,33%. Negli ultimi 5 giorni Mps ha perso circa il 12% anche a causa del raggruppamento delle azioni.

La prossima settimana, probabilmente il 13 ottobre, è atteso l’ok da parte della Consob all’operazione, necessaria per finanziare i prepensionamenti e ridurre il numero dei dipendenti, come richiesto da Bruxelles. L’operazione poi dovrebbe partire il 17 ottobre, dopo il rinvio rispetto alla prima data del 10 ottobre, anche se qualcuno sta ipotizzando un altro rinvio. La data ultima è il 12 novembre.

Incontri serrati al Mef

Nell’operazione il Tesoro, azionista al 64% circa della banca, è l’attore principale, tenuto a impegnarsi con 1,6 mld, ma gli occhi sono sui 900 milioni di inoptato.

Ieri l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, le banche del consorzio di garanzia e i rappresentanti del Tesoro hanno fatto il punto nella sede del Mef, dopo gli incontri avuti da Lovaglio nelle ultime settimane con gli investitori, il cui interesse verso l’operazione è un requisito necessario affinché le banche del consorzio di pre-sottoscrizione si impegnino a garantire l’eventuale inoptato.

Recentemente sono entrate nel consorzio di garanzia Banco Santander, Barclays Bank Ireland, Société Générale e Sitfel Europe Bank, in qualità di joint bookrunners, unendosi a BofA Securities Europe, Citigroup, Credit Suisse e Mediobanca entrando a far parte del consorzio l’aumento di capitale.
Martedì Bruxelles ha sottolineato in 22 punti gli impegni della banca.

Spunta l’ipotesi di burden sharing come piano B nel caso la situazione si mettesse male

In queste ore Il Messaggero ha parlato anche di un Burden sharing già nel cassetto della Bce come piano B in caso di fallimento del piano principale. Verrebbero cioè coinvolti dei bondholers nel capitale, con tutte le conseguenze intuibili, dice il quotidiano. Il Tesoro starebbe pensando a una cordata di sistema salva-Mps nella quale potrebbero essere presenti gli anchor investors contattati da Lovaglio, dunque Anima e Axa, ma anche le grandi banche e le grandi compagnie di assicurazione: “Intesa, UniCredit, BPM, Bper, Agricole Italia con una richiesta di 300 milioni. Le assicurazioni Generali e Unipol per un totale di 100 milioni.

Occchi sulla partecipazione di Anima e Axa, complessivamente attesi 250-300 milioni

Fino ad ora si era parlato di una partecipazione dei due partner industriali Anima e Axa con una quota complessiva attorno ai 250-300 milioni. Secondo alcuni osservatori Axa avrebbe dato la propria disponibilita’ a partecipare all’aumento per una cifra attorno ai 150 milioni senza chiedere modifiche sostanziali all’accordo di partnership. Per Anima il discorso sembra più complesso: da una parte essa richiederebbe una revisione degli accordi di distribuzione (su garanzie, proroghe e commissioni) a fronte della disponibilità a investire attorno ai 100-150 milioni. Dall’altra emergono altri progetti per Anima stessa da parte del Tesoro.

Una quota stimata attorno ai 100 milioni di euro complessivi, potrebbe arrivare da investitori istituzionali, come Fondazioni bancarie, soprattutto toscane, e delle casse previdenziali come Enpam e Cassa Forense, e Inarcassa, con cui il Mef avrebbe avviato alcuni contatti.
Secondo le indiscrezioni una quota potrebbe arrivare dall’imprenditore francese Denis Dumont, ex azionista di Creval, la cui partecipazione all’operazione viene data quasi per certa.

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