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Mercati, dopo la Fed ancora volatilità. Azioni europee favorite ma occhio al petrolio

Dopo nove anni la svolta Fed è arrivata. La Banca centrale americana a dicembre ha avviato il rialzo dei tassi di interesse con un aumento del costo del denaro di 25 punti base portando il range di riferimento allo 0,25%-0,5% dallo 0-0,25%. La decisione, presa con voto unanime dai membri del Fomc, segna il primo aumento dei tassi dal 2006 e mette fine all’era del denaro a costo zero legata alla crisi dei subprime scoppiata nel 2008. L’impatto immediato sui mercati è stato limitato, la stretta graduale era ampiamente prevista e pienamente scontata in tutte le classi di attività. Tuttavia, anche se questo storico rialzo dei tassi della Fed sembra essere passato in sordina, per alcuni la calma sui mercati difficilmente durerà a lungo. Cosa significa tutto questo per i mercati azionari e gli investimenti?

LA LENTA ARRAMPICATA DEI TASSI

OCCHIO ALLA VOLATILITA’

Per Yuchen Xia, portfolio manager di MoneyFarm, il rialzo dei tassi rappresenta per gli investitori “una buona notizia, oltre che la testimonianza di prospettive economiche positive per gli Stati Uniti”. Tuttavia, ammonisce, “la vera sfida deve ancora arrivare”, perché i mercati finanziari non sono immuni dalla volatilità e il 2015 ne è stato la dimostrazione. “La divergenza politica sempre più evidente tra Stati Uniti e Bce e le tensioni geopolitiche di questi ultimi mesi – ha commentato Xia – potrebbero causare volatilità sui mercati anche nel 2016, rendendo il percorso dei futuri aumenti dei tassi ancora più delicato oltre che la vera sfida da superare”.

L’attenzione infatti si posta ora sul ritmo e sui tempi delle ulteriori restrizioni. Il consensus degli analisti indica tre aumenti dei tassi nel prossimo anno ma c’è chi ipotizza la Fed si fermi a due di altri 25 punti base. La restrizione delle condizioni monetarie come conseguenza del dollaro forte e dell’allargamento degli spread societari potrebbero costituire un deterrente per mosse più aggressive. Tuttavia, c’è anche chi si spinge a prevedere quattro rialzi dei tassi e chi ritiene possibile che la Banca Centrale possa alzare i tassi di interesse più velocemente rispetto a ciò che si aspetta il mercato attualmente.

“Non c’è nulla di cui allarmarsi”, ha detto Dennis Lockhart, governatore della Federal Reserve di Atlanta. “Non è automatico” che una stretta monetaria spinga al rialzo il dollaro, ha commentato qualche giorno fa in un’intervista radiofonica spiegando che i futuri rialzi dei tassi dipenderanno dalla performance dell’economia Usa. Anche Stanley Fischer, vicepresidente della Fed, ha espresso il parere che il ritmo degli aumenti dei tassi sarà più simile a quello di una “lenta arrampicata” che a un “decollo”. L’aumento dei tassi Usa, seppur graduale, potrebbe comunque accentuare i deflussi di capitale che abbiamo già visto sui mercati emergenti, con un indebolimento dei tassi di cambio e un calo dei prezzi delle loro asset class. “Prima di tutto e soprattutto – commenta Chris Probyn, Chief Economist di State Street Global Advisors – per noi il principale effetto sarà un periodo di volatilità”. In ogni caso, una volta dichiarato il via libera alla normalizzazione, che ha tolto una fonte di incertezza sui mercati, l’attenzione degli operatori si sta spostando anche verso altre questioni come i prezzi bassi delle materie prime o la lenta crescita globale.

AZIONI, OCCHIO AGLI UTILI

PETROLIO, UN RISCHIO ANCHE PER L’EUROPA

Anche se in generale per le azioni i tassi di interesse in crescita sono di solito un fattore leggermente negativo, è importante ricordare che la Fed alzerà nuovamente i tassi se riterrà che l’economia è abbastanza resiliente da sostenere l’aumento stesso. “Se l’economia è resiliente – fa notare sempre Probyn di State Street Global Advisors – allora la crescita degli utili dovrebbe essere accettabile”.

Per Christophe Donay, responsabile dell’asset allocation e della ricerca macroeconomica di Pictet Wealth Management l’espansione degli utili societari nel 2016 non dovrebbe superare il 5% per l’S&P 500. Considerata l’assenza di momentum per la crescita economica, l’espansione degli utili societari e le valutazioni tirate “il potenziale di rendimento per i mercati azionari sviluppati – dice – sarà limitato, intorno al 7%-10% (dividendi inclusi). Le azioni europee dovrebbero sovraperformare rispetto a quelle americane, poiché la ripresa economica nell’eurozona è ancora a uno stadio meno avanzato e la politica monetaria fornisce un maggiore sostegno”.

D’altra parte, l’azionario statunitense ha già inanellato sei anni di performance positive mentre i livelli di indebitamento delle società americane sono aumentati. “E – spiegano gli esperti di Dnca – rappresentano un rischio per i prezzi degli asset rischiosi in caso di gestione inadeguata della curva dei tassi da parte della Fed. La concorrenza dei prezzi a livello mondiale tramite una svalutazione generalizzata delle principali valute grava sulla curva di crescita degli utili delle aziende statunitensi”. Dnca ha individuato tre tematiche per gli investimenti azionari che si concentrano nell’area Euro: le società operanti sul mercato interno esposte alla ripresa dei consumi europei; le aziende in ristrutturazione/coinvolte in operazioni di fusione e acquisizione; i profili di crescita indipendenti dal ciclo mondiale.

La sovra-performance del mercato azionario europeo è stata un tema dominante anche nel 2015. Ma non è immune da sorprese. “A nostro parere l’Eurozona dovrebbe crescere al di sopra del proprio potenziale, ma quest’idea è talmente diffusa che la delusione è in agguato”, ha sottolineato Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane BNP Paribas indicando che l’Europa è l’area maggiormente esposta al rallentamento americano e ad una crisi dei Paesi emergenti su cui sta aumentando l’impatto negativo del calo del petrolio. “Il beneficio marginale derivante dalla debolezza del greggio sta diminuendo notevolmente, mentre sta aumentando l’impatto negativo sulle economie emergenti”, ha rilevato sempre Beffy auspicando per il 2016 una stabilizzazione o un eventuale rialzo dei prezzi del petrolio che darebbe sollievo al settore petrolifero americano e ai Paesi esportatori di oro nero.

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