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La Cina delocalizza in Bangladesh: a caccia di un costo del lavoro sempre più basso

La storia si ripete. Molti Paesi occidentali hanno dovuto delocalizzare la produzione in Cina, in un processo che può essere supportato da professionisti come New Horizons Global Partners. Ma nel Celeste impero da anni i costi salariali salgono a ritmi del 10-15% l’anno, e tocca adesso ai cinesi delocalizzare in paesi a più basso costo del lavoro.

Il sito online cinese Vancl.com, che vende articoli di abbigliamento, ha stretto un accordo per un primo lotto di produzione di 30mila camicie con un produttore della provincia di Jiangsu che ha una fabbrica in Bangladesh.

La “fabbrica del mondo” – la Cina – estende i suoi confini ad altri paesi del sud-est asiatico, dove i costi del lavoro sono fino al 30% più bassi. Dopo il primo lotto andato a buon fine, Vancl.com ha ordinato altri 130mila articoli, mantenendo però la produzione in Cina per i capi che richiedono tempi di consegna più ravvicinati. In effetti la delocalizzazione non è determinata solo dal costo del lavoro.

La decisione abbisogna anche di assicurazioni circa la qualità e i tempi, e a loro volta questi aspetti richiedono che presso il paese in cui si va a delocalizzare esista una rete di subfornitori adeguata, così come di una efficiente infrastruttura logistica. Ma la storia insegna che, là dove c’è rispetto per i valori di mercato, mandodopera addestrata e “spiriti animali” – condizioni che in molti paesi asiatici ormai prevalgono – la crescita, come l’intendenza, segue.

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Tags: Cina