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Il Tour spera nei Pirenei per spazzare via la noia

I Pirenei erano lì a far da sfondo all’ennesima tappa inutile di questo Tour che non si decide a emozionare. Ieri a Foix per riempire le cronache di giornata ci aveva pensato quello sconosciuto che si era divertito a disseminare di chiodi il Mur de Peguère. Oggi a Pau, classifica sempre immutata, c’è poco o niente da raccontare al di là del nome del vincitore: Pierrick Fédrigo. Per questo francese della Fdj-Pigmat, classe 1978, è la quarta tappa vinta in carriera al Tour.

Non poca colpa di questo stallo in cui è finita la corsa è anche degli organizzatori che hanno disegnato un Tour che invece di affrontare le montagne spesso le costeggia. E’ vero che dopo il riposo di domani ci sarà la grande cavalcata pirenaica seguita da una seconda frazione con arrivo in altura a Peyragudes, ma c’è da chiedersi se questo basti a equilibrare un percorso che mai come quest’anno sembra penalizzare gli scalatori e favorire gli specialisti del cronometro. Cresce all’interno della carovana la sensazione che Christian Prudhomme, il direttore del Tour, abbia voluto fare l’assist più comodo al Team Sky e al suo capitano che fin da inizio stagione aveva un chiodo fisso: vincere il Tour.

E il Tour fino a oggi Bradley Wiggins lo sta vincendo in carrozza, gli è bastata la cronometro per stabilire le gerarchie a suo favore e pedalare poi senza mai alzarsi dal sellino sulle Alpi (affrontate quest’anno, rispetto ad altre edizioni del Tour, davvero con il bilancino). Da Liegi a oggi, a memoria ci vengono in mente due attacchi di Vincenzo Nibali sull’ascesa de La Toussuire; sempre nella stessa tappa alpina un allungo più spossato che convincente di Evans sul Col du Grandon poi pagato caro nel finale quando a partire all’improvviso è stato Froome, scatto stroncato sul nascere per ragion di squadra del Team Sky: in sedici tappe è veramente troppo poco.

Che poi in classifica Wiggins abbia distanziato rivali dal palmarés più ricco del suo come, ad esempio, Frank Schleck (11esimo a 9’45”), Denis Menchov (16esimo a 17’41”), Scarponi (21esimo a 20’32”) e Ivan Basso (28esimo a 45’13”) dipende non tanto dalla forza dell’inglese, che al di là della crono di Besançon non mai dato l’impressione di essere un superman, quanto dalla disarmante debolezza e rassegnazione degli altri. Wiggins si è potuto giovare anche di una squadra, la Sky, che ha messo tutti gli uomini al suo servizio sacrificando anche le ambizioni di Marc Cavendish, il campione del mondo, re degli sprinter, ridotto spesso a portatore di borracce per la maglia gialla.

Adesso, dopo il riposo di Pau, ci sono i veri Pirenei: due giorni su colli da leggenda cui il Tour 2012 si affida per riscattare due settimane di noia e per non passare alla storia come una delle edizioni più scontate e meno combattute (i tanti ritiri, ben 40 a tutt’oggi, sono soprattutto dovuti soprattutto a cadute). E’ l’ultima occasione per Vincenzo Nibali (comunque buono il suo Tour a tutt’oggi) e Cadel Evans per attaccare Wiggins. Senza dimenticare ovviamente Chris Froome, una sfinge in corsa, il luogotenente che, da quel poco che si è visto fin qui, ha gambe per battere il suo capitano.

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