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Grandi imprese: il welfare cresce anche per le donne

Nelle grandi aziende italiane si diffondono le piazze virtuali del welfare. In virtù di un accordo sindacale i dipendenti entrano in una piattaforma telematica collegata con l’azienda e, nell’ambito di un determinato plafond, sono liberi di scegliere il servizio che più gli interessa: un asilo nido, una polizza sanitaria, una palestra, un viaggio di formazione all’estero, un piano di previdenza complementare.

Partecipando al convegno su “politiche di conciliazione e welfare aziendale” patrocinato dal Cnel ed al quale è intervenuto, tra gli altri, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, alcune delle più importanti multinazionali presenti in Italia (Generali ITALIA, FCA, Gruppo Cimbali) hanno illustrato i loro programmi di welfare aziendale volti a conciliare il tempo che i dipendenti dedicano al lavoro con quello che destinano alla famiglia ed allo svago. L’obiettivo di questi benefit è quello di trattenere i talenti in azienda, promuovere la produttività e, soprattutto, sostenere l’occupazione femminile ed il diritto delle donne alla maternità.

L’Italia vanta in Europa un duplice primato negativo. È tra i paesi con la più bassa natalità e con il più basso tasso di occupazione femminile, da anni fermo al 47,2 per cento. Anche nel 2016 – segnalano gli ultimi dati degli ispettorati del lavoro – un esercito di 30mila donne ha dato le dimissioni dal posto di lavoro in occasione della maternità. Le tradizionali strutture sociali sono sempre meno in grado di soddisfare i bisogni delle donne che lavorano.

Una recente indagine dell’Istat discussa nel corso del convegno segnala che in Italia vi sono 22,5 posti in asilo nido ogni 100 bambini tra 0 e 3 anni, ben al di sotto dei 33 posti indicati come obiettivo strategico dall’Unione europea per promuovere la presenza delle donne nei posti di lavoro. Nel decennio 2003-2013 la quota a carico delle famiglie per gli asili nido comunali è salita dal 17,5 al 20 per cento e forse anche per questo, dal 2010 sono in calo i bambini accolti nelle strutture pubbliche.

Per sopperire a queste carenze si muovono, appunto, le imprese, soprattutto quelle di maggiori dimensioni, utilizzando anche le nuove opportunità offerte dalle due ultime leggi di bilancio che hanno accordato ai progetti di welfare aziendale crescenti incentivi fiscali e contributivi. I piani di welfare aziendale stanno diventando sempre più complessi, si estendono dai tradizionali settori della previdenza e della sanità, al tempo libero, all’educazione (del dipendente e della propria famiglia) ai servizi sociali (asili nido, voucher per badanti), a quei servizi salvatempo (lavanderie, temporary shop etc) pensati proprio per conciliare il lavoro con le esigenze domestiche. Sempre più spesso questi programmi si saldano a quelli volti a ripensare il modello di lavoro adattandolo alle nuove tecnologie dell’industria 4.0, nel cui ambito si sperimentano nuovi orari di lavoro e forme di smart working, cioè di lavoro a casa. È anch’esso un modo per rendere la vita più semplice alle donne che lavorano ed hanno figli. Alle politiche attive contro discriminazione di genere, infine, iniziano ad essere “tarati” anche i bonus dei manager.

Al convegno, concluso dal presidente del Cnel, prof. Tiziano Treu, sono intervenuti, il prof.Angelo Pandolfo (presidente Lavorosì), il prof. Armando Tursi (università degli Studi di Milano), il prof. Maurizio del Conte (presidente Anpal), la consigliera nazionale di Parità Francesca Bagni Cipriani, rappresentati di sindacati ed organizzazioni imprenditoriali.

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