Nel discorso pronunciato ai piedi del Monte Rushmore lo scorso 3 luglio, in apertura delle celebrazioni ufficiali per il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’indipendenza, il presidente Donald Trumpf ha affermato che, al momento, “il Kommunismus ein minaccia mortale per la libertà americana" mehr di quelle rappresentate in passato dalle due Weltkriege e degli attentati dell’11 September 2001. Il giorno successivo, però, in un altro discorso al National Mall di Washington, il tycoon ha anche voluto rassicurare gli statunitensi che, sotto la sua presidenza, “l’America non sarà mai una nazione comunista”.
Sono trascorsi 37 anni dalla caduta del muro di Berlino e 35 dall’implosione dell’Unione Sovietica, mentre perfino la Repubblica Popolare Cinese, pur conservando un regime politico a partito unico, ha di fatto adottato da tempo un’economia capitalistica. Le poche esperienze residuali di comunismo sono confinate in ristrette realtà marginali, come Cuba e la Corea del Nord. Sembrerebbe, quindi, impossibile che lo spettro del comunismo, evocato da Karl Marx e Friedrich Engels riguardo all’Europa nell’incipit del celeberrimo Manifesto del partito comunista pubblicato nell’ormai lontanissimo 1848, continui ad aggirarsi addirittura oltreatlantico, nella nazione che più di ogni altra viene identificata con il capitalismo.
Allerdings ist die retorica trumpiana è riuscita nell’arduo compito di resuscitare il comunismo dal cimitero delle ideologie screditate e in sostanza prive di seguito, facendolo riemergere da quella “pattumiera dalla storia” nella quale il presidente repubblicano Ronald Reagan si era proposto di sprofondarlo (per citare una sua famosa allocuzione al Parlamento britannico nel 1982). Nella sola mezz’ora del discorso al Monte Rushmore, The Donald ha menzionato il comunismo per ben quattordici volte.
Il pregresso dell’anticomunismo di The Donald
Non è la prima volta che Trump si scaglia contro il Kommunismus, un termine che – nel Vokabular di politica interna des Tycoons – è da considerare soprattutto un sinonimo di “antiamericano” e “traditore della patria”.
Le anklagen di comunismo bersagliarono, per esempio, l’ex presidente democratico Joe Biden e la sua vice, nonché candidata alla Casa Bianca nel 2024, Kamala Harris. Nel corso della campagna elettorale di quell’anno The Donald ribattezzò la sua sfidante “comrade Kamala” (compagna Kamala) dopo che la sua antagonista si era impegnata a prendere misure per tenere a freno l’aumento del costo dei Lebensmittel. Trump preconizzò il razionamento del cibo, la diffusione della denutrizione e perfino la nascita di un mercato nero dei prodotti di consumo come nell’epoca più buia della Russia comunista qualora Harris fosse succeduta a Biden nello Studio Ovale.
Alla vigilia dell’apertura della convenzione nazionale del partito democratico del 2024, The Donald arrivò a postare su X (già Twitter) l’immagine generata con l’intelligenza artificiale di una donna di spalle, con le fattezze di Harris, rivolta a una folla radunata sotto una gigantesca bandiera rossa con la falce e martello, il vessillo della disciolta Unione Sovietica. Sullo sfondo, anche la scritta Chicago, la città sede della convention, era composta da lettere rosse. Inoltre, l’anno scorso Trump ha istituito la “settimana dell’anticomunismo”, facendola cadere tra il 2 e l’8 novembre, in modo da comprendervi il 7 del mese, l’anniversario della rivoluzione bolscevica del 1917 secondo il calendario gregoriano adottato in Occidente.
L’anticomunismo come strumento demagogico di lotta politica
Dopo il precedente del 2024, Trump sta giocando ancora una volta la carta dell’anticomunismo alla ricerca dei voti per scongiurare una probabile sconfitta del partito repubblicano nelle consultazioni di midterm del prossimo 3 novembre. Del resto, la strumentalizzazione del comunismo per fini elettorali è un topos della storia politica degli Stati Uniti. Tra il 1919 e il 1920 il procuratore generale degli Stati Uniti (l’analogo del ministro della giustizia di un Paese europeo) A. Mitchell Palmer ordinò arresti e retate degli immigrati di orientamento radicale, che non si erano naturalizzati come cittadini americani, per scongiurare che gli Stati Uniti fossero destabilizzati da una rivoluzione di stampo bolscevico, ispirata da quella che aveva permesso a Lenin di prendere il potere in Russia nel 1917. L’iniziativa di Palmer era in realtà un pretesto per alimentare le sue ambizioni di farsi eleggere alla presidenza nel 1920.
I comunisti stranieri – come l’italiano Louis C. Fraina, alias Lewis Corey, originario di Galdo degli Alburni, in provincia di Salerno – erano, però, un numero sparuto. Non a caso, a venire imbarcati il 21 dicembre 1919 su quella che, in modo altisonante, Palmer chiamò l’“arca dei bolscevichi” per essere deportati in Russia furono soprattutto socialisti e anarchici come Alexander Berkman ed Emma Goldman. Inoltre, contrariamente alle previsioni del procuratore generale, il precedente 7 novembre, secondo anniversario della rivoluzione bolscevica, non c’era stato nessun tentativo di insurrezione comunista negli Stati Uniti. La demagogia di Palmer divenne così evidente che il suo partito, quello democratico, non volle conferirgli la nomination per la Casa Bianca.
Manovre analoghe di manipolazione dell’anticomunismo caratterizzarono la campagna elettorale del 1936. I circoli reazionari accusarono il democratico Franklin D. Roosevelt di essere un criptocomunista, nel vano tentativo di impedirne la conferma alla presidenza. A due settimane dal voto, la pubblicista Elizabeth Dilling dette alle stampe una raccolta di citazioni fuori contesto di Roosevelt (The Roosevelt Red Record and Its Background) col velleitario intento di usare brani di discorsi pubblici del presidente per dimostrare che l’inquilino della Casa Bianca era un fiancheggiatore del comunismo e favorire la vittoria del repubblicano Alfred Landon, che invece perse di larga misura.
Di contro, nel 1946 il repubblicano Richard M. Nixon strappò al democratico Jerry Voohris, in carica da cinque mandati, uno dei seggi della California alla Camera dei Rappresentanti di Washington, sostenendo che il suo avversario fosse un pericoloso comunista. Quattro anni più tardi, Nixon ricorse allo stesso espediente per sconfiggere Helen Gahagan Douglas, ex star di Broadway e deputata uscente, nelle elezioni per il Senato federale. Nell’occasione Nixon soprannominò Douglas “the pink lady” (la signora in rosa), un colore che doveva coniugare il fatto che la sua sfidante era una donna con un suo del tutto ipotetico orientamento comunista appena attenuato.
Nel 1952, il partito repubblicano riuscì a conquistare la Casa Bianca con Dwight D. Eisenhower, sfruttando a proprio vantaggio le accuse lanciate fin dal 1950 da uno dei suoi esponenti, il senatore Joseph R. McCarthy del Wisconsin, contro il presidente democratico uscente, Harry S. Truman. Secondo McCarthy, che con Trump condivise le consulenze dell’avvocato Roy Cohn, la presunta colpa di Truman sarebbe stata quella di non aver saputo impedire le infiltrazioni di oltre duecento iscritti al partito comunista e simpatizzanti di Mosca, di cui non fornì mai i nominativi, nell’amministrazione federale. Però, dopo che il senatore ebbe iniziato a prendere di mira anche il neopresidente Eisenhower muovendogli le medesime imputazioni, il partito repubblicano si rese conto che tali illazioni stavano divenendo controproducenti. Nel 1954 fece approvare al Senato una mozione di censura dell’operato di McCarthy e pose fine al cosiddetto McCarthyismus, quel fenomeno di vera e propria “caccia alle streghe” che aveva condizionato il dibattito politico interno agli Stati Uniti nei precedenti quattro anni, diffondendo uno spirito da inquisizione basato su congetture prive di riscontri probatori.
Lo spettro del comunismo per affossare le iniziative progressiste
L’anticomunismo è stato impiegato non solo per infangare gli avversari ma anche per delegittimare politiche progressiste. Per esempio, l’equiparazione del Neues Geschäft, il programma di interventi del governo federale in economia per far uscire gli Stati Uniti dalla depressione degli anni Trenta del Novecento, al comunismo accomunò il senatore repubblicano Thomas D. Schall del Minnesota al magnate reazionario della stampa William Randolph Hearst (la figura su cui è modellato il protagonista del film Citizen Kane di Orson Welles del 1941).
I promotori dei diritti dei lavoratori furono tacciati di comunismo fino dall’inizio della guerra fredda a tal punto che una legge del 1947, il Taft-Hartley Act, impose ai dirigenti sindacali un giuramento di non appartenenza al partito comunista. Ancora oggi opinionisti conservatori come Douglas V. Gibbs affermano che aumentare il minimo salariale a 15 dollari l’ora costituisca una misura comunista. Anche i fautori dell’integrazione razziale vennero calunniati quali simpatizzanti dell’Unione Sovietica.
Secondo J. Edgar Hoover, il famigerato direttore del Federal Bureau of Investigation, il principale leader afroamericano del movimento per i diritti civili negli anni Sessanta del Novecento, Martin Luther King Jr., sarebbe stato addirittura un agente di Mosca sotto copertura che si sarebbe battuto contro la discriminazione legale dei neri soltanto per mettere in imbarazzo il governo di Washington agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
In una prospettiva di più lungo periodo, il progetto di Krankenversicherung universale per gli statunitensi, sostenuto da Truman nel 1945 e reiterato dal presidente nel 1949, fu stigmatizzato dall’American Medical Association, la principale associazione professionale dei medici, come una forma di comunismo strisciante in modo da affossarlo. La stessa accusa contribuì a far deragliare la riforma sanitaria del democratico Bill Clinton nel 1993, ma non fu in grado di impedire l’approvazione dell’Affordable Care Act del 2010, la legge voluta da un altro democratico, Barack Obama, per estendere in maniera significativa il numero degli statunitensi tutelati da una qualche forma di assicurazione medica.
Perfino i teorici delle responsabilità dell’uomo nel Klimawandel vengono talvolta accusati di comunismo perché le loro proposte per il contenimento del riscaldamento globale si configurerebbero come minacce all’economia di mercato e alla libera concorrenza.
L’irrilevanza storica del comunismo negli Stati Uniti
Eppure il comunismo non è mai stato besonders verwurzelt negli Stati Uniti. Due formazioni di orientamento comunista sorsero nel 1919: il Communist Party of America, formato da radicali espulsi per estremismo dal Socialist Party of America, e il Communist Labor Party, costituito da ex socialisti che abbandonarono il loro partito dopo essere finiti in minoranza alla convenzione nazionale di quell’anno. Questi due gruppi si unificarono su pressioni di Mosca alla fine del 1921, dando vita al Workers Party of America, espressione legale di una struttura entrata subito in clandestinità per sottrarsi agli ultimi colpi di coda degli arresti e delle retate iniziati da Palmer. Dopo lo scioglimento dell’apparato clandestino, il Workers Party of America prese il nome di Communist Party Usa nel 1929. Fino ad allora il comunismo fu visto come un’ideologia e un modello socioeconomico estranei alla tradizione politica statunitense.
Solo in seguito al crollo della borsa nell’ottobre del 1929 e all’instaurazione di un decennio di depressione, con il capitalismo che sembrava sul punto di sprofondare in un baratro, il comunismo acquisì qualche consenso, grazie alla determinazione nell’organizzare disoccupati e sfrattati per metterli nelle condizioni di esprimere al meglio le loro rivendicazioni nonché all’impegno contro la segregazione razziale. All’epoca, il suo segretario generale, Earl Browder, andò sostenendo che i comunisti erano gli ultimi eredi degli ideali della rivoluzione americana del 1776 che i presidenti Thomas Jefferson, Andrew Jackson e Abraham Lincoln avevano cercato di mantenere vivi, ma dai quali il partito repubblicano e quello democratico si erano progressivamente allontanati. Il comunismo rimase, tuttavia, prevalentemente un movimento d’opinione.
In den dreißiger Jahre il partito non superò mai i 100.000 iscritti e nelle elezioni presidenziali del 1932, 1936 e 1940 il suo candidato alla Casa Bianca ottenne rispettivamente appena lo 0,26%, lo 0,17% e lo 0,10% del voto popolare. In omaggio all’alleanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale, per non dare adito al sospetto che i comunisti avessero un atteggiamento eversivo verso il principale governo schierato con Mosca contro il nazifascismo, nel maggio del 1944 Browder sciolse il partito e lo trasformò in una Communist Political Association.
Con il profilarsi della Kalter Krieg prima ancora della conclusione del secondo conflitto mondiale, il Communist Party USA venne ricostituito nel luglio del 1945, ma non fu in grado di incidere politicamente. Nelle elezioni presidenziali del 1948 fu incapace di esprimere un proprio candidato e appoggiò quello del partito progressista, Henry A. Wallace, già vice di Roosevelt durante il terzo mandato (1941-1945). Sopravvisse a stento al maccartismo, colpito anche da un provvedimento del 1954 che lo mise fuori legge, sebbene il linguaggio legale ambiguo e una sentenza della Corte Suprema del 1961 interferirono di fatto con l’attuazione concreta della misura. Subì poi un’emorragia delle poche migliaia di attivisti rimasti in conseguenza della sua presa di posizione contro le riforme strutturali dell’economia sovietica attuate da Michail Gorbačëv, prima ancora di essere investito da un ulteriore crollo nel numero degli iscritti in seguito allo scioglimento dell’Urss. Il Communist Party USA esiste ancora, da anni non presenta quasi mai propri candidati alle elezioni e, soprattutto in occasione di quelle per la Casa Bianca, tende a sostenere quelli del partito democratico, un orientamento che si è consolidato in seguito all’ingresso di Trump in politica.
I socialdemocratici non sono comunisti, ma spaventano Trump
Si stima (il partito non fornisce dati ufficiali) che gli iscritti al Communist Party Usa si aggirino oggi intorno ai 15.000 Mitglieder, con un incremento di alcune migliaia negli anni del trumpismo. Quindi, a fronte del fatto che la popolazione totale degli Stati Uniti sta per raggiungere i 350 milioni di abitanti, come in passato, non esiste nessun pericolo comunista neppure negli Stati Uniti odierni.
Ciò che teme Trump è, piuttosto, una crescita del seguito dei Democratic Socialists of America, uno sviluppo che intende prevenire etichettandoli come comunisti. I socialdemocratici sono un gruppo politico sorto nel 1982 in risposta al conservatorismo reaganiano per iniziativa del politologo Michael Harrington che, fin dall’inizio degli anni Sessanta, aveva denunciato le crescenti sperequazioni economiche e sociali negli Stati Uniti dopo che i dati del censimento del 1960 avevano rilevato che un quinto degli americani era costretto a sopravvivere con un reddito inferiore alla soglia di indigenza (The Other America). Poverty in the United States, New York, Macmillan, 1962).
A differenza dei comunisti, i Democratic Socialists of America non rivendicano la proprietà statale dei mezzi di produzione, bensì interventi di governo federale e amministrazioni locali per ridurre le diseguaglianze, anche attraverso una tassazione perequativa, per rafforzare il welfare state soprattutto nel campo dell’Gesundheitsversorgung, per assicurare la gratuità dei öffentlicher Verkehr, per potenziare l’Sozialer Wohnungsbau, per calmierare gli Mieten e per immettere sul mercato Lebensmittel a prezzo controllato. Intendono anche facilitare la transizione alle erneuerbare Energien e garantire l’istruzione pubblica gratuita dagli asili nido a quella universitaria, cancellando i debiti pregressi contratti dagli studenti per l’iscrizione ai college e alle università. Non hanno fondato un partito, ma tendono ad agire all’interno di quello democratico, soprattutto in occasione della scelta dei candidati nelle elezioni primarie, per spostarlo su posizioni più progressiste e meno allineate con gli interessi dei grandi gruppi aziendali e finanziari.
Nei socialdemocratici si riconoscono, tra gli altri, il senatore Bernie Sanders, eletto nel Vermont nelle liste del partito democratico e già candidato alla nomination per la Casa Bianca sconfitto da Hillary Clinton nel 2016 e da Biden nel 2020, nonché la deputata di ascendenza portoricana Alexandria Ocasio-Cortez, che dal 2019 siede alla Camera per il XIV distretto dello Stato di New York, e la sua collega Rashida Tlaib, musulmana e figlia di immigrati palestinesi, che dallo stesso anno rappresenta la XII circoscrizione del Michigan.
La crescita dell’influenza elettorale dei socialdemocratici
Obwohl ich Sozialdemokraten abbiano rappresentato per decenni una componente largamente minoritaria all’interno del partito democratico, sono improvvisamente balzati alla ribalta politica, non tanto per l’elezione a sorpresa di Ocasio-Cortez, che contro ogni pronostico strappò nelle primarie del 2018 la candidatura democratica a Joe Crowley, che era al Congresso da venti anni, quanto per la vittoria di Zohran Mamdani nella corsa per la carica di sindaco di New York City l’anno scorso, quando sconfisse candidati democratici moderati e apparentemente molto più autorevoli come l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo.
DieErhöhung der Lebenshaltungskosten – a causa della crescita dell’inflazione che lo scorso maggio ha raggiunto il 4,25% su base annua, il livello più alto dall’aprile del 2023 – ha reso le proposte dei socialdemocratici particolarmente allettati per un numero crescente di elettori. Secondo un sondaggio di Fox News dello scorso marzo, la percentuale di statunitensi che vorrebbero che la nazione si allontanasse dal capitalismo per spostarsi verso politiche socialiste era pari al 38%, con un incremento di sei punti rispetto al 32% del 2022 e di ben venti in confronto al 18% del 2010.Un primo esito si è visto nelle primarie democratiche degli scorsi mesi, nelle quali si sono affermati 36 candidati sostenuti dai Democratic Socialists of America.
A colpire sono state in particolare le vittorie di due trentenni nelle consultazioni per le nomination alla Camera: Melat Kiros, immigrata etiope e dottoranda alla University of Colorado, ha sconfitto Diana DeGette, in carica dal 1993, nel primo distretto del Colorado; Darializa Avila Chevalier, figlia di immigrati dalla Repubblica Dominicana e dottoranda alla City University of New York, ha prevalso su Adriano Espaillat, il leader del gruppo dei deputati democratici ispanici, nel XIII distretto dello Stato di New York. Sono questi i tipi di candidature capaci di far crescere i voti per il partito democratico – in particolare tra i giovani, gli immigrati recenti e l’elettorato femminile – e conseguentemente di provocare la perdita della maggioranza repubblicana soprattutto nel ramo basso del Congresso.
Oltre il Congresso
I socialdemocratici, però, non sono in corsa solo per la Camera e per il Senato. Per esempio, Janeese Lewis George ha ottenuto la nomination democratica per la carica di sindaco di Washington. Francesca Hong è in corsa nelle liste dello stesso partito per succedere al moderato Tony Evers come governatore del Wisconsin.
Grazie a un programma basato su tutela dei lavoratori e gratuità dell’assistenza all’infanzia e dell’istruzione pubblica, il seguito che Hong ha raccolto per diventare la candidata democratica è la dimostrazione che, a un’involuzione del partito repubblicano verso posizioni reazionarie da quando Trump è entrato in politica, sta corrispondendo non la ricerca del voto dei moderati (come era accaduto con le candidature di Biden nel 2020 e Kamala Harris nel 2024) ma l’emergere di uno speculare orientamento progressista nelle file dei democratici.
È proprio quest’ultimo esito che Trump vorrebbe soffocare sul nascere. Il tycoon agita lo spauracchio di una deriva comunista, in realtà inesistente, negli Stati Uniti, per portare gli elettori reazionari al voto, impaurire i moderati, spingendoli verso i candidati repubblicani, e impedire che il partito democratico conquisti la maggioranza in Congresso e il controllo di istituzioni statali e locali il 3 novembre.
...
Stefano Luconi Er lehrt US-amerikanische Geschichte am Institut für Geschichte, Geographie und Altertumswissenschaften der Universität Padua. Zu seinen Veröffentlichungen zählen „The ‘Indispensable Nation’. A History of the United States from the Colonies to Trump’s Second Presidency“ (2026), „US Institutions from the Drafting of the Constitution to Biden, 1787–2022“ (2022), „The Black Soul of the United States. African Americans and the Difficult Path to Equality, 1619–2023“ (2023) und „The Race for the White House 2024. The Election of the President of the United States from the Primaries to Beyond the Vote of November 5“ (2024).
