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Coco Bond per Ponzellini? No, grazie. La Bpm non puo’ permetterselo

WALL STREET SU’. UN GESTORE “LICENZIA” BALLMER DI MICROSOFT

Una serie di dati deludenti dell’economia americana non ha impedito ai principali indici di mercato di chiudere la seduta in lieve rialzo per il secondo giorno consecutivo dopo una partenza in rosso. Il pil del primo trimestre è salito solo dello 0,8% (contro una previsione del 2,2), i consumi del 2,2% (era previsto il 2,8) mentre le richieste di sussidi di disoccupazione sono cresciute a 424 mila unità (gli economisti si aspettavano un calo a 404 mila). Il Dow Jones, che era arrivato a perdere fino a 76 punti prima di invertire la rotta, ha chiuso a 12402,76 (+0,2) sospinto dai conti di Microsoft (+2%) e di Hewlett Packard (+1,5%). Lo Standard & Poor’s 500 è salito di 5,22 punti (+0,4%) grazie ai tecnologici e ai telefonici mentre il Nasdaq ha registrato un guadagno dello 0,8 per cento. La seduta dai volumi modesti è stata animata dai commenti del gestore David Einhorn su Microsoft: il titolo ha ottime prospettive, ma, ha aggiunto infrangendo un tabù, deve liberarsi di Steve Ballmer. “E’ un manager – ha detto – che spesso non tiene conto di quel che pensa Wall Street. Il che può essere un bene ma, a parte questo, il suo stile di gestione è ormai vecchio”. Le tre matricole della giornata (Freescale, Lone Pine Resourvces e Spirit Airlines) hanno dovuto tagliare il prezzo d’offerta iniziale. Solo Freescale ha chiuso la giornata d’esordio in terreno positivo.
Indici quasi invariati anche ad Oriente; il Nikkei sale dello 0,02% , nonostante la crescita dello yen e un primo aumento dell’inflazione (+ 0,6%) dovuto solo all’incremento di prezzo delle materie prime mentre i consumi restano depressi. Lo Shanghai Composite cala dello 0,10, Più robusto il rialzo dell’Hang Seng di Hong Kong:+0,99 per cento. Di rilievo la caduta di Sony (- 3%): il mercato giudica troppo ottimistiche le previsioni del dopo terremoti. Buona la risposta ai risultati di Hiunday (+2,9%) ma l’indice Kospi a Seul chiude in rosso per la quinta settimana consecutiva.

JUNCKER AFFONDA L’EURO

Le dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, autore assieme a Giulio Tremonti, di un articolo sul Financial Times a sostegno della creazione degli eurobond, e i dati negativi in arrivo dagli Usa hanno condizionato la seconda parte della giornata delle Borse europee, trascinando al ribasso gli indici. A provocare la piccola frana sono state soprattutto le parole di Juncker: la Grecia non centrerà gli obiettivi di bilancio, cosa che potrebbe mettere a rischio gli aiuti del Fondo monetario già dal mese prossimo. L’Fmi potrebbe rifiutarsi di versare ad Atene i 3,3 miliardi di euro previsti, all’interno di un pacchetto di aiuti di 12 miliardi. La notizia ha condizionato l’andamento dei titoli bancari. Pochi, negli altri settori, i titoli in crescita tra cui spiccano Edison e A2A.

UN COCO BOND PER PONZELLINI? NO GRAZIE

Di questo passo Corrado Passera sarà tentato di rivolgersi a Davide Serra, gestore di Algebris e “sarto” di soluzioni innovative per gli aumenti di capitale. In questa veste, infatti, Algebris ha contribuito all’operazione sul capitale di Lloyd in cui i Coco Bond (obbligazioni che possono essere convertite in azioni per scelta della società o dei regolatori per rientrare nei parametri di Basilea 3) hanno avuto un grande ruolo. In realtà, sia in casa Intesa che all’Ubi si è pensato fino all’ultimo di ricorrere anche a questa forma di “quasi capitale” per rendere meno pesante la richiesta al mercato borsistico. Ma alla fine ha prevalso l’opzione più tradizionale che è anche la meno costosa (tra dividendo e cedola Coco corrono, per ora, un paio di punti percentuali di differenza). Ma, al momento della scelta, Corrado Passera non poteva pensare che la sorte si accanisse in maniera così feroce contro l’operazione di Banca Intesa San Paolo. Ultimo episodio le esternazioni di Jean-Claude Juncker che hanno ricacciato all’indietro sia il titolo (- 0.68%) che i diritti, ridiscesi a 0,1073 euro. Insomma, Intesa dovrà lottare fino all’ultimo per garantire il successo dell’aumento di capitale di 5 miliardi. Certo, la banca non corre alcun rischio così come l’Ubi. Ma lo stesso non vale per Mps e, soprattutto, per Bpm (-3.04%) che a settembre dovrà rimpolpare le case di piazza Meda con 1,2 miliardi freschi, come chiede il governatore Mario Draghi. Per Massimo Ponzellini, contestato da una parte del sindacato, l’atmosfera non è delle migliori. Lui stesso ha smentito l’ipotesi di un ingresso di Mediobanca in occasione dell’aumento di capitale fissato per settembre. Ma i sospetti restano. Forse, per centrare l’obiettivo dell’aumento, potrebbero servire proprio i Coco bond. Ma attenzione, avverte Serra, i Coco bond sono adatti alle banche più forti e patrimonializzate. L’opposto di Bpm che, per giunta non ha certo un bel track record nel collocameto di propri prodotti alla clientela come dimostra la multa ai vertici per i metodi usati nel collocamento del convertibile 2009/13.

UBS ALLA MARCHIONNE: A LONDRA PER SCEGLIERSI LE REGOLE PIU’ GRADITE

Altro che Fiat. Lo “strappo” che fa discutere l’Europa economica non è l’addio annunciato del Lingotto al sistema della Confindustria. Bensì quello, assai più clamoroso, dell’investment bank di Ubs dalla Svizzera. Per ora è solo una minaccia. Ma assai seria. Il fiore all’occhiello del Paese degli gnomi potrebbe trasferirsi altrove, probabilmente a Londra. Non per ragioni fiscali ma per sfuggire alle regole imposte da Berna. Tutto nasce dallo shock del 2008 quando la Svizzera, incredula, ha assistito al tracollo delle sue banche, travolte dalla crisi dei subprime. Un incubo da cui la Confederazione è uscita a caro prezzo e con il contributo determinante dei partner di Singapore. Passata la paura, però, le autorità federali hanno voluto prendere decisioni drastiche per rafforzare la solidità del sistema su cui poggia la ricchezza e la credibilità internazionale del Paese. Perciò, è stato deciso che il core tier 1 di Credit Suisse ed Ubs dovesse raggiungere quota 19 per cento,il doppio di quanto richiesto dai criteri di Basilea 3, Il Credit Suisse, mugugnando, si è adeguato alle scelte di Berna facendo però ricorso, oltre che all’equity, ai Coco Bond, cioè quelle obbligazioni che possono essere convertite dalla banca o ai regolatori in azioni. Una soluzione costosa,ma che ha incontrato il favore del mercato: gli investitori hanno fatto a gara per acquistare i titoli al 9 per cento. La prospettiva della conversione, poi, è davvero remota: scatterà solo se la banca perderà più del doppio di quanto ha perduto durante la crisi di Lehman, Altra musica in casa Ubs, un colosso che amministra asset per 951 miliardi di franchi svizzeri, quasi il doppio del Pil del Paese (495 miliardi). Il motivo? L’aumento del capitale produrrà, per riflesso un calo del Roe, che è tra l’altro il parametro su cui sono state aggaciate e stock options per i dirigenti, compreso l’ex Unicredit Sergio Ermotti, assunti da Gruber. Una ragione che giustifica un trasloco. Facile che Marchionne, ex Ubs, condivida il principio.

E DUE. ANCHE RHIAG FALLISCE LO SBARCO IN BORSA

La Rhiag, uno dei leader continentali della compravendita di parti di vettura, ha fallito lo sbarco in Borsa. E’ il secondo caso, per quest’anno, dopo il forfait della società biotecnologica Philogen, è toccata a questa società che puntava alla Borsa sia per favorire lo shopping in estero, che per abbattere un indebitamento che ha superato il livello di guarda. Ma a Rhiag, probabilmente, ha anche nuociuto il fatto che collocatori e creditore bancario del private equity proprietario fossero in due casi su tre, cioè Intesa e Mediobanca, la stessa cosa. Ora, per rimuovere quell’imbarazzante “zero” nella casella delle Ipo 2011 non resta che affidarsi allo stellone di Ferragano e a quello di Moncler

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