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Brasile: Covid dilaga, ma tech e investimenti crescono

FIRSTonline

In mancanza di una chiusura totale sul piano federale, il Brasile è diventato rapidamente uno degli epicentri della pandemia da coronavirus. Da giugno è il secondo Paese al mondo più colpito dietro gli Stati Uniti, con il 15% dei decessi e dei casi registrati a livello globale: a fine settembre si sono contati 150 mila morti e quasi 5 milioni di infettati. Quest’anno la pandemia ha provocato una pesante crisi economica che si riflette in una contrazione del Pil prevista tra il -5,5% (dati Banca Centrale) e le stime più pessimiste di Banca Mondiale (-8%) e Fmi (-9%). Una crisi arrivata ad aggravare una recessione già in atto: nel 2019 il Pil brasiliano era cresciuto dell’1,1%, il dato più basso degli ultimi tre anni, e nel primo trimestre del 2020 era già in recessione a -1,5%. La paralisi delle attività produttive ha interessato soprattutto i settori di turismo, servizi e industria, già colpita da una consistente flessione nella domanda, mentre è cresciuto l’agroalimentare. La produzione di soia ha segnato un nuovo record con 125 milioni di tonnellate e il primato mondiale nelle esportazioni, grazie soprattutto alla forte domanda cinese, che copre il 75% del totale. Anche la produzione di carne bovina e pollo è cresciuta e con la Cina a giocare un ruolo fondamentale: la guerra commerciale tra Washington e Pechino ha in effetti favorito il Brasile, che oggi è un leader mondiale nella produzione di alimenti.

Tuttavia, la pandemia ha lasciato il segno nel settore industriale e nel terziario. A fine agosto i disoccupati sono stati 29 milioni (dati IBGE, Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica), 3 milioni in più rispetto a maggio, toccando il record del 13,6% rispetto alla totalità della forza lavoro. Con le misure di lockdown almeno trenta milioni di brasiliani si sono trovati nel giro di pochi giorni senza un lavoro: a pagarne il prezzo più alto è stata l’economia sommersa fatta di 5,6 milioni di lavoratori senza coperture sociali. Su questo fronte il governo federale ha avuto il merito di agire rapidamente con un programma di aiuti straordinari basato su un sussidio mensile (auxilio emergencial) di 600 reais, circa 100 euro, per oltre 60 milioni di brasiliani da maggio ad agosto. Uno sforzo logistico e finanziario, costato allo Stato 8 miliardi di euro al mese: secondo uno studio dell’IPEA per 4,4 milioni di famiglie brasiliane è stata questa l’unica fonte di reddito durante la pandemia. Il governo ha confermato il sussidio fino alla fine dell’anno, dimezzandone però l’importo a 300 reais mensili. Resta un aiuto importante ma non sufficiente, anche a causa del recente aumento del prezzo di alcuni alimenti come riso, fagioli e olio.

Per molti analisti l’auxilio emergencial resta una mossa politica azzeccata da parte di Bolsonaro, che non a caso ha visto aumentare la sua popolarità proprio nelle regioni più povere del Nord-Est. Lo stesso presidente ha ipotizzato la creazione di un nuovo programma di assistenza sociale, la “Renda Brasil”, che andrebbe a sostituire sia il Bolsa Familia che una dozzina di altri piani minori, scontrandosi però con l’agenda liberista del ministro dell’economia Paulo Guedes, poco propenso all’idea di un nuovo Stato assistenzialista. Ecco allora che gli esiti della pandemia potrebbero frenare anche i progetti di privatizzazione delle grandi imprese statali (Correios, Banco do Brasil, Caixa Federal, Petrobras) pensati da Guedes: potrebbe essere infatti troppo alto il costo politico di centinaia di migliaia di licenziamenti nel settore pubblico a meno di due anni dalle prossime elezioni.

Il mercato finanziario si aspetta per il 2021 una crescita intorno al 3,5%. La diminuzione ai minimi storici del tasso di interesse della Banca Centrale (SELIC) può servire a ridare un certo dinamismo all’economia, considerando anche che ci si aspetta un adeguamento al ribasso dei tassi di mutui e prestiti per privati e imprese da parte delle principali banche.

Il 2020 dovrebbe chiudersi con un surplus commerciale di 55 miliardi di dollari e un volume di investimenti diretti stranieri pari a 60 miliardi. In un’ottica di lungo periodo, investire in Brasile può continuare a essere una buona opportunità, considerando il Real scambiato a 5-5,30 sul dollaro. Il Brasile è pur sempre un Paese giovane e profondamente digitale, dove grandi catene di distribuzione stanno passando rapidamente al commercio elettronico, con buone prospettive per il futuro, a patto che vengano attuate politiche concrete di sostegno al consumo. Il settore fintech, l’alta precisione e le infrastrutture sono aperti a nuove partecipazioni e anche un mercato oggi in profonda crisi come il trasporto aereo potrebbe trarre vantaggio da una deregolamentazione che tolga le barriere protezionistiche. Molto, però, dipenderà dalle scelte del governo e dagli equilibri geopolitici internazionali. La forte opposizione di alcuni leader europei, Macron in primis, alla politica ambientale di Bolsonaro potrebbe congelare l’accordo di libero scambio tra Mercosur e Unione Europea e con gravi ripercussioni sul settore dei servizi. I prossimi due anni saranno quindi decisivi per capire se il Brasile sarà in grado di usare questa crisi come un’opportunità di rilancio nell’ottica di modernizzazione e riapertura al mondo post-covid.

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