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Brasile, cosa c’è dietro le rivolte popolari

Non è solo questione di vegetazione distrutta e di biglietti dell’autobus troppo cari. Dietro le violente proteste delle ultime settimane tra Turchia e Brasile, con le seconde che hanno persino messo in pericolo lo svolgimento della Confederations Cup facendo vacillare un totem come il calcio pure nel Paese verdeoro, è nascosta tutta la crisi economica dei Paesi cosiddetti emergenti, di cui lo stato sudamericano fa parte ufficialmente attraverso l’acronimo Brics, mentre la Turchia è da molti considerata la nuova locomotiva europea.

Ma questi due Paesi, come testimoniano le recenti vicende, stanno tutt’altro che galoppando, così come del resto altri mostri sacri dell’economia mondiale. Basti pensare alla Cina, che per tanti anni ha visto il proprio Pil crescere a doppia cifra, mentre adesso viaggia sul 7-8%; o ancora l’India, passata dal +10% del 2007 al 4 % dell’anno scorso, e per non parlare della Russia che ha più che dimezzato da 8,5% a 3,4%, conoscendo persino un periodo di decrescita.

Anche il Brasile, che ha conosciuto nel recente passato il suo periodo di massimo splendore, culminato con una crescita del 10% due anni fa, con la candidatura a membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e con l’assegnazione dei due eventi sportivi più importanti del pianeta, il Mondiale di calcio 2014 e l’Olimpiade a Rio nel 2016, conosce ora un periodo di difficoltà testimoniato anche dai numeri.

Nel 2012 infatti la crescita della locomotiva sudamericana è rallentata intorno all’1%, con un netto calo del volume delle esportazioni dal +5,5% del 2007 al -0,3% dello scorso anno. Questo si può solo in parte spiegare con la scelta del Paese di Dilma Roussef, così come quella della Cina, di puntare meno sulle esportazioni e più sui consumi interni (che in Brasile è un mercato da 200 milioni di persone), senza contare che se le destinazioni europee sono calate anche per colpa della crisi, negli ultimi anni è in compenso molto cresciuto il commercio Sud-Sud.

Ma il vero problema è che non si vive solo di crescita, ma anche di sviluppo economico e sociale stabile e durevole. Ovvero, tradotto in un dato, di Indice di Sviluppo umano. A spiegarlo è un’analisi di Le Monde, che rivela come la Cina, seconda potenza economica mondiale, sia invece solo al 101esimo posto in quella speciale graduatoria stilata dall’Onu, mentre il Brasile vanta il sesto Pil planetario ma è solo 85esimo quanto a sviluppo umano.

Il problema è dunque strutturale, mancano background e cultura. E questo, specie in Sudamerica ma anche in Messico e Sudafrica, diventa l’humus ideale per il proliferare della criminalità e della corruzione. In Brasile la situazione è esplosa, col pretesto del costo dei mezzi pubblici e della spesa per i mondiali di calcio, ma la situazione agli occhi di un attento economista era già più che nota: crollo del real estate, fuga di capitali, borsa in calo, inflazione al 6,3%, real che ha perso oltre l’1% sul dollaro in un mese e oltre il 10% da marzo, e conseguente rischio di taglio del rating da parte di Standard&Poor’s.

Il Brasile, il paese emergente sudamericano più in vista negli ultimi anni, sta palesemente perdendo quota, tant’è vero che sta puntando tutto sui contratti derivati per arrestare l’emorragia. Secondo quanto scritto da Milano Finanza, la Banca centrale avrebbe infatti speso (nel mese di giugno) 5,7 miliardi di dollari per difendere la valuta, eppure solamente la metà di quella somma appare nei dati relativi alle riserve. Il paese sarebbe quindi sotto attacco speculativo, mentre vede diminuire le riserve. Oltre alla pazienza dei suoi cittadini.

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