X

Balocco, l’industria dolciaria di una famiglia che porta la tradizione nel futuro

Ufficio Stampa Balocco

Quaranta anni fa, nella trasmissione-cult televisiva Carosello, che incollò, fra gli anni ’60 e ’70, gli italiani davanti ai televisori, e rappresentò il teatro dell’affermazione della grande industria e della rinascita economica del paese segnando decisamente l’avvio della stagione della cultura consumistica, Alice ed Hellen Kessler, mitiche show girls dalle fantastiche gambe, auguravano un buon Natale agli italiani emergendo da una confezione di  Panettone Mandorlato Balocco. A 40 anni di distanza in un altro spot tv, nonno Aldo, che raffigura l’attuale presidente onorario della famosa azienda dolciaria piemontese, Aldo Balocco, impersonato dall’attore Aldo Stella, doppiatore di Harvey Keytel, Chris Penn e Brt Young, svela al nipotino i “segreti di famiglia” dei prodotti “buoni da tre generazioni” sullo sfondo dello storico furgoncino rosso Balocco, diventato nel tempo icona del mondo favolistico del brand.

L’azienda decide di non ricorrere più a testimonial di successo, show girls, soubrette, attrici, che hanno promozionato nel tempo i suoi prodotti. Questa volta è il signor Balocco (virtuale) in persona che con la regia di Daniele Luchetti fa capire l’importanza della storia aziendale, storia di persone soprattutto, storia di fedeltà alla tradizione, come garanzia di bontà di prodotto e di attenzione al consumatore. 

Una storia particolare che si è sviluppata nell’arco di tre generazioni di una industria dolciaria che ha celebrato 90 anni di vita, che oggi fattura 190 milioni di euro, esporta i suoi prodotti in 67 paesi del mondo, che ha ambiziosi piani di sviluppo, ma soprattutto un’azienda italiana al 100 per cento che ha saputo mantenere il capitale saldamente nelle mani della famiglia.

Tutto ha inizio nel 1927 a Narzole, un paese di 4.000 abitanti in provincia di Cuneo.  Francesco Antonio Balocco, ottavo figlio di un commerciante titolare di una confetteria e drogheria nella via principale del paese, che all’età di 11 anni era andato a lavorare, per farsi le ossa, in alcune storiche pasticcerie piemontesi, come la pasticceria Converso a Bra, la pasticceria Giordano e la pasticceria Frejus a Torino, torna a casa avendo deciso che la pasticceria lo interessa più dei confetti. E raggiunta l’età di lavoro decide di aprire una pasticceria a Piazza Castello a Fossano, il quarto comune più popoloso della provincia di Cuneo distante 15 km da casa. L’esperienza fatta fin da giovane in pasticcerie importanti fa sentire i suoi effetti. La clientela apprezza la ventata di novità del giovane ragazzo e frequenta il suo locale. Gli affari vanno bene al punto che Francesco Antonio di lì a poco può aprire una seconda pasticceria, questa volta sulla centralissima via Roma. Gli affari continuano ad andare a gonfie vele, anche se, con l’entrata in guerra, le cose si fanno più difficili ma il giovane ha fiducia, che prima o poi tutto quell’orrore dovrà avere fine.

Quello che Francesco Antonio non poteva prevedere era di entrare, con la Repubblica Sociale di Salò, nel mirino delle Brigate Nere. Certo non aveva mai nascosto, da spirito indipendente, le sue scarse simpatie per il regime, e non aveva mai voluto prendere la tessera del PNF. Alla caduta del fascismo si era esposto in prima persona in alcune manifestazioni di protesta. Con la Repubblica Sociale il nord d’Italia entra nella tragica dinamica di estremismi e violenze, molto più pesanti di quelle vissute negli anni del fascismo. Qualcuno si ricorda delle sue prese di posizione antifasciste ed è deciso a fargliela pagare. Prima si tenta di metterlo in difficoltà con i mezzi amministrativi, mandando ispezioni annonarie in continuazione nei suoi due negozi per costringerlo a chiudere. Non ce la fanno, tutte le carte sono in regola. Allora si passa alle vie di fatto, con due spedizioni delle Brigate Nere che depredano e devastano i due negozi destinandoli alla chiusura. Questa volta è stato messo con le spalle al muro. E per evitare il peggio Francesco Antonio è costretto a lasciare Fossano e a sfollare nelle Langhe.

Finalmente la guerra finisce, le Brigate nere scompaiono e i Balocco possono rientrare a Fossano. Francesco Antonio e suo figlio Aldo si rimboccano le maniche rimettono in piedi i due negozi. Aldo guarda però oltre. Con i suoi 23 anni porta in famiglia le idee della nuova generazione del dopoguerra fatte di slancio, di coraggio, di voglia di mettersi alla prova, e che ha segnato l’espansione dell’economia italiana verso il boom, convince il padre ad avviare, parallelamente alla produzione di pasticceria tradizionale, una linea di pasticceria secca da rivendere all’ingrosso e soprattutto i lievitati.

La Famiglia Balocco, passa così dalla fase della dimensione artigianale a quella imprenditoriale. Aldo mette in piedi uno stabilimento con 30 dipendenti in un’area di 5000 metri quadrati. Da buon piemontese ci va  con i piedi di piombo, gli investimenti sono stati consistenti, le preoccupazioni di buttarsi in questa nuova dimensione sono tante. Ma siccome la fortuna aiuta gli audaci, lo stabilimento che sembrava un azzardo si rileva presto insufficiente per rispondere alla crescente richiesta di mercato. Perché il prodotto che cambierà il corso della vita aziendale si chiama Mandorlato Balocco.

Realizzato con lievito madre, latte fresco italiano, scorze d’arance candite di Sicilia, cedro Diamante e uvetta sultanina. Ha una  guarnizione di glassa artigianale alle nocciole, una ricetta originale inventata da Balocco ottenuta  macinando nocciole intere italiane miscelate con zucchero, albume d’uovo e farina di riso. Il tutto completato con Mandorle intere e fiocchi di zucchero. La qualità dei prodotti Balocco viene apprezzata in tutta Italia. Sono gli anni in cui si diffonde la grande distribuzione organizzata che promuove i consumi e consente grandi numeri. E negli anni ’70 vede la luce un altro stabilimento industriale, di ben altre proporzioni e tecnologicamente avanzato: 70.000 metri quadrati di cui 20.000 coperti che, con i risultati delle grandi campagne di stampa e radiotelevisive si amplieranno successivamente a 32.000 metri quadri, dove lavorano 135 dipendenti. Il fatturato aziendale è arrivato a 14 milioni di euro, Balocco è una industria nazionale di primo livello. C’è nuovamente bisogno di energie fresche per condurre un’azienda di queste dimensioni e tenerla ancorata ai gusti in evoluzione, per interpretare le nuove esigenze del mercato e aprirla a nuove capacità operative.

E nel 1990 fanno il loro ingresso in azienda, Alessandra e Alberto, figli di Aldo che assume la presidenza onoraria: siamo alla terza generazione.  Nel frattempo grandi industrie dolciarie nazionali hanno avuto momenti difficili, alcune hanno chiuso, altre hanno cambiato di mano, altre sono state acquistate da capitali stranieri da Alemagna a Motta, da Colussi a Pavesi, da Pernigotti a Pai, una storia che sembra non aver fine come dimostra il caso recente della Melegatti.

E ai Balocco come va? Proseguono a navigare nel mare tempestoso dell’industria alimentare e dolciaria italiana come una corrazzata. Uno sguardo alle cifre è sintomatico. Il volume di affari si amplia dal 2008 esponenzialmente: 103 milioni di euro il fatturato del 2008, 127 milioni nel 2010, che diventano 148 nel 2012, 162 nel 2014,170 nel 2016, 185 nel 2017, e che arriveranno a 190 al termine di quest’anno. E i volumi di produzione dei prodotti da forno seguono questo andamento: 35.800 tonnellate nel 2008,49.100 tonnellate nel 2012, 64.400 nel 2017. La Balocco arriva a occupare il 22% del mercato dei lievitati da ricorrenza pasquali e il 19% del mercato dei lievitati da ricorrenza di Natale (è la seconda azienda in Italia in questo settore).

Il segreto di questo successo? La coesione familiare e aver saputo sviluppare una capacità di innovare e di competere in mercati sempre più globalizzati guardando sempre dentro e oltre la siepe con una maniacale attenzione alle origini artigianali e al territorio.

Una coesione che non resta ancorata al gruppo familiare ma che si estende a tutti i dipendenti.

“Nella nostra azienda – afferma Alberto Balocco – non ci sono padroni e dipendenti. Io sono nato negli anni 60 e ricordo la contestazione, il terrorismo.  In realtà un’impresa che funzioni è quella che ha come unico padrone il consumatore. Tutti coloro che lavorano nell’azienda sono proprietari dell’azienda, condividono gli stessi obiettivi: crescere e produrre il meglio per il loro comune padrone, il cliente”.

Millanteria di capo impresa? Tutt’altro. Perché dall’indagine realizzata dalla società tedesca indipendente “Statista” dedicata alle aziende italiane che hanno ottenuto il massimo indice di gradimento da parte dei dipendenti, attraverso un sondaggio tra migliaia di lavoratori di oltre 2.000 imprese con più di 250 dipendenti Balocco è nella classifica delle prime 5 aziende del largo consumo in cui si lavora meglio.

Attenzione al cliente dunque, attenzione alle condizioni del lavoro, ma anche grande impegno nell’organizzazione del lavoro, nell’avvio di nuove strategie operative e negli investimenti produttivi. Per questo grande attenzione viene riservata alla qualità delle materie prime ma anche della produzione. Se ne occupa un Team Controllo Qualità di 12 addetti tra biologi, chimici ed analisti: mediamente ogni anno vengono effettuate oltre 140.000 analisi su materie prime, semilavorati, prodotti finiti ed imballaggi. L’azienda inoltre sottopone tutte le varie fasi lavorative agli standard certificati SGS BRC IFS NON OGM.

Tutto questo ha ovviamente un prezzo.

Negli ultimi 10 anni sono stati investiti 51 milioni di euro in tecnologia; la Balocco dispone oggi di uno degli stabilimenti più moderni ed efficienti d’Europa. Nel 2010 l’azienda, particolarmente sensibile alle tematiche della produzione sostenibile, per far fronte al proprio fabbisogno energetico si è dotata di uno dei più grandi impianti fotovoltaici su copertura industriale del Piemonte, con un investimento complessivo di 5,2 milioni di euro: nei primi tre anni di pieno utilizzo (2011 – 2013) sono stati prodotti 5,2 mln di Kwh, evitando l’immissione in atmosfera di 3.500 tonnellate di CO2.

Ancora una volta inoltre lo stabilimento di Fossano, visto come vanno gli affari, diventa stretto e vengono avviati lavori di ampliamento che porteranno con il nuovo anno la superficie coperta dello stabilimento da 46.000 a 58.000 metri quadri.

Lo sguardo oltre la siepe si è detto. E’ certo che oggi le aziende hanno bisogno di nuovi linguaggi, di nuove collocazioni, di proporsi in un rapporto di costante confronto con il consumatore che diventa un interlocutore permanente. L’apertura di F.I.C.O-Eatalyworld a Bologna, uno dei più grandi parchi tematici al mondo dedicati al settore agroalimentare e alla gastronomia, ha accelerato un progetto che era già in aria e al quale Alessandra e Alberto stavano pensando da tempo: realizzare una nuova gamma di prodotti, dolci lievitati della tradizione natalizia e biscotti di pasticceria fedeli alla più autentica tradizione piemontese come Baci di Dama, Paste di Meliga e Krumiri dando vita al brand “Bottega Balocco – Italian Bakery 1927”. Per tenerli a battesimo all’interno di F.I.C.O-Eatalyworld è stata messa in piedi una fabbrica in miniatura, la prima fuori dalla sede storica di Fossano, 600 metri quadrati dove tutto avviene sotto l’occhio del cliente.  Le ricette sono quelle rinvenute in un polveroso archivio dell’azienda, scritte a mano minuziosamente a inizio secolo a base di latte e panna freschi, lievito madre, uova italiane da galline allevate a terra, “un viaggio a ritroso nelle tradizioni della nostra terra – commenta oggi Aldo Balocco – per risvegliare la memoria di gusto e olfatto delle case delle nostre nonne”. Soprattutto un messaggio inviato al consumatore per sottolineare che la Balocco è rimasta sempre fedele alla storia del territorio, agli ingredienti di qualità e alle tradizioni familiari della provincia piemontese, e anche se oggi è una grande industria nazionale non dimentica la sua storia.

Perché come tiene a sottolineare Aldo Balocco, “siamo nati da una bottega artigianale e siamo diventati una grande azienda senza mai tradire l’operato di chi ci ha preceduto perché rispettiamo le nostre origini. Avere una storia quasi centenaria come la nostra è una grande responsabilità. Tocca a noi mantenere la credibilità e la fiducia che i nostri predecessori hanno saputo costruire in tanti anni con il loro lavoro, dedizione e fatica”.

Related Post
Categories: Food