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Andy Warhol sotto accusa: per i giudici ha copiato

A sinistra la serigrafia di Prince realizzata da Warhol nel 1984, a destra la fotografia del 1981 di Lynn Goldsmith, ripresa da Warhol.

Tempi ingrati per gli artisti contemporanei. Tra il furore cancellatorio di certi influenti ambienti liberal e i maniaci del diritto d’autore, dall’altra parte dello spettro politico, può veramente succedere l’impensabile. E in effetti è successo a un artista come Andy Warhol che ha cambiato il gusto moderno e lo stesso modo di concepire l’opera d’arte.

La Corte d’Appello per il Secondo circuito degli Stati Uniti d’America a New York ha stabilito che Andy Warhol, nel 1984, ha violato il copyright di Lynn Goldsmith (fotografa) appropriandosi di un suo scatto per realizzare la serie serigrafica della rockstar Prince. Ad aggravare il fatto ci si è messa la Fondazione Warhol che ha concesso il diritto di riproduzione della serigrafia al magazine “Vanity Fair” per commemorare la scomparsa del musicista. È stato questo utilizzo che ha spinto la Goldsmith a rivolgersi a un tribunale come parte lesa del diritto d’autore.

Nel primo giudizio il tribunale ha dato ragione alla Fondazione Wahrol. Ma in appello ha vinto la Goldsmith. Infatti secondo la Corte d’Appello il lavoro di Warhol non era sufficientemente trasformativo della fonte per entrare nella protezione offerta dal fair use. Pertanto le istanze della Goldsmith sono legittime. Ricordiamo che il principio del fair use non esiste nella legislazione europea.

Parafrasando Picasso, Steve Jobs, che di roba trasformativa se ne intendeva parecchio, diceva con auto-compiacimento “I grandi artisti non copiano, rubano”. Però quando era Bill Gates a rubare, Jobs lo portava in tribunale. Ma Bill non era un artista, ma un mediocre copista (secondo Jobs). “L’unico problema con Microsoft — diceva Jobs — è che, semplicemente, non hanno gusto” né nel copiare, né nel rubare.

Adesso anche Warhol è stato microsoftizzato da tre giudici di New York.

La ratio della sentenza

Riportiamo in lingua originale il passo cruciale della sentenza della Corte d’Appello sulla serigrafia di Prince:

Warhol did not create the Prince Series bytaking [prendendo] his own photograph of Prince in a similar pose as in the Goldsmith Photograph. Nor did he attempt [ha cercato] to copy merely the “idea” conveyed [trasmessa] in the Goldsmith Photograph. Rather, he produced the Prince Series works by copying the Goldsmith Photograph itself — i.e. [cioè], Goldsmith’s particular expression of that idea.

This is not to say [questo non significa] that every use of an exact reproduction constitutes a work that is substantially similar to the original [meno male!]. But here, given the degree to which Goldsmith’s work remains recognizable within [in] Warhol’s, there can be no reasonable debate that the works are substantially similar.

Pertanto:

Prince Series works are not protected by fair use. … Any re-user’s work must reasonably be perceived as embodying an [inclusiva] entirely distinct artistic purpose [scopo], one that conveys [trasmette] a new meaning or message.

Una fotocopia ricolorata

Evidentemente il riutilizzo di Warhol non solo riproduce pedissequamente la fonte ma non presenta alcun elemento che trasmetta uno scopo artistico differente, un muovo significato o particolare messaggio. Sostanzialmente è una fotocopia ricolorata.

A chi interessa, qui c’è il testo integrale della sentenza (60 pagine) sul caso “The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. vs Lynn Goldsmith, Lynn Goldsmith, Ltd.”.

Su questa vicenda è intervenuto il critico d’arte del “New York Times”, Blake Gopnik, con un articolo al quale il quotidiano di New York ha dedicato un’intera pagina.

È interessante seguire l’argomentazione di Gopnik sul tema dell’appropriazione artistica che, si può scommettere, tornerà spesso a martellare in mondo dell’arte contemporanea.

Ecco la versione italiana.

Appropriazione artistica o uso creativo?

Qualche anno fa, un gruppo di critici d’arte dichiarò che la scultura di Marcel Duchamp del 1917, chiamata “Fontana” — un orinatoio acquistato in un negozio e presentato tal quale come lavoro dell’artista (poi perduto) — era l’opera d’arte più influente del XX secolo.

Le Brillo Boxes di Andy Warhol del 1964 — riproduzioni di scatole di assorbenti presentate anch’esse come arte — avrebbero potuto facilmente conquistare la piazza d’onore. Il filosofo Arthur Danto ha costruito una carriera brillante e un’intera scuola di pensiero intorno all’importanza di quelle scatole fondamentali per comprendere l’estetica moderna.

Il mese scorso, tre giudici di una corte federale d’appello di Manhattan si sono auto proclamati esperti d’arte, più di qualsiasi altro critico o filosofo. Che lo volessero o no, la loro sentenza ha avuto l’effetto di dichiarare che le invenzioni di Duchamp e Warhol — che si basano su un’”appropriazione artistica” — non erano degne di ricevere la protezione legale che viene data alla creatività dal principio del fair use nell’ambito della legge sul copyright degli Stati Uniti d’America.

Il fair use

Il “fair use” dovrebbe stabilire le linee guida che riguardano la possibilità per un artista di prendere la creazione di un pari, senza permesso e senza pagamento. Il fair use ha scopo di evitare che la legge sul copyright — che protegge la creazione di un artista — blocchi completamente “la capacità degli autori, degli artisti e di tutti noi di esprimersi e di esprimerci facendo riferimento alle opere di altri”, come aveva sentenziato la stessa corte d’appello di Manhattan, in una decisione a favore all’artista Jeff Koons che si era “impossessato” di una foto di moda per uno dei suoi dipinti.

Molti prodotti creativi hanno bisogno di “citare” altre opere. Immaginate un critico che vuole citare una poesia per mostrare quanto sia brutta, o un fumettista che copia un acrilico di Warhol per beffarsene.

Il concetto di trasformativo

I tribunali hanno deliberato che questo tipo di uso è permesso se, tra le altre cose, l’opera originale subisce una trasformazione nel processo di ri-utilizzo. In altre parole, anche se il fumetto assomiglia molto al dipinto di Warhol (potrebbe essere intrinsecamente necessario), fino a quando i suoi obiettivi e le sue funzioni sono abbastanza diversi dall’originale, la “trasformazione” insita nell’uso lo metterebbe al riparo dalla violazione del copyright.

La caratteristica di “trasformativo”, invece, non è necessaria quando un artista riesce ad ottenere il permesso di usare un’immagine o una creazione da chi ne detiene il diritto. Ma v’immaginate un Duchamp, un Warhol un Koons, con i loro ego sproporzionati, che si mettono a telefonare in giro per chiedere il permesso per usare un orinatoio, la foto di una celebrità o uno scatto d’arte. Gli autori spossessati dovrebbero erige un monumento a questi grandi artisti solo per il fatto di essere stati riprodotti.

Nel caso Goldsmith, il tribunale di primo grado riscontrò che nel processo di passare dalla foto in bianco e nero alla serigrafia a colori di Warhol, l’immagine di Prince aveva subito un’azione trasformativa tale da farla rientrare nel fair use.

Collage, la norma del fair use

La corte d’Assiste, però, ha ribaltato il giudizio citando una decisione della Corte Suprema che dichiara che il riutilizzo di un’opera deve essere “interamente separato dal suo materiale di origine”.

Abbastanza giusto. È proprio quello che è successo quando Warhol ha utilizzato a modo suo le scatole della Brillo. Una volta presentate, in una galleria, come opera arte, questi oggetti erano investiti di un nuovo scopo e trasmettevano un significato e un messaggio differente rispetto alle stesse scatole accatastate nel magazzino di un supermercato.

Ma la trasformazione della foto di Prince, per i giudici, era così minimale che vi si poteva riconoscere subito la fonte. Qualcosa di molto differente dal collage — “un’ opera d’arte che attinge da numerose fonti” — che gli stessi giudici hanno indicato come il canone della trasformazione artistica protetta dal fair use.

In realtà, per fare un lavoro artistico veramente originale, il riutilizzo ha spesso bisogno di rimanere molto prossimo alla sua fonte. Molti grandi artisti moderni non solo non “attingono a numerose fonti” nel copiare da altri, ma non apportano alcun tipo di cambiamento estetico alla singola immagine da cui stanno attingendo.

Se…

Se Warhol avesse introdotto degli elementi esteticamente trasformativi fine a se stessi nelle scatole, per farle assomigliare meno agli originali Brillo — se avesse fatto un collage con le etichette del sapone Palmolive e degli assorbenti Brillo — non avrebbero creato un’arte trasformativa come quella di riprodurle e ammassarle così come sono. L’uniformità, l’atto conservativo degli elementi essenziali di un’immagine esistente è proprio il modus operandi ultimo di Warhol e quello che lo rende uno dei più importanti artisti moderni.

Nelle sue pitture Campbell’s Soup non ha cambiato in modo significativo l’etichetta della zuppa, fatta eccezione per qualche ingrandimento; le sue serigrafie di Marilyn non hanno aggiunto molto al ritratto in bianco e nero di Marilyn Monroe della 20th Century Fox, oltre ad apporvi raramente del colore grezzo; idem per le sue copie della Monna Lisa.

Il concetto di trasformativo

Il concetto di “trasformativo” ha mandato nei pazzi avvocati e giudici da quando la Corte Suprema americana lo ha introdotto per la prima volta nel 1993. Una volta al punto, però, si scopre che è estremamente difficile capire se la funzione, il significato e il messaggio di un’opera che poggia su un’altra possano essere artisticamente trasformativi. I baffi e il pinzetto alla Gioconda sono trasformativi? Certo! L’arte è di per sé trasformativa.

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Infatti l’arte consiste nel trovare nuovi modi di espressione, nuovi modelli di raffigurazione e di fruizione. Come si fa a immaginare che un tribunale possa stabilire un qualcosa di normativo al riguardo anche in un sistema dinamico come quello della common law.

Dopo aver analizzato tutte le opzioni possibili, Christopher Sprigman, professore di diritto sulla proprietà intellettuale alla New York University, ha gettato la spugna. La legge sul copyright, ha detto, “è molto ben fatta ma non è molto profonda — e l’arte è proprio l’opposto. Quando le due cose si scontrano, sorgono problemi”.

Possono decidere i tribunali?

Con l’attuale normativa, ha detto Sprigman, quasi tutte le decisioni sul fair-use, o almeno quelle complicate, coinvolgono inevitabilmente lo sviluppo di qualche tipo di “teoria estetica”. Il tipo di “teoria” che, per esempio, ha portato la Corte d’Appello a decidere che il collage è il canone del fair use nel campo delle arti figurative. E la teoria estetica non è, a dir poco, il territorio in cui i giudici sono i maggiori esperti del mondo.

Ma Sprigman dice che, per come stanno le cose, non ci sono molte soluzioni diverse da quella di un giudizio estetico.

Se i giudici non hanno altra scelta che considerare l’estetica — perché un’opera merita il diritto di appoggiarsi su un’altra, per spingere avanti la creatività della nostra intera cultura — allora non c’è altra scelta che considerare quale arte ha avuto più rilevanza in passato. Se, negli anni ’60, una decisione giudiziaria avesse impedito a Warhol di poter fare le sue Marilyn — se un tribunale gli avesse imposto un collage con la faccia di Marylin insieme a quella di Kim Novak — oggi saremmo tutti artisticamente più poveri.

I grandi artisti copiano

Gli eredi artistici di Warhol devono essere in grado di usare l’appropriazione, di cui egli è stato pioniere, per portare l’arte verso nuovi approdi, nel stesso modo in cui gli impressionisti hanno preso l’abbrivio dalla pennellata pionieristica di Tiziano.

Ci sono molte cose che i giudici possono fare con una sentenza, ma riscrivere la storia dell’arte non è nei loro compiti. L’appropriazione è una delle grandi innovazioni artistiche dell’era moderna. Il lavoro dei non-artisti è assicurarsi che la legge lo riconosca.

I grandi artisti copiano e non sono gli unici.

Fonte: Blake Gopnik, Warhol a Lame Copier? The Judges Who Said So Are Sadly Mistaken, The New York Times, 5 aprile 2021

Categories: Cultura