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بچت، Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi سروے: اطالوی بچت کرتے ہیں لیکن زیادہ خطرے سے بچتے ہیں، خاص طور پر نوجوان

I più avversi al rischio sono 18-24enni. In generale portafogli poco diversificati (72%): solo il 36% sa che un fondo è meno rischioso di una singola azione. Il 56% riesce a risparmiare, accantonando l’11,9% del reddito

بچت، Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi سروے: اطالوی بچت کرتے ہیں لیکن زیادہ خطرے سے بچتے ہیں، خاص طور پر نوجوان

L’indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026 di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi è stata presentata a Milano il 15 settembre 2026 dal presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro, Gregorio De Felice, Giuseppe Russo e Stefano Firpo. La ricerca è condotta su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente, con un focus su tecnologia e un sovracampionamento di 300 individui.

Reddito e cultura del risparmio

L’84 per cento dichiara piena indipendenza finanziaria, con un divario di genere: 86 per cento uomini, 82 per cento donne. Per età è indipendente il 47 per cento dei 18-24enni contro l’88 per cento dei 55-64enni. Solo il 52 per cento è soddisfatto del reddito corrente e il 34 per cento si attende un reddito sufficiente nei prossimi dieci anni.

Più della metà riesce a risparmiare: il 56 per cento nel 2026, dal 58 per cento del 2023, accantonando mediamente l’11,9 per cento del reddito disponibile. Oltre la media i laureati con il 14,9 per cento e i lavoratori indipendenti con circa il 20 per cento. Il risparmio è giudicato indispensabile dal 28 per cento, livello prossimo ai massimi storici. Prevale la motivazione precauzionale con il 40 per cento, seguita da pensione con il 19 per cento, casa con il 19 per cento e figli con l’11 per cento. Cresce, pur con numeri piccoli, il risparmio destinato a investire: 6 per cento del campione, sopra i livelli pre-pandemici.

Le entrate familiari sono attese stabili. Il saldo tra aspettative di miglioramento e peggioramento per l’economia nazionale e internazionale è negativo e sfiora il 90 per cento. Per la prima volta il pessimismo sul contesto nazionale eguaglia quello geopolitico.

Rischio e liquidità

Volatilità, tariffe, inflazione e tensioni geopolitiche alzano l’allerta. Il ratio di avversione al rischio, misurato come rapporto tra chi non vuole correre rischi e chi invece è disposto a farlo, tocca quota 33,6 nel 2026, record assoluto: era 8,1 nel 2017, 15,1 nel 2024 e 20,5 nel 2025.

Il paradosso è generazionale: i 18-24enni sono i più avversi con 84 contrari per 1 favorevole, opposto a quanto prevede la teoria del ciclo di vita. È la generazione degli scarring multipli, tra pandemia, trauma inflazionistico e crisi geopolitiche, informata ma incapace di tradurre il sapere in fiducia. Le donne mostrano avversione più pronunciata degli uomini, 41,9 contro 27,6, e i picchi si toccano tra disoccupati con 113,9 e meno istruiti con 111,4.

La preferenza per la liquidità cresce con l’incertezza. Se nel 2019 la tutela del capitale era priorità per il 62,2 per cento, nel 2026 scende per la prima volta sotto la maggioranza assoluta al 48,8 per cento, mentre sale l’orientamento verso strumenti liquidi al 18,7 per cento. Quasi il 72 per cento di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati. Pesa l’alfabetizzazione fragile: solo il 36 per cento sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione. La difficoltà più rilevante è la valutazione del rischio con il 50,3 per cento, poi timing con 41,2 per cento, asset allocation con 31,3 per cento e strumenti con 29,4 per cento.

Obbligazioni, azioni e risparmio gestito

Nel 2026 chi ha acquistato obbligazioni, azioni e fondi negli ultimi 12 mesi supera i venditori. Le obbligazioni riguardano il 23,5 per cento degli intervistati, con peso medio nei portafogli del 26,6 per cento. Rapporto acquirenti/venditori a 2,0 e ratio di soddisfazione a 4,9, cioè quasi 5 soddisfatti per 1 insoddisfatto. Resta la cicatrice del 2022: il 43 per cento teme la perdita in caso di vendita anticipata e il 40 per cento non si sente protetto dall’inflazione.

Le azioni mostrano il divario più ampio tra conoscenza e partecipazione: le conosce il 45 per cento ma solo il 7,8 per cento le ha detenute negli ultimi cinque anni. Per chi investe l’esperienza è eccellente con ratio di soddisfazione a 8,5, quasi doppio delle obbligazioni. Barriere sono percezione del rischio di perdere capitale al 78,5 per cento e mancanza di esperienza al 60,9 per cento. Il ratio di attrattività netta si ferma a 0,4, il più basso tra i prodotti.

Il risparmio gestito è posseduto dal 25-30 per cento del campione, quota simile alle obbligazioni, ma l’Italia resta indietro rispetto all’Europa dove i fondi assorbono il 40-50 per cento della ricchezza finanziaria. Ratio di soddisfazione a 12,5, il più alto in assoluto, e rapporto acquirenti/venditori a 4,77, quasi cinque sottoscrittori per ogni riscatto. L’indice di accumulo è 2,0: ogni investitore occasionale, due usano piani di accumulo. Crescono gli ETF a basso costo tra i 25-34enni.

Il gestore della banca resta il consigliere più affidabile al 47 per cento. Cresce il ruolo di consulenti indipendenti e private banker al 16 per cento dal 10 per cento circa del 2024, ma anche il fai-da-te resta rilevante al 24 per cento.

Il rapporto con la banca e la casa

La banca resta al centro: il 92 per cento accredita lo stipendio, l’82 per cento addebita le utenze, il 55 per cento paga le imposte. La liquidità in conto corrente, che nel 2023 era al 68 per cento della ricchezza finanziaria, rientra nel 2026 verso il 50 per cento. La transizione cashless procede senza vittoria schiacciante: il contante è ancora usato regolarmente dal 56,2 per cento. La penetrazione fintech resta marginale. Il credito al consumo è la frontiera delicata: il 32,3 per cento ha sottoscritto un prestito negli ultimi dodici mesi per consumi correnti, arredo e cure dentarie. Il 2026 è l’anno del ritorno dei mutui con tasso di rifiuto minimo, ma quattro famiglie mutuatari su dieci dedicano oltre il 20 per cento del reddito alla rata.

La casa resta fulcro della ricchezza: pesa due terzi del patrimonio medio, stimato in circa 320.000 euro, e il 79 per cento vive in abitazione di proprietà. Nel 2025 le compravendite hanno raggiunto circa 767.000 unità, il 97,5 per cento dei livelli pre-2008. La domanda potenziale è di 1,5 milioni di transazioni, ma solo il 13,7 per cento pensa di acquistare entro dodici mesi. Il 66 per cento considera ancora l’immobile un investimento sicuro, ma la quota cala per il secondo anno consecutivo dopo il 72,6 per cento del 2024 e il 67,5 per cento del 2025. Si afferma l’immobile come bene duale, tra funzione ereditaria e protezione lungo il ciclo di vita. Il 23,5 per cento apprezza l’uso per integrare il reddito da anziano, solo il 5 per cento venderebbe la nuda proprietà. Convertito in rendita vitalizia, il patrimonio immobiliare medio garantirebbe a 65 anni circa 12.140 euro l’anno, con tasso di sostituzione vicino al 29 per cento del reddito da lavoro mediano di 41.000 euro l’anno.

Previdenza e assicurazione

Le famiglie confidano nel sistema pubblico: il saldo ottimisti-pessimisti sul reddito a 65-70 anni resta positivo al 34,5 per cento, sebbene in calo, e il tasso di sostituzione atteso tra pensione e reddito corrente sale dal 70,5 al 79,6 per cento tra 2025 e 2026.

La previdenza complementare resta ferma al 22 per cento del campione. Oltre due terzi degli aderenti conferiscono il TFR e il 68,7 per cento ignora i vantaggi fiscali della contribuzione volontaria. Poco meno del 30 per cento di chi non aderisce cita la mancanza di liquidità. Le polizze vita coprono il 26,7 per cento, le sanitarie il 16,9 per cento, le long-term care il 13,9 per cento. È la gamba più corta della protezione familiare.

Risparmiatori e tecnologia

Il focus restituisce un’immagine polarizzata: il 28,2 per cento del campione non utilizza internet, mentre il 27,9 per cento lo impiega in modo pienamente integrato in tutte le attività. A separare i due gruppi sono soprattutto età, istruzione e reddito. Gli utenti intensivi sono il 38,8 per cento tra i 18-44enni e il 40,2 per cento tra i laureati. Nella gestione concreta del denaro la filiale conserva un netto primato: il 58,1 per cento opera prevalentemente allo sportello, il 26,5 per cento in modello misto e solo il 12,8 per cento via app mobile.

La fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo non si fida affatto e uno solo dichiara di fidarsi molto. La preoccupazione dominante è la sicurezza: rischio truffe e protezione dati citati dal 76,5 per cento, prima della perdita di controllo al 45,1 per cento. Un quarto ha già avuto esperienza diretta o indiretta di truffe online.

Le funzionalità più apprezzate sono notifiche di spesa con circa 52 per cento e analisi predittiva basata su IA con 36 per cento. La resistenza cresce quando la tecnologia riduce il ruolo attivo: assistenti vocali giudicati troppo rischiosi da oltre il 60 per cento e sistemi completamente automatizzati basati su IA incontrano opposizione di circa l’87 per cento. L’innovazione è benvenuta quando rafforza controllo, trasparenza e semplicità.

Gli strumenti più nuovi restano ai margini: criptovalute usate come investimento da meno del 2 per cento, circa l’88 per cento non le conosce o non vi è interessato, crowdfunding e peer-to-peer lending ignorati da oltre l’80 per cento, euro digitale e stablecoin sconosciuti, trading online di nicchia con oltre il 96 per cento senza app dedicata. La scoperta di nuovi strumenti passa ancora dal consulente in filiale al 69 per cento, mentre social e influencer hanno influenza marginale.

L’indagine distingue risparmiatori digitali al 41,9 per cento e analogici al 58,1 per cento. Controintuitivamente gli analogici sono più presenti nei mercati organizzati: hanno più fondi con 21,7 contro 16,7 per cento, più gestioni con 11,5 contro 8,2 per cento, più ETF con 4,6 contro 2,7 per cento. La maggiore familiarità digitale non si traduce in più ampia partecipazione. Il quadro è di un sistema ancora ibrido, dove innovazione e relazioni tradizionali coesisteranno a lungo. L’adozione digitale è selettiva, come supporto operativo, ma per decisioni rilevanti conta ancora la supervisione umana.

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