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اٹلی میں اجرت: 30 سالوں سے حقیقی اجرت میں کمی آ رہی ہے، لیکن ذاتی انکم ٹیکس نے سب سے کم آمدنی کی حمایت کی ہے۔

UPB اطالوی اجرتوں میں طویل کمی کی تصویر کشی کرتا ہے: 1990 کے بعد سے، حقیقی اجرتیں کم ہو رہی ہیں جبکہ فرانس، جرمنی اور امریکہ بڑھ رہے ہیں۔ لیکن تجزیہ پرسنل انکم ٹیکس (IRPEF) کے کردار کو بھی اجاگر کرتا ہے، جس نے کم اور درمیانی آمدنی والے افراد کی مدد کی ہے اور عدم مساوات کو کم کیا ہے۔

اٹلی میں اجرت: 30 سالوں سے حقیقی اجرت میں کمی آ رہی ہے، لیکن ذاتی انکم ٹیکس نے سب سے کم آمدنی کی حمایت کی ہے۔

Anche l’autorevole پارلیمانی بجٹ آفس (Upb) si occupa delle تنخواہ اطالوی, un tema che è da tempo fonte di preoccupazione e di critica. La Nota di lavoro n. 1 del 2026 affronta la questione della dinamica retributiva e del ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (a cura di Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli) con lo scopo di osservare la dinamica delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti in Italia dagli anni Novanta a oggi e di analizzare il ruolo dell’Irpef nel sostenere le retribuzioni nette e mitigarne la disuguaglianza. La Nota prende le mosse dall’atto di dolore che le opposizioni politiche e sindacali recitano ogni volta che si affronta qualsiasi argomento (esempio: “Non piove più, è tornato il sole”, afferma un esponente del Governo; “Sì, ma i salari sono bassi”, rispondono dall’opposizione). “La dinamica delle retribuzioni in Italia – è ribadito – appare sfavorevole nel confronto internazionale. Secondo i dati dell’Ocse, le retribuzioni lorde per dipendente a tempo pieno equivalente (full-time equivalent, Fte) sono diminuite in termini reali dell’1,6% nel periodo 1990-2024, a fronte di aumenti significativi registrati nei principali Paesi avanzati. Ad esempio, فرانس e جرمنی hanno registrato incrementi superiori al 30%, mentre la اسپین una crescita del 12,9%. La dinamica retributiva è stata sostenuta anche nei Paesi anglosassoni, con il Regno Unito al 48,4% e gli Stati Uniti al 50,5%”. E prosegue implacabile: “Il quadro non subirebbe modifiche sostanziali circoscrivendo l’analisi al periodo 1990-2018, ossia escludendo gli effetti della pandemia e della successiva fiammata inflazionistica. In questo intervallo si registra in Italia una crescita reale delle retribuzioni lorde per dipendente Fte del 2,8%, ben al di sotto dell’incremento del Pil reale per ora lavorata, pari al 18,4%”.

Part-time e discontinuità del lavoro frenano i salari

Tali andamenti si accompagnano alla diffusione dei contratti part-time, passati dal 4,1% al 30,2%. Il lavoro a tempo parziale in Italia interessa soprattutto le donne: nel 2024 riguardava il 44,3% delle dipendenti del settore privato, contro il 15,6% degli uomini. Secondo i dati Eurostat, almeno nella metà dei casi il part-time è involontario.

Tuttavia, in questo quadro, caratterizzato dall’aumento del part-time, dalla crescente discontinuità lavorativa e dall’insufficiente crescita delle retribuzioni lorde, si inseriscono le numerose riforme dell’Irpef, che influiscono sulla dinamica delle retribuzioni nette. Nel corso del periodo considerato, si osserva una progressiva intensificazione degli ٹیکس مداخلت mirati al sostegno dei redditi da lavoro dipendente più bassi. Tale orientamento è diventato particolarmente evidente dal 2014 con l’introduzione del bonus Irpef ed è proseguito negli anni successivi fino alla recente trasposizione degli امدادی امداد nella struttura dell’imposta nel 2025. Questo insieme di misure, rivolte esclusivamente ai lavoratori dipendenti, ha accresciuto selettivamente – sostiene l’Upb – il grado di progressività dell’imposta su questo segmento di contribuenti. Le politiche hanno così accentuato nel tempo, per i redditi da lavoro dipendente, la funzione redistributiva dell’Irpef, che sembra essersi gradualmente orientata non solo a garantire l’equità del prelievo fra contribuenti con differente capacità contributiva, ma a compensare le dinamiche di mercato attraverso un sostegno diretto alle retribuzioni più basse. Tale evoluzione si è realizzata parallelamente a una progressiva erosione della base imponibile dell’Irpef, dovuta all’estensione di regimi sostitutivi proporzionali (cedolare secca, regime forfettario) ad altre categorie di reddito.

Il confronto con l’Europa sul lavoro a tempo parziale

1990 میں جزوقتی کام rappresentava appena il 4,4% del campione analizzato; nel 2018, tale quota ha raggiunto il 31,5%. Parallelamente, l’occupazione a tempo pieno per l’intero anno solare, che nel 1990 interessava quasi il 60% dei lavoratori, si è ridotta al 45,3%. Non si tratta di una variazione marginale, ma di una vera e propria riconfigurazione delle modalità con cui gli italiani partecipano al mercato del lavoro. Questa trasformazione – afferma l’Upb – produce effetti meccanici sulla dinamica retributiva media. Poiché i lavoratori a tempo parziale percepiscono per definizione retribuzioni annue inferiori rispetto ai lavoratori a tempo pieno, la crescita della loro quota nella forza lavoro esercita una pressione al ribasso sulla media complessiva, anche qualora le retribuzioni individuali all’interno di ciascun gruppo rimanessero stabili o addirittura crescessero. Nessuno però – ci permettiamo di aggiungere – si prende la briga di ricordare che nei Paesi in cui è più elevato il tasso di occupazione, anche femminile, è più diffuso anche il part-time. La percentuale di lavoratori con un contratto part-time nei Paesi Ue nel 2018 metteva in evidenza che quasi metà degli occupati olandesi lavora a tempo parziale (46,8%). Seguono la سوئٹزر لینڈ (38,5%), l’Austria (27,6%) e la Germania (26,8%). In questa graduatoria, l’Italia figurava al decimo posto con il 18,3% di جز وقتی کارکن sul totale degli occupati. In sostanza, il rapporto a tempo parziale, che negli altri Paesi è ritenuto uno strumento di flessibilità e di conciliazione vita-lavoro, da noi è considerato un rapporto precario.

Retribuzioni reali: penalizzati soprattutto i redditi più bassi

Nella Nota vengono poi indicate le metodologie della ricerca e le relative fonti statistiche. Un primo elemento che emerge dall’analisi dei microdati amministrativi è la conferma del declino delle retribuzioni reali. Come riportato nella figura 2, in media, nel campione utilizzato, le retribuzioni si riducono del 2,2% tra il 1990 e il 2018 e del 6,6% fino al 2026. La variazione media sintetizza andamenti divergenti tra i diversi segmenti della distribuzione salariale. All’estremo inferiore, il decimo percentile (P10) registra una contrazione particolarmente marcata, pari al 40,8% in termini reali. Nella parte centrale della distribuzione, la dinamica appare meno sfavorevole: il venticinquesimo percentile (P25) mostra un calo del 31,1%, mentre la mediana (P50) si riduce del 12,7%, una variazione più accentuata rispetto a quella media. Nella parte alta della distribuzione, il settantacinquesimo percentile (P75) registra una riduzione limitata (3,5%), mentre il novantesimo percentile (P90) registra una crescita del 3,3%.

Dal 1990 l’Irpef è passata da un prelievo moderatamente progressivo sui redditi da lavoro dipendente a un sistema marcatamente progressivo, caratterizzato da un forte sostegno ai redditi più bassi e da un crescente carico fiscale sui redditi più elevati.

La conclusione dell’Upb: il fisco ha difeso i redditi più fragili

Per comprendere appieno la portata di questa trasformazione, è utile identificare la سوگلیا che consente di suddividere la آمدنی کی تقسیم nei due segmenti caratterizzati da dinamiche fiscali opposte. Tale soglia è stata calcolata individuando il livello di reddito imponibile, al netto dei contributi sociali a carico del lavoratore, in corrispondenza del quale le aliquote effettive del 2026 e del 1990 si eguagliano. Questo valore si attesta a circa 35.100 euro annui a prezzi 2026. Al di sotto di tale soglia, la struttura Irpef del 2026 risulta mediamente più generosa, in termini reali, rispetto a quella del 1990; al di sopra, invece, risulta più onerosa. Questa inversione riflette le scelte redistributive operate nel corso del periodo osservato: le اصلاحات hanno progressivamente concentrato gli sgravi fiscali sulla parte medio-bassa della distribuzione, mentre sui redditi medio-alti il prelievo, in termini reali, è aumentato soprattutto a causa del drenaggio fiscale. La distribuzione dei lavoratori rispetto alla soglia di 35.100 euro è rimasta sostanzialmente stabile nel tempo. Circa l’83,7% dell’insieme di operai e impiegati nel campione utilizzato percepisce un reddito da lavoro inferiore alla soglia nel periodo 1990-2018 e tale quota non si è modificata in modo significativo nel tempo, passando dall’84,9% del 1990 all’83,3% nel 2018. Benché la distribuzione dei redditi imponibili presenti caratteristiche diverse nel tempo (fig. 6), la quota di reddito complessivo detenuta dai lavoratori con retribuzione inferiore alla soglia mostra solo una lieve riduzione, passando dal 68,8% del 1990 al 62,3% nel 2018. A fronte di ciò, la quota di Irpef versata da questo segmento di contribuenti (al netto del bonus Irpef) registra una contrazione più marcata, scendendo dal 59,9 al 40,4%. Il divario tra la riduzione della quota di reddito e quella della quota di imposta costituisce un indicatore dell’impronta redistributiva e di sostegno al reddito delle revisioni dell’Irpef. In termini assoluti, il numero di operai e impiegati nel segmento considerato cresce significativamente nel periodo osservato (da 11,0 a 15,3 milioni), con un incremento particolarmente rilevante della جزو عورت (da 3,7 a 6,1 milioni), nel contesto di un aumento generalizzato dell’occupazione.

In sostanza – è bene che ne prenda nota ماریزیو لینڈینی۔ – le misure di carattere fiscale hanno difeso dal picco dell’مہنگائی اور سے fiscal drag i redditi medio-bassi, che costituiscono poi la maggior parte dei redditi dei lavoratori privati italiani. Quale altro Paese può dire di aver fatto altrettanto? Certo, non si tratta della soluzione del problema salariale in Italia, in quanto il suo effetto è ormai alle spalle e non si possono poi penalizzare i redditi più elevati, che riguardano peraltro la quota di contribuenti che si fa carico della parte più rilevante del gettito Irpef. Ma sarebbe il caso di riconoscere quanto è stato compiuto e che viene ricordato ogniqualvolta le prefiche versano lacrime per i “salari da fame”.

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