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Kunst und Journalismus: Pressemitteilungen reichen nicht mehr aus: Es ist Zeit, Bewusstsein zu schaffen.

Nella comunicazione il comunicato stampa non è morto, ma ha smesso di essere sufficiente. In un tempo in cui le notizie si moltiplicano in pochi istanti, la vera sfida non è far circolare un’informazione, ma darle significato

Kunst und Journalismus: Pressemitteilungen reichen nicht mehr aus: Es ist Zeit, Bewusstsein zu schaffen.

C’è stato un tempo in cui bastava un comunicato stampa ben scritto per riempire le pagine culturali di un quotidiano. Le redazioni erano numerose, i tempi dell’informazione più lenti e il giornalista aveva la possibilità di trasformare quel materiale in un racconto, cercando approfondimenti, intervistando i protagonisti, verificando le fonti. Oggi quello scenario non esiste più. Ogni giorno nelle redazioni arrivano decine, a volte centinaia, di comunicati. Sono curati, impeccabili, ricchi di citazioni, aggettivi e fotografie. Raccontano mostre “imperdibili”, artisti “straordinari”, progetti “innovativi”. Cambiano i nomi, cambiano le sedi espositive, ma spesso il linguaggio resta sempre lo stesso. Il paradosso è che, nell’epoca in cui abbiamo più strumenti per comunicare che mai, rischiamo di raccontare tutti le stesse cose nello stesso modo. L’avvento dell’intelligenza artificiale ha reso ancora più evidente questa contraddizione. Un comunicato può essere riassunto, corretto, tradotto e trasformato in un articolo nel giro di pochi secondi. Se il giornalismo si limita a questo, la domanda diventa inevitabile: qual è il suo valore aggiunto? La risposta non può essere la velocità. Né la quantità delle notizie pubblicate. Il valore del giornalismo è sempre stato un altro: dare senso ai fatti.

Nel mondo dell’arte questa esigenza è ancora più evidente

Una mostra non è soltanto un’inaugurazione. È il risultato di anni di ricerca, di scelte curatoriali, di restauri, di investimenti, di relazioni internazionali, di visioni culturali. Dietro un’esposizione ci sono storie, conflitti, intuizioni, fallimenti, strategie. Eppure tutto questo spesso scompare dietro poche pagine di comunicato, costruite per promuovere un evento più che per spiegarlo. Il rischio è duplice. Da una parte il giornalismo rinuncia al proprio ruolo critico, limitandosi a rilanciare informazioni già confezionate. Dall’altra, anche la comunicazione finisce per impoverirsi, perché misura il proprio successo contando gli articoli pubblicati anziché la qualità del dibattito che riesce a generare. Forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Per decenni abbiamo parlato di Medienbeziehungen, cioè della capacità di costruire relazioni con i mezzi di informazione. Era un modello efficace quando il problema era far arrivare una notizia ai giornalisti. Oggi il problema è un altro. Le notizie arrivano ovunque, in tempo reale. Ciò che manca è il contesto. Manca il tempo per interpretarle. Manca la possibilità di comprenderne il significato. È per questo che la comunicazione dovrebbe evolvere verso quello che potremmo definire una Knowledge Relation: un rapporto non fondato sulla semplice distribuzione di contenuti, ma sulla costruzione di conoscenza. Non significa inviare più materiale alle redazioni. Significa cambiare completamente approccio. Un ufficio stampa non dovrebbe limitarsi a spedire un comunicato e attendere che venga pubblicato. Dovrebbe offrire ai giornalisti strumenti per capire davvero ciò che stanno raccontando: accesso agli artisti e ai curatori, dati, archivi, ricerche, documenti, incontri, occasioni di confronto. Dovrebbe alimentare il lavoro giornalistico, non sostituirlo. La differenza può sembrare sottile, ma è decisiva. Nelle Medienbeziehungen l’obiettivo è far parlare di un evento. Nelle Knowledge Relation l’obiettivo è far comprendere perché quell’evento conta. La comunicazione smette così di essere una semplice attività promozionale e diventa un’infrastruttura culturale. Non cerca consenso immediato, ma genera fiducia. Non rincorre la visibilità, ma costruisce autorevolezza.

Anche il giornalismo, naturalmente, è chiamato a fare la sua parte

Deve tornare a esercitare il dubbio, a fare domande, a cercare ciò che non compare nei comunicati. Deve recuperare quella funzione critica che lo distingue dalla comunicazione e che nessuna tecnologia potrà sostituire. Forse è proprio questa la grande sfida dell’era dell’intelligenza artificiale. Non produrre più informazioni, ma produrre più comprensione. Perché le notizie, ormai, sono ovunque. Quello che inizia a mancare è la capacità di metterle in relazione, di interpretarle, di trasformarle in conoscenza. Ed è qui che comunicazione e giornalismo possono ritrovare un terreno comune. Non quello della promozione, ma quello della responsabilità culturale. Perché una società è davvero informata non quando riceve più comunicati stampa, ma quando dispone degli strumenti per capire il mondo che quei comunicati cercano di raccontare.

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