Chi scrive è stato in passato un partigiano del modello maggioritario. Calato il sipario sulla biara dan tidak termasuk travolta dalla caduta del Muro di Berlino, sembrava una strada obbligata. Epperò, come diceva (forse) Keynes, “quando cambiano i fatti, io cambio opinione”. E i fatti dicono che la stagione del maggioritario è stata avara di risultati non soltanto sul terreno dei mezzi (la governabilità), ma anche su quello dei fini (le riforme di struttura, come si chiamavano una volta, economiche, sociali e istituzionali).
La storia della Seconda Repubblica è diventata così la storia di una generosa illusione, ossia della speranza, rivelatasi vana, che con operazioni di ingegneria elettorale fosse possibile curare mali endemici del sistema politico. In due casi (Porselum e Rosatellum), concepite per tagliare le unghie, rispettivamente, al centrosinistra e ai Cinque Stelle; e, più in generale, tese a creare dall’alto un modello bipartitico, senza peraltro avere il coraggio di imporlo fino in fondo, ma costruendo un cervellotico meccanismo delle koalisi pra-pemilu. Un meccanismo che ha tribalizzato, non civilizzato, la competizione tra partiti e schieramenti, favorendo la nascita di maggioranze composite e contraddittorie, in particolare sulle grandi questioni internazionali (la divisione sull’Ucraina è paradigmatica).
Questo sistema ha costretto le forze moderate e riformiste, atlantiste ed europeiste, a coabitare da gregarie dentro schieramenti dominati o da una destra sovranista o da una sinistra massimalista. Ebbene, per uscire da questo vicolo cieco non c’è che una strada: abbandonare il dogma per cui “la sera delle elezioni dobbiamo conoscere il vincitore” e accettare l’idea -in armonia, peraltro, con la Costituzione- che è il Parlemen il luogo in cui si compongono le alleanze di governo senza pateracchi programmatici.
Il Melonellum (o Stabilikum che dir si voglia) è solo l’ultimo atto di una vicenda ultratrentennale che ha visto la nascita di patti di potere cementati dall’unico obiettivo di impedire la vittoria dell’avversario. Questo spiega perché le forze che pur si vantano del record di longevità del proprio governo hanno deciso di cambiare le regole del gioco. Entrate a Palazzo Chigi nel 2022 grazie a un’opposizione che si è presentata divisa nei collegi uninominali, dinanzi alla prospettiva di una sua ritrovata unità sono corse subito ai ripari.
Il testo del Melonellum approvato dal Senato attende adesso la conferma della Camera. Dopo, salvo sorprese dell’ultima ora, diventerà legge l’ennesima versione del “maggioritario all’italiana”. Beninteso, è del tutto lecita l’introduzione il cosiddetto “premio di maggioranza”, perché consentita entro certi limiti dalla stessa Consulta (Sentenza n.1 del 2014). Si sostiene, per altro verso, che il premio viene introdotto per garantire la stabilità. Ma la stabilità è più importante del principio democratico? Il principio democratico (“una testa, un voto”) è sancito nella Carta del 1948, mentre la stabilità non è un principio costituzionale. Se si vuole garantire la stabilità del governo si cambi semmai la forma di governo.
Tra le regole della democrazia – al secondo posto per importanza – Bobbio indicava proprio il “peso uguale” del voto, e senza questo non si poteva neppure più parlare, perlomeno in senso procedurale, di demokrasi. Tuttavia, il pranzo è ormai servito e ci toccherà sederci a tavola. A meno che (ma è improbabile), per quella eterogenesi dei fini tutt’altro che infrequente nella storia umana, nessuno raggiunga la soglia del 42 per cento dei consensi, il premio non venga assegnato e i seggi vengano attribuiti col proporzionale (quasi) puro.
