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11. September 2001, 25 Jahre nach dem Terroranschlag auf die Zwillingstürme, der die Welt veränderte

Fünfundzwanzig Jahre nach dem 11. September, von den Anschlägen auf die Twin Towers bis zu den Kriegen und Seuchen am Ground Zero: Wie sich Amerika verändert hat

11. September 2001, 25 Jahre nach dem Terroranschlag auf die Zwillingstürme, der die Welt veränderte

Venticinque anni dopo, l’11 settembre resta una data che divide la storia in un prima e un dopo. L’11 settembre 2026 ricorre il venticinquesimo anniversario degli attentati che colpirono gli Stati Uniti, 2.977 Menschen getötet e mostrando al mondo la vulnerabilità della maggiore potenza globale. Quattro aerei dirottati, le Torri Gemelle distrutte, il Pentagono in fiamme, un campo della Pennsylvania diventato il luogo dell’ultima resistenza di passeggeri ed equipaggio. Da quella mattina del 2001 cambiò il mondo: cambiarono le strategie militari, il lavoro dell’intelligence, le politiche di sicurezza e il rapporto tra libertà e controllo. Le immagini degli attacchi entrarono nella memoria di milioni di persone. Le loro conseguenze attraversarono guerre, trasformazioni politiche e vite private, proseguendo molto oltre l’emergenza.

Il quarto di secolo arriva con una ferita ancora aperta. A New York, la pubblicazione di migliaia di documenti riporta al centro dell’attenzione i rischi sanitari di Ground Zero e le rassicurazioni diffuse dopo il crollo. La commemorazione accoglierà inoltre un nuovo momento di silenzio, dedicato a chi è morto negli anni successivi per le malattie legate agli attentati.

11 settembre 2001: la mattina in cui l’America si scoprì vulnerabile

Era un martedì. Diciannove terroristi di al-Qaeda presero il controllo di quattro voli di linea delle compagnie American Airlines e United Airlines, decollati da Boston, Newark e Washington-Dulles e diretti in California. Erano aerei destinati a lunghe percorrenze, con grandi quantità di carburante a bordo.

Bei 8.46, ora locale, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center. Diciassette minuti dopo, zu 9.03, il volo United Airlines 175 si schiantò contro la Torre Sud. Le telecamere, già puntate su Manhattan, mostrarono il secondo impatto in diretta. La sequenza rese evidente che gli Stati Uniti erano sotto un attacco coordinato. Bei 9.37 il volo American Airlines 77 raggiunse il Pentagono, ad Arlington, in Virginia. Bei 9.59 crollò la Torre Sud, la seconda a essere stata colpita. La Torre Nord cedette alle 10.28. Tra il primo impatto e la scomparsa di entrambe le torri trascorsero appena 102 minuti.

In Pennsylvania, intanto, si era consumata la tragedia del volo United Airlines 93. Informati attraverso le telefonate di quanto stava accadendo, passeggeri ed equipaggio tentarono di riprendere il controllo dell’aereo. Il velivolo precipitò alle 10.03 vicino a Shanksville, senza raggiungere Washington, dove il possibile bersaglio era il Campidoglio o la Casa Bianca. Morirono tutti i quaranta passeggeri e membri dell’equipaggio.

Il bilancio complessivo fu di 2.977-Opfer, esclusi i dirottatori. Tra loro c’erano lavoratori, viaggiatori, militari e soccorritori. Il dipartimento dei vigili del fuoco di New York perse 343 membri. Mentre migliaia di persone cercavano una via d’uscita dagli edifici, altri vi entravano per salvarle.

Il dopo 11 settembre: dalle macerie alla guerra al terrorismo

La risposta americana trasformò rapidamente l’attacco sul territorio nazionale in una svolta della politica internazionale. L’amministrazione di George W. Bush avviò la “guerra al terrorismo”, indicando come obiettivi al-Qaida, il suo leader Osama bin Laden e le strutture che offrivano protezione all’organizzazione. Per la prima volta nella propria storia, la Nato invocò l’articolo 5 del Trattato Atlantico, riconoscendo gli attentati contro gli Stati Uniti come un attacco all’intera alleanza. Il 7 ottobre 2001 cominciarono i bombardamenti statunitensi e britannici in Afghanistan contro i talebani e i campi di al-Qaeda.

Il regime talebano fu rovesciato, ma il conflitto si sarebbe protratto per vent’anni. Nel 2021 il ritiro delle forze americane e della coalizione si accompagnò al ritorno dei talebani al potere, chiudendo la lunga stagione militare iniziata in risposta agli attentati. Nel 2003 arrivò l’invasione dell’Iraq. L’associazione tra Saddam Hussein e al-Qaeda, alimentata da esponenti dell’amministrazione statunitense, contribuì a costruire il consenso per l’intervento, nonostante i sospetti di un coinvolgimento iracheno nell’11 settembre si rivelassero infondati.

Bin Laden, dopo le iniziali smentite, ammise pubblicamente nel 2004 il proprio coinvolgimento negli attacchi. Fu ucciso nel maggio 2011 durante un’operazione delle forze speciali statunitensi ad Abbottabad, in Pakistan. La sua morte arrivò quasi dieci anni dopo la strage, quando le decisioni prese all’indomani degli attentati avevano già trasformato profondamente gli equilibri internazionali.

Dall’unità nazionale alle divisioni, l’eredità politica dell’11 settembre

La compattezza mostrata dagli Stati Uniti dopo gli attentati non durò. Alla solidarietà dei primi giorni si affiancarono progressivamente le domande sulle falle dell’intelligence, che non era riuscita a collegare gli indizi raccolti prima dell’attacco. Poi arrivarono le guerre, le perdite umane e i costi degli interventi militari prolungati, che contribuirono ad alimentare la sfiducia verso le istituzioni. L’11 settembre segnò anche la fine dell’ottimismo degli anni Novanta post-guerra fredda. La superiorità militare non aveva reso l’America invulnerabile e la globalizzazione non garantiva un futuro pacifico.

La ricerca della sicurezza cambiò il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Il Patriot Act ampliò gli strumenti investigativi e di sorveglianza, mentre nel 2002 nacque il Department of Homeland Security, al quale furono affidate anche competenze sull’immigrazione. Guantanamo, le detenzioni contestate e il ricorso alla tortura misero in discussione la credibilità degli Stati Uniti come difensori dei diritti e delle libertà. Le rivelazioni di Edward Snowden del 2013 avrebbero poi mostrato l’estensione dei programmi di sorveglianza della National Security Agency.

Alla mobilitazione solidale si accompagnarono discriminazioni e aggressioni contro musulmani e persone percepite come mediorientali. Furono colpiti anche i sikh, scambiati per musulmani, mentre le organizzazioni islamiche americane condannavano gli attentati e partecipavano agli aiuti. Il sospetto verso un presunto nemico interno contribuì a esasperare le tensioni identitarie. Paure e risentimenti che, insieme alle successive crisi economiche e sociali, avrebbero alimentato un terreno favorevole al populismo nazionalista.

Sul piano internazionale, la lunga concentrazione americana sulla lotta al terrorismo assorbì risorse e attenzione strategica mentre avanzava la Cina e si rafforzavano le ambizioni russe. Le guerre e le controversie sui metodi impiegati da Washington contribuirono a logorarne l’autorevolezza presso alleati e avversari.

Und in der Zwischenzeit, la memoria degli attentati entrava nell’ecosistema dei social network. Verschwörungstheorien trovarono nuovi canali di diffusione, capaci di amplificare contenuti estremi e sospetti attraverso comunità sempre più chiuse nelle proprie convinzioni. Anche la ricostruzione di quella giornata diventò terreno di scontro, intrecciandosi con la crisi di fiducia nell’informazione e nelle istituzioni.

Ground Zero, le conseguenze che continuano a uccidere

La nube sollevata dal crollo delle torri non scomparve dalla vita di chi l’aveva respirata quando il cielo tornò visibile. Polveri, amianto e altre sostanze nocive investirono soccorritori, lavoratori, residenti e studenti. L’esposizione proseguì durante le operazioni tra le macerie e negli ambienti contaminati.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario, il Gesundheitsprogramm des World Trade Centers segue circa 150mila iscritti. Al 30 giugno 2026 risultano 57.044 certificazioni per tumore, oltre a quelle relative a patologie respiratorie, disturbi gastrointestinali e stress post-traumatico. Le certificazioni non corrispondono necessariamente ad altrettante persone, perché uno stesso paziente può averne più di una. Per la prima volta, quelle oncologiche tra chi viveva, lavorava o studiava nell’area del disastro hanno superato quelle dei soccorritori. Un dato che mostra quanto le conseguenze sanitarie si estendano oltre gli uomini e le donne impegnati nelle operazioni di salvataggio e recupero.

L’8 settembre 2026 l’amministrazione di New York ha reso pubbliche oltre 170mila pagine sulla qualità dell’aria, sui rischi per la salute e sulla gestione dell’emergenza. Il sindaco Zohran Mamdani ha dichiarato che i documenti mostrano cosa sapesse la città e come avesse cercato di limitare la propria responsabilità giuridica. Molti, ha accusato, “si sono ammalati perché hanno creduto a quello che le autorità dicevano, ovvero che l’aria era sicura”. La questione era emersa già nel 2003, quando l’ufficio dell’ispettore generale dell’Environmental Protection Agency aveva rilevato che le informazioni disponibili non erano sufficienti a sostenere le ampie rassicurazioni diffuse nel settembre 2001. I documenti appena pubblicati richiederanno ulteriori analisi, ma possono offrire elementi utili anche a chi cerca di ricostruire la propria esposizione e accedere ai programmi di assistenza.

Il prezzo pagato dai vigili del fuoco continua ad aumentare. Secondo quanto ricordato da Mamdani durante la cerimonia del 2 settembre, oltre 600 membri del dipartimento di New York sono morti negli anni successivi per complicazioni sanitarie legate all’11 settembre. Quest’anno altri 36 nomi sono stati aggiunti al Memorial Wall dell’FDNY.

Il venticinquesimo anniversario e quel silenzio in più tra memoria e divisioni

La memoria dell’11 settembre vive nei luoghi ricostruiti e negli spazi dedicati alle vittime. A Manhattan, il Memorial occupa l’area dove sorgevano le torri. Al Pentagono e a Shanksville, altri monumenti ricordano le persone uccise negli attacchi. Per il venticinquesimo anniversario, il Flight 93 National Memorial ha programmato iniziative dal 9 al 13 settembre, dalla lettura dei nomi ai rintocchi delle campane, fino alle quaranta lanterne dedicate ai passeggeri e ai membri dell’equipaggio. A New York, ai sei momenti di silenzio che ricordano gli impatti e i crolli se ne aggiungerà un settimo, dopo la lettura dei nomi. Sarà dedicato alle persone morte successivamente per le conseguenze sanitarie dell’11 settembre e diventerà parte permanente della cerimonia annuale. È il riconoscimento di un lutto che continua nelle vite delle famiglie e nei nomi aggiunti ai memoriali. Alla commemorazione di Manhattan è atteso George W. Bush, während Donald Trump parteciperà a quella del Pentagono e sarà rappresentato a Ground Zero dal vicepresidente J.D. Vance. Il presidente avrebbe scelto il Pentagono per poter pronunciare un discorso, intervento che la cerimonia newyorkese non prevede.

Alla vigilia dell’anniversario, Trumpf ha inoltre riproposto il racconto di un presunto salvataggio da parte di due pompieri, che lo avrebbero sollevato e portato via mentre si temeva il crollo di un edificio vicino al World Trade Center. “Ragazzi, posso correre da solo”, avrebbe detto ai soccorritori. Un episodio privo di conferme sostanziali, che in passato aveva collocato due giorni dopo gli attentati.

Venticinque anni dopo, il ricordo di quella mattina continua nelle cure dei sopravvissuti, nelle richieste delle famiglie e nei nomi che si aggiungono ai memoriali. È a queste persone che dovrebbe restare la scena. Per Trump, come per chiunque rappresenti il Paese, onorare l’11 settembre significa anche sottrarne la memoria al protagonismo politico, rispettare i fatti e ritrovare parole capaci di unire un’America profondamente divisa.

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