A che età i social possono accedere ai nostri figli? No, non è un errore. La domanda, bizzarra solo nell’apparenza, l’ha posta di recente la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ribaltando di netto l’interrogativo che soggiace alle sempre più numerose istanze legate all’utilizzo dei 社交网络 通过 未成年人. Istanze che in taluni casi sono già riuscite a trasformarsi in legge con divieti di accesso tarati sull’età (in 澳大利亚 stop agli under 16 mentre in 法蘭西亞 , prima in Europa, niente ingresso per gli under 15). In altri, sono in fase di approdo con tempistiche ampiamente annunciate (si veda l’欧洲联盟). In altri ancora, ristagnano immobili nella solita palude pur essendosi mosse con largo anticipo: è il caso dell’意大利.
E dire che ormai il reale meccanismo dei social è chiaro a tanti. E la consapevolezza aumenta – insieme alle preoccupazioni – in quelle famiglie che hanno smesso da un pezzo di considerare un innocente passatempo lo spazio virtuale condiviso con chiunque. Perché tale non è. Sfruttando sapientemente la nostra 多巴胺, i social non intrattengono ma trattengono (lo scroll una dipendenza a portata di tutti), incamerano dati, influenzano comportamenti e indirizzano scelte. Pare poco? Come può un bambino o un adolescente gestire tutto questo da solo?
A 第一在线 玛丽安娜·玛迪亚(Marianna Madia) lo dice chiaramente: “I social sono invasi di bambini” che rappresentano “un pezzo di fatturato importante per le piattaforme di social media”. Sottrarli, significherebbe anche incidere in maniera significativa sui loro ricavi. Ed è con questa intervista a Madia, deputata indipendente di 意大利维瓦, già ministra con Matteo Renzi premier e poi con Paolo Gentiloni, prima firmataria alla Camera della Proposta di legge bipartisan 为 vietare agli under 15 l’accesso ai social, che qui si tenta di comprendere la portata di tale Pdl e perché l’Italia non riesca ancora a condurla in porto.
Marianna Madia, la Francia ci ha stracciati sul tempo.
“Il Parlamento italiano era partito prima della Francia e ci tengo a dirlo perché, quanto a tempistica iniziale, per noi rappresenta una nota di merito”.
Poi però l’iter si è arenato e la Pdl si è persa per strada. Onorevole, che è successo?
“A inizio legislatura avevamo dato i via al lavoro in commissione Infanzia e adolescenza in modo assolutamente trasversale con 拉维尼娅·门努尼 di FdI. Dopo una serie di audizioni con esperti, avevamo deciso di presentare una proposta per introdurre, per legge, l’età minima per l’accesso ai social. Io insisto sul fatto che volessimo introdurla ‘per legge’ perché il grande paradosso dentro al quale stiamo è che già oggi esiste un’età minima per l’accesso alle piattaforme – 13 anni – ma il problema è che poi, non essendoci una legge e pertanto nessuna responsabilità per le società interessate, queste si accontentano, di fatto, di una autocertificazione online in cui il soggetto dichiara di avere più di 13 anni. E dunque, siccome i social sono invasi di bambini, con tanti di loro che addirittura fanno i baby influencer, viviamo evidentemente una condizione fondata sulla menzogna”.
La legge servirebbe a sancire un comportamento socialmente riprovevole e gravido di conseguenze.
“Una legge con un’età minima sarebbe anche un elemento di chiarezza e di ordine. A quel punto la piattaforma sarebbe obbligata a verificare. Quanto alle conseguenze, ormai la scienza è nel complesso unanime nel ritenere che un uso prematuro e incontrollato dei social faccia male alla salute psicofisica dei minori”.
E feedback dall’Europa ne erano arrivati?
“Non solo eravamo partiti prima della Francia, ma anche il confronto con la Commissione Ue era già stato portato a compimento. Questa, infatti, è una sorta di materia ‘concorrente’ giacché esiste un regolamento europeo che si chiama Digital service act (Dsa, 编辑) che regola, appunto, il tema. C’è infatti un obbligo per lo Stato membro, laddove provi a legiferare su questa materia, di notificare la norma alla Commissione, di avere con questa una discussione e di far passare un tempo tecnico obbligatorio alla fine del quale Bruxelles dica quali aspetti modificare per armonizzare tutto ciò che avviene nei 27 Paesi su questo tema”.
Ma questo tempo tecnico si è compiuto o no?
“Sì, perché la medesima Pdl è stata presentata contemporaneamente sia alla Camera sia al Senato il 13 maggio 2024. Successivamente, la discussione è partito dal Senato. Poco dopo, la Commissione Ue ha subito scritto alla prima firmataria dicendole ‘interloquiamo’. Le interlocuzioni si sono svolte al ministero dello Sviluppo economico e siamo infine arrivati al cosiddetto ‘testo due’. Tutto ciò è avvenuto a settembre 2025. Quindi già nell’autunno dello scorso anno noi eravamo pronti, in due ore di lavoro al Senato, ad approvare la norma”.
然而?
“Però si è bloccato tutto. Peraltro va detto che si tratta di una norma di facile approvazione perché è sostenuta da tutti i gruppi e – importante – non ha costi. Il problema è che le piattaforme non vogliono questa norma e, stando alle indiscrezioni di stampa circolate nei mesi scorsi, è parso che il Governo – in particolare la premier Giorgia Meloni – avesse chiesto di rallentare su questo dossier. E così è stato, nel senso che non sono mai più arrivati i pareri dei ministeri. La Pdl si è così bloccata”.
Se i costi non c’entrano e i contenuti della Pdl raccolgono un consenso trasversale, qual è il problema?
“È evidente che ci sono degli interessi dal momento che i social sono invasi di bambini e pre-adolescenti: toglierli significa tagliare un pezzo di fatturato importante. Soprattutto oggi, gli interessi delle piattaforme vanno di pari passo con l’attuale amministrazione Usa a guida Donald Trump”.
Ma ci sono anche quelli che si dicono contro la norma usando l’argomento “famiglie” e insistendo sulla necessità di responsabilizzare i genitori, senza ricorrere alle leggi.
“Mi sento di dissentire perché io di certo non penso che basti una legge e stop, è ovvio, questo è un tema enorme. Ma, proprio perché è enorme e dobbiamo fronteggiare una forza violenta, aggressiva e difficilmente padroneggiabile anche dagli adulti, come quella delle piattaforme, penso che serva tutto. Tradotto: serve anche una legge.
Una legge che forse aiuterebbe proprio i genitori ad essere meno soli nel resistere alle pressioni quotidiane: se ce l’hanno tutti, dicono i figli, perché io no?
“Certo. Tant’è che, pian piano, ci stanno arrivando tantissimi Paesi. Il presidente francese Macron chiama tutto questo ‘movimento’. Un movimento che è anche identitario dell’Europa e che dice ‘attenti, la salute dei bambini viene prima di qualunque fatturato di qualsiasi azienda’. Una legge, peraltro, che ha un doppio effetto: il primo è concreto; il secondo è segnaletico e culturale, un po’ come fu con la legge Sirchia sul fumo che ha segnato uno spartiacque perché ha ottenuto effetti in grado di superare ciò che prescriveva. La norma vieta il fumo in luoghi pubblici ma oggi, anche se si partecipa a una cena privata, difficilmente ci saranno cinque persone che ti fumano addosso. E questo non accadeva trent’anni fa. Io credo fortemente che, per l’emergenza che viviamo e insieme a tante altre azioni, sarebbe necessario introdurre per legge un’età minima per stare in luoghi digitali”.
Il punto più delicato però sono i meccanismi di attuazione. Come si fa, concretamente, a verificare l’età degli utenti?
“Su questo punto penso che, pian piano, sarà necessario andare verso una modalità armonizzata con tutti i Paesi europei. Noi nella proposta, proprio perché abbiamo interloquito con Bruxelles, abbiamo deciso che sarà la Commissione a scegliere la modalità tecnica europea. La Francia ha invece optato per un’altra via, probabilmente anche per fare prima, visto che già dal 1° settembre la norma entrerà in vigore per i nuovi iscritti: Parigi dice alle piattaforme ‘avete mille modi, scegliete voi quello che vi piace di più, adottatene uno’. Credo che poi, quando l’Europa metterà a punto una modalità comune – Ursula von der Leyen ha annunciato un pacchetto di misure mirate per fine settembre – la Francia si armonizzerà. Noi ora siamo in una zona grigia ma il problema vero è che c’è un’emergenza. I problemi, infatti, non sono solo quelli più estremi”.
Più estremi cosa vuol dire?
“Vuol dire che non stiamo parlando solo dei bambini che attraverso i social arrivano a episodi di violenza, depressione, bullismo, disturbi alimentari. Il problema è fisiologico, cioè quanto un uso prematuro di questi strumenti e lo scroll stiano togliendo in termini di apprendimento, concentrazione, attenzione e quanto l’uso dei social induca i bambini a uno stile di vita molto più sedentario con ripercussioni sulla salute. Il problema è fisiologico, riguarda tutti. E dentro questa emergenza è giusto, a mio avviso, che i singoli Paesi si muovano persino al di là della modalità tecnica. Ecco perché ho fatto il parallelo con la legge Sirchia”.
Limite d’età: 15 anni è il punto di caduta o ci sono tentennamenti? E al genitore sarà consentito aprire un account per conto del minore, come ormai avviene a bizzeffe?
“In realtà stiamo ragionando sull’età, se scegliere 15 o 14. Quattordici infatti sarebbe l’età per armonizzare la norma con la legge sull’IA e io su questo sono aperta al confronto, ma una volta che si decide l’età non ci può essere, per intenderci, la deroga che consente al genitore di aprire un account a nome del figlio e quindi fornirgli l’accesso. Non ci sarà perché è un tema di salute pubblica, non solo di libertà genitoriale. Ormai la Società italiana pediatri dice chiaramente che, sotto una certa età, l’uso dei social fa male. Allo stesso tempo, però, voglio dire che noi non scarichiamo sul genitore la responsabilità della mancata verifica che resta in capo alla piattaforma. Nell’epoca in cui viviamo e con la pervasività dell’algoritmo, a mio avviso si fa fatica a dire che è colpa dei genitori perché la famiglia è anche disarmata dinanzi a una contemporaneità così violenta che le piomba addosso”.
E lo sharenting allora?
“Non lo condivido e ritengo sia un fenomeno da controllare”.
Non è finita. C’è anche chi solleva dubbi sulla privacy dei minori: come sarà possibile verificare con certezza la loro età senza arrivare, di fatto, a “schedarli”?
“Il Dsa dice che sotto i 18 anni un utente non può essere profilato. Questo paletto però non è affatto applicato. Sono d’accordo sul fatto che ci sia un tema di privacy che non deve essere violato ma noto che si invoca sempre la privacy quando c’è un limite da dare – la legge – dimenticando che già oggi i dati dei bambini vengono quotidianamente gettati in pasto alle piattaforme: in questi casi nessuno si pone il problema”.
Ma, alla fine, il sorpasso della Francia può tornare utile all’Italia in termini di accelerazione alle Camere?
“Io lo spero. Meloni mi ha assicurato personalmente che non avrebbe ostacolato il Parlamento. Il problema è che, nella nostra forma di governo, l’Esecutivo non è neutro. Quindi, non ostacolare il Parlamento significa anche far arrivare i pareri dei ministeri sennò significa che, di fatto, c’è un blocco governativo”.
Eppure si tratta di questioni che al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, dovrebbero stare a cuore, o no?
“Sono mesi che Valditara si dichiara a favore. Addirittura mercoledì, dopo il via libera francese, l’ho sentito dire che in Italia ‘è partito l’iter della Pdl bipartisan’. No, Valditara, l’iter è partito nel 2024 e, lo ripeto, si è arenato nell’ottobre 2025”.
Tanto per avere un riscontro: fuori dall’Europa, è già stata l’Australia a fare da apripista vietando i social agli under 16. Come sta andando?
“Sono in contatto con il team australiano, abbiamo anche fatto un seminario all’Arel invitando a parlare una docente che ha contribuito a scrivere la norma e che continua a monitorarla”.
Si è parlato di flop.
“Flop dell’Australia perché il 60% degli under 16 è ancora sui social? No. Perché, viceversa, questo stesso dato vuol dire che il 40%, in pochi mesi e senza sanzioni, è uscito dai social. Lo ripeto: serve una grande alleanza tra istituzioni, famiglie, scuole e media. Non esiste al mondo una riforma complessa che da un giorno all’altro elimini un problema così vasto”.
Lanci un appello affinché l’Italia – e con essa i circa 7 milioni di under 15 che popolano il Paese – non resti nella palude.
“Questo è un tema sul quale dobbiamo prendere posizione. Il Parlamento italiano, in modo trasversale, si è mosso insieme, prima di tutti gli altri Paesi europei. Ora, però, la Francia è arrivata a legiferare ma ci stanno lavorando la Gran Bretagna, la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda – che farà un convegno 特设 a settembre con esperti provenienti da tutto il mondo, in concomitanza col semestre di presidenza -. Ebbene, io dico: è possibile che il Parlamento italiano, che era partito in modo serio e istituzionale ma anche prima di tutti, debba chiudere questa legislatura rimanendo così indietro? L’appello è il seguente: cerchiamo di non vivere questa umiliazione”.