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Taranto میں سابق Ilva پلانٹ: کیا اس کی تاریخ واقعی اطالویوں کی سوانح عمری ہے؟

La crisi dell’ex Ilva di Taranto rischia di divenire uno dei più gravi casi di deindustrializzazione del nostro Paese ma è anche lo specchio delle contraddizioni della società italiana

Taranto میں سابق Ilva پلانٹ: کیا اس کی تاریخ واقعی اطالویوں کی سوانح عمری ہے؟

La crisi dello stabilimento Taranto کے سابق Ilva rischia di divenire uno dei più gravi episodi di deindustrializzazione del nostro Paese. Ma è anche lo specchio dello stato della società italiana intesa nel suo insieme: parti sociali, forze politiche e soggetti istituzionali ad ogni livello, uomini e donne “qualunque”. In qualche modo fa venire alla mente la celebre frase di Piero Gobetti che definì il fascismo “l’autobiografia degli italiani”.

I gruppi dirigenti del nostro Paese hanno ormai da tempo rinunciato a quella che doveva essere la più importante acciaieria d’Europa? Se lo stabilimento di Taranto il prossimo 24 agosto avviasse lo spegnimento dell’ultimo altoforno (e di conseguenza dell’acciaieria e dei vari impianti connessi al recupero di calore ed alla produzione di energia), rimarrebbero i soli laminatoi. Così sarebbe inevitabile ridurre la forza lavoro tra il 70 e il 75%. Passerebbe così dai circa 8.000 dipendenti diretti attuali (ad esclusione dei lavoratori dell’indotto) ad un numero tra 2000 e 2400.

Senza entrare nel merito dei reali o presunti intendimenti che stanno dietro agli atti o alle prese di posizione di tutti i soggetti coinvolti – siano essi ministri, amministratori locali, magistrati, esponenti di partito e di aggregazioni varie, sindacati e associazioni imprenditoriali – è realistico che l’Ilva di Taranto vada in tempi brevi inesorabilmente incontro ad un forte ridimensionamento strutturale, grave e irrecuperabile sul fronte occupazionale. La chiusura dell’altoforno, che consente di ottenere acciai di qualità specifiche ottenibili solo col ciclo integrale, permetterebbe soltanto la lavorazione delle bramme, i semilavorati grezzi d’acciaio importati (si dice) da stabilimenti probabilmente extra Ue. Tuttavia questa soluzione non garantirebbe dal rischio di ulteriori ridimensionamenti.

Ma la cosa più sconcertante è non solo che a Taranto non abbia preso piede un vero “movimento” di difesa dello stabilimento e, per di più, a livello locale non siano pochi coloro che saluterebbero la chiusura dell’Ilva come una grande vittoria.

Il peggio toccherebbe alle imprese e agli occupati dell’indotto che godono di minor potere contrattuale per difendersi. Ma, considerata anche l’età media dei dipendenti Ilva, nell’arco di alcuni anni il fenomeno dei “cassintegrati Ilva” finirebbe per ridimensionarsi perché la garanzia degli ammortizzatori sociali (che nella fattispecie potrebbe raggiungere il 100% della retribuzione) renderebbe meno doloroso il passaggio alla pensione. Né realisticamente si può ignorare che una parte di lavoratori avrebbe la possibilità di aggiungere all’indennità di cassa integrazione un lavoro pagato in “nero”. Una tempesta perfetta che in fondo è un modello già sperimentato largamente sia al nord che al sud, ultimo caso quello della ex Fiat di Termini Imerese. La chiusura dell’Ilva di Bagnoli (parte della produzione finì a Taranto) fu gestita con un accordo di riconversione tra sindacati e governo che portò alla chiusura del laminatoio dove a quel tempo lavorava un migliaio di persone, in parte ricollocati in altre attività.

Taranto avrebbe dovuto essere il più grande centro siderurgico d’Europa con tutti i vantaggi che ne conseguivano per l’occupazione, la crescita, l’export e cosi via. Avrebbe dovuto essere vissuto come un simbolo identitario dello sviluppo del Mezzogiorno dove la creazione di posti di lavoro si riflette di più sul futuro dei giovani ma anche sull’ordine pubblico e sulla sicurezza.

Oggi i soggetti istituzionali, a partire da magistrati e amministratori locali, forze politiche e organizzazioni sindacali, sembrano trattare la vicenda in una logica essenzialmente locale e ambientalistica. Ma l’ex Ilva di Taranto è o no una questione strategica nazionale? Una volta sui casi importanti si apriva un dibattito accanito come quando جارج خوش آمدید intervenne con una intervista rilasciata all’indimenticabile Beppe Turani il 31 marzo del 1978 per richiamare il sindacato a garantire l’efficienza produttiva dell’Alfa Romeo di Arese che, in quanto impresa di proprietà pubblica, era un patrimonio anche dei lavoratori, oltre che dei cittadini. E che dire delle vicende della Fiat di Torino dopo l’infelice intervento di اینریکو برلنگور? E di برونو ٹرینٹن che il 31 luglio 1992 si dimise da capo della Cgil dopo aver accettato un accordo che riteneva impossibile rifiutare ma che sapeva non essere condiviso dalla sua organizzazione? Per non parlare della polemica che nel 1979 aprì جارج ایمنڈولا con il sindacato e con una parte del Pci non condividendo quelli che considerava dannosi estremismi. Il 22 ottobre 1972 confluirono a Reggio Calabria 50.000 persone su iniziativa dei sindacati per chiedere lo sviluppo del sud e opporsi ai “Boia chi molla!” di Ciccio Franco. A Taranto oggi non sembrano esserci proprio le condizioni di una “marcia dei 40.000 “ come quella del 14 ottobre 1980 a Torino per la difesa del lavoro alla Fiat.

Purtroppo spesso mancano gli interlocutori. I segretari dei partiti più importanti dicono poco o nulla e i capi delle maggiori confederazioni sindacali non pongono la vicenda dell’Ilva di Taranto come priorità di politica industriale nazionale e non avanzano, in nome dell’emergenza, proposte concrete per la rinascita dello stabilimento attraverso una intensa contrattazione aziendale fondata sul principio del massimo utilizzo degli impianti e di un forte ricupero della produttività nel quadro di un piano di risanamento ambientale. Anche gli industriali italiani sono assenti ma qualcuno osserva che è difficile metterli per primi sul banco degli imputati dopo quanto è accaduto alla ریوا فیملی. Nel passaggio dal fordismo all’automazione e poi all’informatica i cambiamenti sono stati profondi ma la trasformazione è stata governata, sia pur passando da temibili conflitti sociali che hanno isolato e sconfitto anche il terrorismo. È ancora possibile, oltre che auspicabile, costruire una soluzione che restituisca al nostro Paese “la più importante acciaieria d’Europa”? Ferruccio De Bortoli sul Corriere ڈیلا سیرا lancia la parola d’ordine: “Difendere il welfare”. E ha ragione. Ma per finanziare il welfare bisogna far crescere le attività produttive e il numero degli occupati.

In certi momenti sembra prevalere la استعفی: qualcuno che conosce da vicino i problemi sostiene che, nelle condizioni attuali, il risultato del combinato disposto dell’azione giudiziaria, dell’integralismo ambientalista e di amministratori locali deboli e impregnati di cultura anti industriale, impedisca ogni speranza di recupero della “grande” acciaieria. E che paradossalmente avranno un futuro brillante proprio le attività ex Ilva rimaste al Nord, come quella di نووی لیگورے. Rassegnarsi a un destino che lascia a Taranto una fabbrica in gran parte dismessa, molto somigliante ad un museo dell’orrore, è però un po’ come ricevere un eredità a cui si dovrebbe rinunciare.

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L’autore è presidente della Fondazione Anna Kuliscioff.

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