Paolo Fresco, il presidente della Fiat dal 1998 al 2003, si è spento il 12 luglio scorso all’ età di 93 anni. Nato a Milano, ma genovese d’adozione per formazione scolastica e universitaria, si laurea in giurisprudenza ed inizia la sua attività professionale nella sede genovese dello studio legale romano Lefebvre D’ Ovidio, interessandosi principalmente di questioni relative al diritto della navigazione.
Nel 1968 lascia la libera professione per entrare a Milano nella Cge (Compagnia Generale di Elettricità), una delle più importanti società italiane dell’ epoca, operante nel settore dell’ elettromeccanica e controllata dalla multinazionale statunitense General Eletric, come responsabile del servizio legale e delle relazioni sindacali.
Dall’autunno caldo a General Electric
Ed è in tale veste che partecipa, come componente della delegazione confindustriale, alle trattative per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici nell’ “autunno caldo” del 1969, firmandolo il 10 gennaio 1970 con la controparte sindacale guidata dagli storici segretari della Fim- Fiom-Uilm Pierre Carniti, Bruno Trentin e Giorgio Benvenuto.
Nominato ben presto responsabile della filiale italiana, svilupperà tutta la sua carriera professionale in General Electric, la più grande e dominante azienda del mondo prima dell’avvento delle big tech, prima trasferendosi a Londra come responsabile Europa, e poi a New York sino a diventarne vice presidente sotto la storica presidenza degli anni ottanta e novanta di Jack Welch.
Nel 1993 Paolo Fresco intervenne nella soluzione della crisi industriale e occupazionale del Pignone Baru dari Florence, allora di proprietà dell’Eni, sottoscrivendo il suo acquisto da parte della General Electric. Da qui il successivo amore per Firenze e la Toscana.
La presidenza della Fiat
Nel giugno 1998 Cesare Romiti lascia la Presidenza della Fiat e l‘Avvocato chiama a ricoprire il ruolo di presidente un suo vecchio amico, Paolo Fresco, che da poco ha lasciato la General Electric per raggiunti limiti di età e si è ritirato a vivere con la moglie Marlene, che in gioventù era stata una indossatrice di Dior, nella loro villa di Fiesole. Negli ambienti torinesi sarà soprannominato “l’Americano”, mentre in azienda semplicemente l’avvocato Fresco.
È da troppo tempo che la redditività è assente dal settore auto della Fiat, e per l’Avvocato l’unica soluzione sarebbe quella di integrare le forze di Fiat Auto con un costruttore leader dell’ industria automobilistica mondiale. Per questo motivo si rivolge ad un manager dalla esperienza internazionale come Paolo Fresco.
Il primo dossier di un’alleanza internazionale il nuovo Presidente lo apre con la Mercedes-Benz per entrare in Chrysler, da poco acquisita dallo stesso gruppo tedesco.
Si avvia la “due diligence”, ma ci si ferma quasi subito in quanto, come ricordato dallo stesso Fresco, non scatta nell’incontro avvenuto a Roma il feeling dell’Avvocato con il Presidente della Mercedes.
L’alleanza tra la Fiat e General Motors e il capolavoro di Fresco
Abbandonata la strada Chrysler, che sarà ripresa anni dopo da Sergio Marchionne dopo il fallimento della gestione americana della Mercedes-Benz, Paolo Fresco avvia i contatti a Detroit con Richard Wagoner, il potente Presidente e amministratore delegato della allora più grande azienda automobilistica mondiale, la Mesin umum.
Il 13 marzo 2000, salutata dalla stampa economica internazionale come una svolta per l’auto europea, veniva siglata l’alleanza tra la General Motors e la Fiat, che prevedeva da parte americana la sottoscrizione di una partecipazione del 20% in Fiat Auto in cambio dell’ entrata di Fiat nel capitale GM con una quota pari a circa il 5,1% per un valore di 2,4 miliardi di dollari, e tale da diventare il suo primo azionista privato.
Sul piano industriale l’accordo prevedeva inoltre la creazione di due joint venture paritetiche, una negli acquisti di materiali (GM-Fiat Purchasing) e l’altra nella produzione di motori e cambi (Fiat- GM Powertrain) con l’obiettivo di cogliere i vantaggi nell’ utilizzo in comune dei componenti e nella riduzione dei costi, benefici quantificati dai partner sino a 2 miliardi di dollari l’ anno.
Il punto nodale dell’accordo contrattuale, quello che fu considerato il capolavoro di Fresco, era però il riconoscimento a favore di Fiat del diritto di opzione (il “put”) per cedere il restante 80% di Fiat Auto a GM a partire dal quarto anno ed entro i successivi cinque dell’ alleanza. Peraltro l’alleanza tra Fiat e GM si romperà dopo cinque anni di incomprensioni sia sul piano industriale sia su quello finanziario e dei risultati economici.
Mentre le due joint venture trovavano infatti enormi difficoltà ad integrarsi, i risultati di Fiat Auto si facevano sempre meno lusinghieri, tanto che la Fiat dovette stipulare, nel maggio 2002, con un pool di quattro banche un prestito di 3 miliardi di euro (il cosiddetto “convertendo”) e, nel dicembre dello stesso anno, siglare con il Governo, contrari i sindacati, un accordo di programma che prevedeva, per Fiat Auto, lo stato di dichiarazione di crisi aziendale con il ricorso alla cassa integrazione straordinaria.
In tale occasione, memore delle sue esperienze sindacali della fine anni sessanta, Paolo Fresco sostenne fattivamente la delegazione aziendale nella trattativa con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta.
Peraltro, anche sul fronte delle quote di partecipazione, i rapporti tra partner si deteriorano ben presto: non passano due anni che GM svaluta la propria quota in Fiat Auto da 2,4 miliardi a 200 milioni di dollari, mentre Fiat cede la propria quota di partecipazione in GM a Merryll Lynch untuk 1,16 miliaran dolar.
La prima vera rottura avviene nel febbraio 2003, quando viene annunciato un aumento di capitale di Fiat Auto da 5 miliardi di euro cui GM avrebbe dovuto partecipare con un miliardo. È l’ultimo atto di Paolo Fresco in Fiat, che lascia la Presidenza alla fine di febbraio sostituito in tale ruolo da Umberto Agnelli.
La casa americana non solo dichiarò di non voler sottoscrivere l’aumento di capitale, ma cominciò a manifestare dubbi sulla reale possibilità di Fiat ad esercitare la clausola contrattuale di “put”, vale a dire il diritto di Fiat a cedere a GM la Fiat Auto, senza se e senza ma alle condizioni pattuite dall’ accordo iniziale, così come incardinate dall’ ”avvocato” Fresco.
Sarà proprio grazie a questa clausola che la GM, pur di far rinunciare la Fiat all’esercizio del “put”, pagò cash alla stessa 1,5 miliardi di euro e restituì la sua quota di partecipazione in Fiat Auto.
Al tavolo con gli americani si era peraltro presentato un altro “avvocato”, il nuovo amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, che con i mezzi finanziari ottenuti dalla trattativa conclusa potè avviare il rilancio della Fiat Auto sino all’ acquisizione della Chrysler.
